Un giorno in Pretura torna mercoledì 2 settembre con uno dei casi più duri mai raccontati dal programma di Rai3: quello di Laura Di Nardi e Rocco Mattia, la coppia di Cassino accusata di infanticidio per la scomparsa del loro neonato. La puntata, intitolata «Un bambino senza nome», riporta in tv un processo che per due anni ha tenuto col fiato sospeso l'intera provincia di Frosinone e non solo.
Il bambino senza nome
Tutto comincia il 18 novembre 2012, quando Laura, appena ventenne, si presenta al pronto soccorso dell'ospedale «Santa Scolastica» di Cassino lamentando forti dolori addominali. I medici la sottopongono a una serie di analisi: si ipotizza una malattia grave, persino un tumore, prima di arrivare alla diagnosi decisiva: Laura ha un'infezione da parto. Significa che ha partorito da poco, forse pochi giorni prima. Ma quando le viene chiesto dov'è il bambino, la ragazza nega di averne mai avuto uno.
È l'inizio di un cortocircuito in ospedale: arrivano le forze dell'ordine, che sequestrano la cartella clinica di Laura. Da caso sanitario, la vicenda diventa in poche ore un caso giudiziario: bisogna stabilire che fine abbia fatto quel neonato, e in fretta, perché ogni ora che passa rende più remota la possibilità di trovarlo ancora in vita. Perché si fa strada l'ipotesi che quello che hanno davanti le forze dell'ordine sia un reato, uno dei più terribili: il reato di infanticidio.
Le indagini si spostano rapidamente sul fidanzato di Laura, Rocco, giovane barbiere di Piedimonte San Germano. La coppia, poco più che ventenne, vive quella che i cronisti dell'epoca hanno più volte definito «una tranquilla vita di provincia»: una vita normale, giornate divise tra la casa e i centri commerciali del Cassinate. Poi la gravidanza, che - secondo la versione di Laura - nessuno conosceva: né la sua famiglia, né quella di Rocco, né Rocco stesso.
Le accuse e il processo
L'ipotesi accusatoria è agghiacciante: il parto sarebbe avvenuto in casa, in gran segreto, e il corpo del neonato sarebbe stato poi occultato, chiuso in un borsone e gettato nella spazzatura.
Laura e Rocco vengono rinviati a giudizio con una duplice accusa, infanticidio e occultamento di cadavere, e cominciano ad accusarsi a vicenda davanti agli inquirenti. Lei sostiene che sia stato lui a farla partorire in casa e a disfarsi del corpo. Lui ribalta la versione: il feto, dice, era già morto nel grembo della fidanzata, e il suo unico gesto è stato tentare di estrarlo per aiutarla, non certo occultarne l'esistenza.Ci vogliono due anni prima che le due versioni possano finalmente confrontarsi in aula. Il processo, ripreso proprio dalle telecamere di Un giorno in Pretura, si rivela durissimo fin dalle prime udienze, tra testimonianze strazianti e accuse reciproche tra le rispettive famiglie dei due giovani. Che però convergono su un punto: non si è trattato di infanticidio ma di un aborto spontaneo. Una versione ai limiti dell'incredibile, quella di un ventenne che in una situazione del genere, anziché chiamare i soccorsi, si sostituisce ai medici: ma viene ritenuta credibile dai giudici.
Al termine del primo grado, il capo d'imputazione per Rocco si riduce dunque alle sole lesioni procurate a Laura durante il tentativo di estrazione del feto. In appello cade anche quest'ultima accusa: Rocco viene assolto integralmente. Non fu infanticidio, stabiliscono i giudici, né procurato aborto: non ci fu alcun reato e il processo si chiude senza condannati, ma anche senza una verità su dove sia finito questo bambino, che non ha mai avuto un nome né una sepoltura.
Ultimo aggiornamento: mercoledì 2 settembre 2026, 20:21
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