
di Giacomo RIZZO
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giovedì 6 agosto 2026, 19:52 - Ultimo aggiornamento: 20:11
A pochi giorni dall’esame di terza media aveva già deciso di non presentarsi a scuola. Una scelta netta, maturata in un contesto difficile, con una frase che sembrava chiudere ogni possibilità: «Non mi serve la licenza media per spacciare». Poi è arrivato un professore, un incontro fuori dai banchi e un gesto inatteso: un giro in moto. Da lì è ripartita una storia diversa. È la vicenda raccontata dal professor Luigi Faraldi, vicepreside dell’istituto comprensivo Galileo Galilei di Taranto, impegnato ogni giorno sul fronte della dispersione scolastica e del disagio minorile nella Città Vecchia.
Una storia che restituisce un volto umano ai numeri di un fenomeno in calo, ma ancora presente soprattutto nelle realtà più fragili. Negli ultimi cinque anni l’Italia ha ridotto l’abbandono scolastico, ma dietro le statistiche ci sono storie individuali che spesso avvengono lontano dai riflettori. «Un alunno di terza media, con disabilità lieve e un contesto familiare fragile, a pochi giorni dagli esami decide di non presentarsi: “Non mi serve la licenza media per spacciare”, dice. Le strategie tradizionali falliscono, anche la minaccia di chiamare i Carabinieri», racconta Faraldi. Il docente decide allora di cambiare approccio.
«L’ultimatum funziona solo con chi ha qualcosa da perdere», spiega. E quando un ragazzo sembra aver già scelto di abbandonare il percorso scolastico, la prima sfida diventa recuperare un rapporto. All’istituto comprensivo Galilei il contrasto alla dispersione e al disagio minorile è portato avanti attraverso un lavoro costante coordinato dalla dirigente Antonietta Iossa, con interventi di ascolto e accompagnamento degli studenti più vulnerabili. Faraldi sceglie così una strada diversa.
Raggiunge il ragazzo a casa e gli propone qualcosa di semplice: un giro in moto. «Quel giro in moto ha fatto in venti minuti quello che due note disciplinari non avevano fatto in due settimane», puntualizza il professore. Da quel momento nasce un patto: lo studente torna a frequentare, si prepara per gli esami e prova a rimettersi in gioco. In cambio il docente mantiene una promessa: un pranzo al fast food, «come rinforzo positivo, non come contentino». Il ragazzo arriva fino in fondo. Supera le prove e ottiene la licenza media. Poi, davanti al pranzo promesso, pronuncia una frase che resta impressa: «Non credevo mi volessi bene davvero».
«Una frase che mi porterò per sempre dietro», commenta Faraldi.
Dentro questa storia ci sono tre parole chiave: presenza, linguaggio, fiducia. Spesso la partita contro l’abbandono scolastico si gioca proprio lì: nel momento in cui un ragazzo pensa di aver già perso. E basta qualcuno disposto a raggiungerlo per rimettere in moto il suo futuro.
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