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La voce dei sopravvissuti all’attentato di Modena: “Mio figlio vive nel trauma, fu lui a rianimare la fidanzata. Ci sentiamo dimenticati”
Ewa ricorda come se fosse ieri il 16 maggio: “Mi chiamò, era sconvolto. Il mio cuore si ferma ogni volta che esce di casa. Risarcimenti? Tanti danni psicologici ma non ci aspettiamo nulla”

Attentato a Modena, i soccorsi il 16 maggio ( a sinistra) e a destra Ewa Oszkinis, madre di uno dei feriti

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Modena, 16 settembre 2026 – “Mio figlio ancora non riesce ad affrontare il trauma, non riesce neppure a tornare lì, sul posto, e i ricordi sono bruttissimi. Su internet ogni giorno vengono riproposte quelle immagini e lui si rivede lì, quando lui e la fidanzata erano a terra. Ogni volta che esce di casa o che non è al lavoro il mio cuore si ferma”. Mentre la politica dibatte sulla genesi del terribile attentato del 16 maggio, al centro di tutto restano loro, gli innocenti travolti e le loro famiglie, che ad oggi chiedono che si spengano i toni politici e sia dia importanza a chi, quel giorno, ha perso una persona cara o è rimasto gravemente ferito.

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La vita di chi si trovava in quel tratto di via Emilia, è cambiata per sempre
Perchè la vita di chi, il 16 maggio, si trovava in quel tratto di via Emilia Centro, mentre l’auto di El Koudri piombava sulla folla a velocità pazzesca, è cambiata per sempre. A sottolinearlo è Ewa Oszkinis di Castelfranco Emilia: suo figlio, 30 anni e la fidanzata, 22, si salvarono per miracolo. Furono colpiti di striscio dall’auto dell’attentatore ed entrambi finirono a terra, perdendo per qualche momento conoscenza. Il figlio della donna, con grande coraggio, rianimò la compagna, praticandole un massaggio cardiaco.
"Ricordo benissimo la telefonata di mio figlio: era sconvolto e io con lui”
“Ricordo benissimo la telefonata di mio figlio: era sconvolto e io con lui. Oggi sto bene solo quando è a casa o al lavoro – racconta Ewa –. Quando esce il pensiero è sempre quello: l’attentato. Tutti si dimenticano di tutti quando passa un po’ di tempo: mio figlio è stato seguito solo all’inizio dall’Ausl: qualche incontro con la psicologa poi più nulla. Sa cosa penso – incalza la donna – che in Polonia le regole si rispettano perché la prima regola è rispettare le regole, ma in Italia è un’altra storia. Non voglio esprimermi sul dibattito politico e non mi aspetto nulla dal punto di vista economico: non riusciamo neppure a nominare un legale, non possiamo permettercelo – continua Ewa –. Però di danni mio figlio e la sua fidanzata ne hanno riportati tanti, soprattutto a livello psicologico. Entrambi sono stati dimessi quella stessa sera dall’ospedale ma la ragazza è tornata in ospedale il giorno dopo: aveva dolore al piede ed è risultato rotto. Mio figlio, invece, continua ad avvertire dolore alla testa. Siamo tutti traumatizzati, mio figlio ma anche io e mio marito e ogni giorno ringrazio Dio di averlo salvato”.
“Queste sono cose che non dimentichi”
La signora Ewa infine aggiunge: “Queste sono cose che non dimentichi, traumi che restano dentro ma per ‘loro’ noi, oggi, non esistiamo più. Nessuno ci ha più chiesto nulla ed è per questo che non ci aspettiamo nulla. Il dolore, però, quello si, continuiamo a sentirlo”.
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