La proprietaria di casa portò in tavola un filone a lievitazione naturale, olive taggiasche e una serie di conserve ittiche: sardine portoghesi, acciughe del Cantabrico, sgombri in olio d’oliva, ventresca di tonno. Lattine bellissime che offrono qualcosa che assomiglia all’atmosfera del lusso, compatibilmente con gli impegni in agenda
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Qualche settimana fa ho partecipato a un evento in un’edicola. L’edicola, naturalmente, aveva smesso da tempo di essere tale. Era uno spazio per incontri, degustazioni, conversazioni, laboratori di rammendo. Una delle tante metamorfosi urbane causate dalla gentrificazione: ex officine, ex magazzini, ex laboratori, ex qualsiasi cosa che vengono convertiti in concept store. Luoghi che conservano l’aura della loro funzione originaria ma hanno perso il valore che quella funzione originaria offriva al tessuto sociale della città.
L’edicola vendeva riviste di design, mazzi di fiori avvolti nella carta, gioielli artigianali, ceramiche smaltate, magliette di piccoli marchi indipendenti. Si poteva ascoltare un podcast registrato dal vivo o un dj set a volume rispettoso della quiete pubblica, bere un bicchiere di vino naturale o un caffè filtrato. Si trattava di una forma di commercio molto precisa.
Vendeva cose e, attraverso le cose, una certa idea di discernimento.
Alla fine dell’evento una piccola delegazione si è spostata su una terrazza al Flaminio. Quando ho provato a immaginare una scusa, eravamo già in strada. L’appartamento dava l’impressione di essere stato assemblato nel corso degli anni con mobili trovati, stampe appoggiate alle pareti, una libreria cresciuta per sedimentazione, piante che godevano di ottima salute grazie a quell’esposizione eccellente.
Trentenni che indossano camicie di lino, pantaloni ampi, sandali in cuoio. Denti perfetti. Capelli curati. Abbronzature discrete. L’impressione generale che i loro corpi fossero stati affidati per anni a professionisti molto competenti. Qualcuno camminava scalzo.
La proprietaria di casa si è scusata. Ci arrangiamo, mangiamo qualcosa al volo, non ho molto in casa, ha detto.


Latte esibite
Poi ha portato in tavola un filone a lievitazione naturale, burro salato, olive taggiasche, vino freddo e una serie di conserve ittiche che ha disposto al centro del tavolo. Sardine portoghesi, acciughe del Cantabrico, sgombri in olio d’oliva, ventresca di tonno. Le lattine erano bellissime: campiture di blu cobalto, rosso e ocra, caratteri rétro, illustrazioni che ricordavano un emporio balneare del Dopoguerra. Stavano lì, aperte, tra piattini e briciole, più vicine a un oggetto da collezione che alla soluzione da fondo dispensa.
Nel Rendiconto di La Bella Casa, uno degli episodi più strani de Il porto di Toledo di Anna Maria Ortese, la narratrice fugge dalla Via dei Mercanti e immagina una casa isolata, sottratta alla fatica di vivere, dove c’è «una tavola che si preparava da sola, con pochi cibi meravigliosamente soavi e nutrienti». Negli ultimi anni ho iniziato a vedere le conserve ovunque nei feed di Instagram. Fotografie di tavoli apparecchiati per quattro persone che alludono a una forma di felicità tranquilla e adulta. Una vita con poche cose, tutte scelte bene: una tovaglia stropicciata, vino rosé, una finestra aperta, mare calmo sullo sfondo.
Il tinned food è diventato un punto d’incontro tra cibo, moda e lusso. Costa meno di un abito, meno di una cena in un ristorante stellato, meno di una settimana in un’isola greca, ma permette di partecipare, per qualche minuto, allo stesso immaginario mediterraneo, vacanziero, pigro, curato, leggermente snob.


Una scatoletta di sardine da quindici euro offre qualcosa che assomiglia all’atmosfera del lusso, compatibilmente con gli impegni in agenda.
Il fatto che siano nate come cibo pratico, popolare e durevole rende questa trasformazione ancora più grottesca. La scatola conservava buono il pesce, oggi conserva anche una fantasia: la cena fuori orario, giorni interi senza appuntamenti, la vita ridotta a gesti abituali.
Nessuna delle persone presenti su quella terrazza avrebbe avuto difficoltà a permettersi una cena molto più costosa di quella che stavamo mangiando.
Forse era proprio questo il punto. Le conserve permettevano di simulare una frugalità ben arredata, un rapporto immediato con le cose. Aprire una latta, spezzare il pane e versare il vino. Tutto appariva semplice. Tutto era già stato previsto. Una vita che, sospetto, esiste soprattutto nelle fotografie.


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