Francesco Massaro è stato un testimone privilegiato della grande stagione del cinema italiano, scomparso lo scorso 20 luglio a Roma all'età di novant'anni, il regista, sceneggiatore e soggettista lascia oltre mezzo secolo di cinema e televisione italiana. Una carriera costruita accanto ai più grandi maestri del Novecento – da Luchino Visconti a Pietro Germi, da Dino Risi a Eduardo De Filippo – prima di firmare film diventati popolari come Al bar dello sport, Domani mi sposo, Il lupo e l'agnello, Ti presento un'amica e serie televisive come Pronto soccorso, considerata tra le anticipatrici del medical drama italiano.
Il cinema, raccontato a tavola
Per molti spettatori era il regista delle grandi commedie degli anni Ottanta, per chi lo conosceva, invece, Francesco Massaro era soprattutto un uomo di una gentilezza d'altri tempi. Ho avuto la fortuna di incontrarlo, era un amico di famiglia e per molti anni la cena di Natale aveva anche il suo posto apparecchiato. La sua presenza era rassicurante, quasi rituale, arrivava con la discrezione di chi non aveva mai bisogno di raccontare se stesso, eppure bastavano pochi minuti perché il tavolo si trasformasse nel salotto della grande stagione del cinema italiano. Ogni Natale finivamo inevitabilmente a parlare del Gattopardo. Non perché volesse celebrare il proprio passato, ma perché quei ricordi continuavano ad appartenergli con l'entusiasmo del primo giorno. Aveva iniziato proprio lì, all'inizio degli anni Sessanta, come assistente volontario alla regia di Luchino Visconti, imparando il mestiere osservando uno dei set più importanti della storia del cinema italiano. Da quell'esperienza sarebbe nato un apprendistato unico, proseguito con Pietro Germi in film come Divorzio all'italiana, Sedotta e abbandonata e Signore e signori, con Dino Risi in Straziami, ma di baci saziami, fino alle collaborazioni con Eduardo De Filippo, Marco Vicario e Lucio Fulci.
I suoi racconti erano cronache vive, ricordava la monumentale scena del ballo del Gattopardo, la precisione quasi maniacale di Visconti, Alain Delon sul set e, soprattutto, le visite di Romy Schneider, che arrivava semplicemente per trascorrere qualche momento con lui durante le riprese. Erano episodi raccontati con il pudore di chi li aveva vissuti davvero e non aveva bisogno di trasformarli in leggenda. Anche negli ultimi mesi ci eravamo sentiti diverse volte al telefono. Stavamo cercando di organizzare un'intervista per Vogue Italia, un progetto che purtroppo non ha mai trovato il tempo di realizzarsi. Ogni telefonata confermava l'impressione che avevo avuto da sempre: conservava un entusiasmo intatto per il cinema e una memoria sorprendente per i dettagli. Ripenso sorridendo a un piccolo episodio: un anno gli regalai una cartolina natalizia ricavata da un dipinto di Ernst Ludwig Kirchner. Lui la aprì dalla parte sbagliata e, invece dell'immagine completa, apparve soltanto il fondoschiena del personaggio raffigurato. Ci guardammo per un secondo e scoppiammo entrambi a ridere in modo spontaneo.
La sua carriera avrebbe potuto essere definita soltanto dai titoli che ha firmato, dopo l'esordio alla regia con Il generale dorme in piedi, satira antimilitarista interpretata da Ugo Tognazzi e Mariangela Melato, arrivarono film come La banca di Monate, I carabbinieri, Miracoloni, Al bar dello sport, Domani mi sposo, Il lupo e l'agnello con Michel Serrault e Tomas Milian, fino a dirigere attori come Michele Placido, Giuliana De Sio, Diego Abatantuono, Leo Gullotta, Jerry Calà, Isabella Ferrari e Kate Capshaw. Parallelamente costruì una lunga carriera televisiva con fiction di enorme successo popolare come Pronto soccorso, Provincia segreta, Benedetti dal Signore e O la va, o la spacca. Ma ridurre Francesco Massaro alla sua filmografia sarebbe limitante, apparteneva a una generazione che aveva imparato il cinema in bottega, osservando i maestri, vivendo i set, facendo tesoro dei silenzi prima ancora delle parole.
Era un artigiano del racconto, uno di quei professionisti che consideravano il cinema un lavoro collettivo prima ancora che un'espressione individuale. Oggi, mentre il suo nome torna giustamente a occupare le pagine dedicate alla storia del nostro cinema, mi piace ricordarlo come l'ho conosciuto io: un signore distinto, dai modi impeccabili, capace di parlare di Visconti con la stessa naturalezza con cui rideva per una cartolina aperta al contrario. Un uomo che aveva attraversato il cinema italiano senza mai perdere quella qualità sempre più rara che nessun premio racconta davvero: l'eleganza.


