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La versione di Hiemstra, da ex postino a scrittore: “Vivere? Esperienza strana”

September 13, 2026

Milano – W. è l’amico in cui inciampi e che ti cambia la vita. Come certi amori: le cose non hanno più lo stesso colore. Solo che W. è scomparso senza dire un bel niente. Lasciandosi alle spalle una specie di sarcofago pieno di bizzarrie. Forse indizi. E ora Olaf si è messo in testa di ritrovarlo. Il resto meglio scoprirlo nel fortunatissimo esordio di Tiemen Hiemstra, olandese del nord trasferitosi ad Anversa dopo un passato da postino in Germania. Il suo “W.” è un romanzo di formazione. Appena pubblicato da Adelphi con la traduzione di Dafne Paris. E per chi ha voglia di conoscerlo, il trentacinquenne di Groningen sarà presto a Milano: sabato 19 alle 16.30 al Festival 2084 della Scuola Belleville (via Jean Jaurès 22); giovedì 24 alle 18.30 alla Feltrinelli in Galleria. Per un tour che il 15 tocca anche il Circolo dei Lettori di Torino e il 20 Pordenonelegge.

Hiemstra, come è nato “W.”?

“Avevo appena finito gli studi e volevo scrivere un romanzo, ma non avevo grandi idee. Così passavo intere giornate a fissare lo schermo vuoto del computer. All’epoca vivevo a Lipsia, mi ero trasferito lì da poco. Era stata una scelta inaspettata: non conoscevo nessuno e lavoravo semplicemente come postino. Speravo di trovare ispirazione vivendo in una città nuova. Sentendomi solo, scrissi una lettera a familiari e amici per spiegare perché mi fossi trasferito a Lipsia. Quella lettera è diventata la base del mio romanzo. Ne ho amplificato i contenuti, finendo per immaginare di non aver fatto sapere a nessuno dove mi trovassi. Ed è nata così la storia di una persona scomparsa”.

È sempre stato il suo obiettivo diventare romanziere?

“Ho una fervida immaginazione e già da bambino inventavo un sacco di storie. Ma ho iniziato a pensare di fare lo scrittore solo verso i diciassette anni. Cominciai a leggere letteratura e rimasi affascinato dalla capacità del linguaggio di evocare interi mondi nella mente. Fu allora che decisi di voler diventare un romanziere. Non avevo garanzie che le cose sarebbero andate come speravo, ma per fortuna è successo davvero!”.

Come definirebbe la sua scrittura?

“Amo un linguaggio molto diretto, che faccia percepire la presenza del narratore o del personaggio. Ma apprezzo anche una scrittura più poetica, attenta alla dimensione sensoriale. Cerco sempre di coniugare questi due aspetti. E anche l’umorismo. La letteratura è un gioco intellettuale e mi piace giocarci”.

Le sue influenze letterarie? “Moltissime. Tra i miei preferiti: Julio Cortázar, Marguerite Duras, Haruki Murakami, Jennifer Egan, Alejandro Zambra. Potrei continuare a lungo. Per me la lettura è inscindibile dalla scrittura. Gli altri autori mi mostrano tutti i modi possibili di raccontare una storia e questo è di grande aiuto. Devo ammettere di aver letto pochi scrittori italiani, ma ho apprezzato molto “Le cosmicomiche” di Calvino”.

In tanti l’avvicinano al primo Salinger, è un paragone in cui si riconosce?

“In realtà a ispirarmi sono state più le sue opere successive rispetto a “Il giovane Holden”. Soprattutto “Seymour. Introduzione”, il modo in cui il libro compie numerose digressioni prima di arrivare al suo nucleo, facendone risplendere maggiormente l’essenza. Non è una formula che funziona sempre, ma è questo l’aspetto affascinante: Salinger riesce a farla funzionare”.

Come vive la scrittura e come l’ha gestita mentre lavorava da postino?

“Trovo che vivere sia un’esperienza piuttosto strana. A volte questo senso di stranezza rimane sepolto nella quotidianità, ma è sempre presente. Per me, scrivere è un modo per esplorare i vari anfratti che la vita racchiude. Non sapremo mai di cosa si tratti veramente o come tutto abbia avuto inizio, ma voglio sentirmi vicino a questo mistero. Scrivere è il modo in cui riesco ad avvicinarmi di più. Gran parte del lavoro avviene nella mia testa mentre sono in giro. L’impiego da postino era ideale: potevo riflettere sulle sfumature della mia storia proprio mentre distribuivo la posta”.

Uno dei motti dei personaggi è “Ripensare al passato è una perdita di tempo, l’esperienza è tutto”. Condivide anche lei questa visione dell’esistenza, incentrata sul presente?

“Non necessariamente. Anche se tendo a non preoccuparmi troppo dell’agenda e lascio che il tempo scorra. Credo che i ricordi siano importanti: sono loro a plasmare chi siamo. In questo senso, apprezzo il ripensare al passato. A volte mi torna in mente qualcosa accaduto anni prima, che si rivela utile per la storia a cui sto lavorando”.

Le piace la popolarità o le crea ansia?

“Non mi crea eccessiva ansia. Mi piace condividere il mio processo creativo. Scrivere è un’attività solitaria; perciò, quando il mio libro è uscito nei Paesi Bassi e in Belgio, sono stato felice di poter parlare della storia di W.”.

C’è qualcosa che non sopporta del mondo letterario?

“Direi di no. Non do molta importanza al prestigio, in fondo, il mondo letterario è composto soprattutto da persone che amano leggere libri e lo scambio intellettuale. Ed è quello che amo anch’io”.

Quale sarà il prossimo “sogno”, come definisce W. nei ringraziamenti?

“Sto sognando il mio prossimo libro proprio mentre parliamo. Non posso svelare troppo, ma ti dico solo che include resti umani mummificati, stalking ed emo rap”.