Il personaggio.
17 luglio 2026 alle 00:30
Jacopo Fo sarà domani a Pula, per “La Notte dei Poeti”, con Elena PauUn Dario Fo che in pochi conoscono, quello che trasformava la satira in canzone, usando la parola cantata come strumento di racconto, critica e sberleffo. Tra i recital che lanciarono Jannacci, “Ci ragiono e canto”, e il teatro civile. Brani in parte comici e in parte di forte impegno civile, interpretati da Fo stesso, Franca Rame e da dive come Mina e Ornella Vanoni. A questo lato meno noto del drammaturgo è dedicato “Il Re dei Ciarlatani – Le canzoni di Dario Fo”, recital firmato da Enrico De Angelis che riporta alla luce un repertorio di oltre 350 brani, molti mai incisi su disco. Sul palco, insieme a Elena Pau (voce), Jacopo Fo, che racconterà i ricordi di famiglia legati a queste canzoni. Lo spettacolo è in cartellone domani alle 20 al Teatro Maria Carta di Pula, per il XLIV Festival “La Notte dei Poeti” del CeDAC Sardegna.
Lo abbiamo raggiunto per farci anticipare qualche aneddoto in vista della serata.
Molte di queste canzoni sono rimaste “nascoste” per decine di anni. Come si sente a sapere che il pubblico di Pula le ascolterà per la prima volta, quasi fossero inedite?
«È un’esperienza che trovo molto interessante, anche se non tutte queste canzoni sono davvero inedite. Alcune facevano parte di undici puntate di “Chi l’ha visto” che la Rai non mandò in onda, perché durante la trasmissione “Canzonissima” i miei genitori avevano denunciato la presenza della mafia in Sicilia. Arrivò a casa una bara bianca in miniatura e una lettera con minacce rivolte a me. Da allora andai a scuola con la scorta. Portare oggi in teatro quelle canzoni ha per me il sapore di una rivincita: sono “dure a morire”».
Cresciuto tra le quinte degli spettacoli dei suoi genitori, qual è il primo ricordo che le viene in mente quando pensa alle canzoni di suo padre?
«Il ricordo che affiora con più forza è “Il pianto dei piantatori di piante”, che ascoltai a 6 anni. Un brano dal testo incomprensibile, nato nei locali milanesi degli anni ‘60, frequentati da intellettuali come Moravia, Pasolini e Dacia Maraini. Mio padre, cresciuto nel coro di Varese, rimase folgorato dal jazz e dal blues americano ascoltati in quei locali e, non conoscendo l’inglese, ne inventò liberamente i testi. Era il 1961, e ricordo ancora quando invitò me e mia nonna ad accendere la radio per ascoltare “qualcosa di strano”».
Perché nel teatro e nelle canzoni di suo padre si ricorreva così spesso al paradosso e al rovesciamento delle situazioni?
«Il rovesciamento è provocazione, ma non fine a sé stessa. Ha uno scopo preciso. Quando mio padre ha composto queste canzoni era l’Italia dei divieti, di una censura fortissima in cinema, teatro e musica, senza divorzio, con la tortura nelle carceri ancora ammessa e nessun diritto riconosciuto alle persone con disabilità. Una cappa opprimente. In quel contesto gli intellettuali scelsero il gioco e il divertimento come arma contraria alla logica dominante della produttività. Scrivere una canzone intera su un foruncolo può sembrare assurdo, ma nascondeva un significato politico enorme».
Alla luce di tutto questo, cosa le piacerebbe che il pubblico si portasse a casa, oltre alla musica, dopo la serata di Pula?
«Già la musica, di per sé, mi renderebbe soddisfatto. Ma se posso chiedere qualcosa in più, mi piacerebbe lasciare un po’ di ottimismo. La consapevolezza che oggi abbiamo strumenti e potenzialità enormi per reagire e comunicare, proprio come i bambini di Gaza che, con l’aiuto della tecnologia, riescono a dire al mondo “siamo ancora qui”. In fondo siamo più potenti di un re, basta ricordarcelo».
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