Sullo stesso argomento:
20 agosto 2026
- a
- a
- a
Il dolore ha diritti quasi imperiali. Può urlare, contraddirsi, maledire la sorte, Dio, lo Stato, chi arrivò e chi no. Fuori dalla camera ardente non dovrebbe però diventare perizia, protocollo operativo e sentenza penale. Khadija Fakir, sorella di Abderrahim, morto a Bologna durante un fermo di polizia, il 20 luglio disse: «Io voglio vendetta». Il fratello era morto da poco, la dinamica ancora un groviglio di filmati e ipotesi. A caldo si può accettare quasi tutto. Il lutto, per qualche ora, è monarchia assoluta. Un mese dopo ci si aspetterebbe almeno un parlamento. E invece.
Su Repubblica la donna proclama «fiducia nella giustizia», ma il verdetto è scritto: «Lo hanno ucciso come un cane». I poliziotti «hanno saputo solo ammazzarlo», i volontari «non hanno fatto nulla», perfino «chi guardava deve essere condannato». Una Norimberga di quartiere, convocata da chi al giornale dice di non aver visto il video e poi al Tg3 dichiara che «il video parla per sé». Tutti dentro, nella colpa e nella pena. Tranne i familiari.
I compagni si ributtano sul “solito” fascismo: Lepore mischia il caso Fakir con la strage del 1980
La sorella descrive Abderrahim come amatissimo e generoso, tanto da occuparsi anche dei cinque figli di lei. E tuttavia racconta di aver saputo solo dopo dei problemi psichiatrici. Si può soffrire e nascondere molto. Una complessità che consiglierebbe almeno un grammo di prudenza prima di distribuire colpe agli estranei: chi lo conosceva da una vita poteva non sapere, chi l’ha incontrato per pochi minuti nel culmine della crisi doveva capire tutto?
«Ai soccorritori sarebbe bastato gridare». Oppure il taser, o «una puntura per calmarlo». Grido salvifico, taser, punturina: prontuario retrospettivo del lieto fine, il poveretto calmo, salvo, ancora tra noi. Ma se fosse morto dopo il taser? «Perché? Bastava immobilizzarlo». O dopo una sedazione? «Perché non aspettare?» La famiglia non sapeva. La sorella lo dice. Eppure ora sa tutto: che Fakir non era pericoloso, che chiedeva solo aiuto, quale mezzo usare e quale no, che i soccorritori non fecero nulla, che gli agenti lo hanno ucciso. È la presunzione di sapere tutto dopo, umanissima e ingannevolissima, promossa a scienza forense.
Fakir, scontri a Bologna dopo la sua morte: ci sono 12 indagati
Qui il dolore diventa panpenalismo: qualcuno deve pagare, meglio se molti, preferibilmente tanto. Ma se «anche chi guardava deve essere condannato», il semplice non intervento diventa colpa universale. Familiari, passanti, agenti e sanitari non hanno gli stessi doveri. Ma se la responsabilità viene dilatata fino allo spettatore, dove comincia il cronometro? È qui che il diritto si separa dal rimorso.
Fidarsi della giustizia significa accettare anche la possibilità più dolorosa: che i fatti risultino diversi da come li abbiamo vissuti o immaginati. Che un soccorso possa fallire senza essere omesso. Che una morte occorsa durante un fermo non trasformi gli agenti in assassini. E vale l’inverso: divisa ed emergenza non cancellano una colpa, se verrà dimostrata. Ma il «se» non è un’inezia.
Poi c’è il disegno della figlia: lo zio angelo, una freccia nelle ali, «i poliziotti che lo hanno ammazzato». Una bambina, però, non conduce l’inchiesta: assorbe parole e interpretazioni che la precedono. La sofferenza è sua, il verdetto è ricevuto. Proteggerla significherebbe anche sottrarla alla necessità altrui di consegnarle carnefici prêt-à-porter. Qui l’accusa parte dall’adulto, passa in lei, torna in forma poetica e viene restituita al pubblico con l’aureola: canonizzazione circolare del convincimento. Una lacrima prova il dolore di chi la versa. Non la colpevolezza di chi viene accusato.