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Le religioni sono un coffee table book?

October 1, 2026

Ci sono libri che chiedono di essere letti e libri ai quali basta la presenza. Assouline, da più di trent’anni, ha costruito gran parte della propria fortuna editoriale nello spazio sottilissimo che separa le due categorie: ha perfezionato il libro che possiede un contenuto ma anche un habitat specifico all’interno dell’appartamento; un libro che può essere sfogliato ma che, soprattutto, deve sapere dove stare quando è chiuso. Non propriamente tra gli scaffali, dove rischierebbe di confondersi con la normale popolazione libraria; bensì sul tavolino basso, accanto alla ciotola in travertino, alla candela profumata dallo stoppino ancora immacolato, a qualcosa di ceramico la cui funzione non è stata ancora stabilita. Non è necessariamente una critica.

cattolicesimo

laziz hamani

Assouline ha capito prima di molti altri che il libro, dopo avere trascorso qualche millennio a trasportare pensieri in giro per il mondo, poteva tornare tranquillamente a essere un animale domestico di taglia piccolo-media. Fondata a Parigi nel 1994 da Prosper e Martine Assouline, la casa editrice si definisce del resto senza pudori «the first luxury brand on culture» e dichiara più di duemila titoli pubblicati. È una formula perfetta perché contiene già una tensione: non cultura di lusso, ma lusso applicato alla cultura, con tutto ciò che questo comporta in termini di tattilità, desiderio, appartenenza e messa in scena. Era quindi forse inevitabile che, dopo Capri, Ibiza, Mykonos, Saint-Tropez, Dior, Louis Vuitton, Picasso, Warhol, Basquiat, Formula 1 (e ogni altro luogo o tema del pianeta con abbastanza aura da reggere 200 pagine e un posto d’onore in salotto), arrivasse Dio, nelle sue molteplici forme. Per la precisione, quattro.

Symbols of Religion Series

Credit: Assouline

Il 3 settembre Assouline ha pubblicato Symbols of Religion, una serie di quattro volumi dedicati rispettivamente a cattolicesimo, islam, ebraismo e buddhismo tibetano. I libri hanno una rassicurante uguaglianza terrena: 25 per 33 centimetri, 196 pagine, cento illustrazioni, copertina in seta, 120 euro ciascuno. Il cattolicesimo è affidato a padre Robert Le Gall; l’islam all’antropologo e filosofo algerino Malek Chebel, con una prefazione del figlio Mikaïl Chebel; l’ebraismo al rabbino e filosofo Marc-Alain Ouaknin; il buddhismo tibetano alla giornalista e studiosa Claude B. Levenson, con prefazione del Dalai Lama. A tenere insieme visivamente quasi tutto è la fotografia di Laziz Hamani.

monk in traditional robe holding a white scarf in front of a colorful mural.pinterest

laziz hamani

È difficile resistere all’idea che quattro sistemi millenari elaborati per affrontare questioni come la morte, il male, la trascendenza, la legge, la salvezza e la natura ultima dell’esistenza siano stati infine ricondotti alla medesima grammatura. Ma sarebbe troppo facile fermarsi qui. La faccenda interessante è che la casa editrice, tentando di trasformare il sacro in coffee table book, finisce per ricordarci qualcosa che una certa idea protestante, moderna e soprattutto molto occidentale della cultura tende a dimenticare: le religioni sono sempre state anche una faccenda di oggetti.

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© Laziz Hamani

Prima della teologia vengono spesso una porta da attraversare, una veste da indossare, qualcosa da accendere, qualcosa da mangiare, un gesto delle mani. Prima dell’enunciato c’è il rito. Il sacro non ha quasi mai aspettato che l’uomo terminasse una call per manifestarsi: ha preferito pietre, tessuti, pani, ruote, coppe, acque, campane, alfabeti. Persino quando diffida delle immagini, trova altre forme sensibili attraverso cui organizzare l’invisibile.

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Walter Benjamin, parlando dell’opera d’arte nell’epoca della sua riproducibilità tecnica, distingueva il suo valore cultuale dal suo valore espositivo. Assouline compie quasi letteralmente il viaggio contrario e contemporaneo: prende ciò che possiede ancora un valore cultuale e lo dispone affinché abbia anche un eccellente valore espositivo. Il rosario finisce sotto la giusta luce, la challah acquista una crosta fotograficamente impeccabile, l’acqua delle abluzioni cade contro un fondale nero, la ruota di preghiera può permettersi un primo piano. Non è profanazione, almeno non necessariamente.

cattolicesimo

laziz hamani

Ed è qui che le fotografie diventano più interessanti delle copertine. Pensare a Sam Youkilis non è peregrino. Non perché Hamani ne riproduca davvero la lingua, che in Youkilis è diaristica, rapida, cresciuta anche dentro la forma delle Instagram Stories, ma perché condivide con lui l’attrazione per la cultura quando smette di dichiararsi Cultura e si deposita in un gesto: mani, cibo, abitudini, corpi, piccole ripetizioni attraverso cui una comunità continua a riconoscersi. La rivista Aperture ha descritto nel lavoro di Youkilis proprio questa ricerca del poetico dentro il quotidiano, dei gesti e delle tradizioni che rischiano di scomparire. Hamani applica qualcosa di analogo non alla vita mediterranea ma al rito, con risultati molto più composti e ieratici.

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Così Symbols of Judaism è forse meno un catalogo di simboli che un libro sul modo in cui il tempo diventa materia: il tallit, i tefillin, la Torah manoscritta, la coppa del Kiddush, lo shofar, la sukkah, la menorah, lo studio. Ouaknin insiste sulla dialettica fra rito e mito e il libro funziona soprattutto quando lascia capire che il simbolo ebraico non è un logo ante litteram, ma un dispositivo attraverso cui la memoria viene continuamente rimessa in atto. Persino due pagnotte possono contenere l’Esodo, purché vengano mangiate nel giorno giusto.

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Symbols of Islam pone invece al progetto un problema teorico assai più interessante. L’Islam fa meno affidamento sull’oggetto materiale e privilegia forme di rappresentazione astratte; inevitabilmente il volume deve quindi allargare la nozione stessa di «simbolo» fino a comprendere i Cinque Pilastri, la preghiera, il digiuno, la moschea, la Kaaba, la calligrafia, il minbar, il mihrab, la lettura del Corano, le abluzioni. Qui l’operazione di Assouline scopre involontariamente il proprio limite e insieme la propria intelligenza: non tutte le religioni intendono il visibile allo stesso modo, e metterle in quattro libri identici rende improvvisamente visibili proprio le loro differenze. È una specie di pluralismo religioso ottenuto attraverso il formato editoriale, o come provare a distinguere da dietro delle suore dello stesso ordine in base al modo in cui camminano.

cattolicesimo

laziz hamani

Il cattolicesimo, prevedibilmente, entra nel coffee table book con una naturalezza quasi imbarazzante. Delle quattro religioni è quella che meno necessita di lezioni sull’efficacia sensoriale dell’immagine: secoli di mosaici, reliquiari, ori, incenso, paramenti, pale d’altare e architettura barocca hanno già risolto la questione. Nel volume di Le Gall passano l’unzione della cresima, le vesti dei cardinali, i confessionali di Santa Sabina, una Bibbia poliglotta cinquecentesca, le ostie, le candele, l’incenso, il rosario e un ostensorio ottocentesco. L’idea che una religione così tenacemente materiale possa essere svilita dalla bellezza editoriale è forse, a ben vedere, un pregiudizio moderno. Bernini non avrebbe avuto nulla contro una buona direzione artistica. Probabilmente avrebbe avuto osservazioni sul budget.

buddhismo

laziz hamani

Il buddhismo tibetano, al contrario, è il volume sul quale incombe il pericolo contemporaneo più sottile: quello di confondere una tradizione religiosa con il reparto wellness. Ruote di preghiera, mantra, mala, meditazione, loto: basterebbe pochissimo perché duemilacinquecento anni di pensiero sulla sofferenza e sulla liberazione finissero nello stesso territorio culturale della tisana adattogena. Il testo di Claude B. Levenson e la prefazione del Dalai Lama forniscono però al libro un peso storico e intellettuale che resiste a questa riduzione, mentre le fotografie mostrano continuamente che gli oggetti non sono decorazioni ma strumenti: il mala ha 108 grani e serve alla meditazione e alla recitazione; il dorje e il drilbu condensano una precisa opposizione fra conoscenza e ignoranza; la ruota di preghiera non simboleggia genericamente «spiritualità», viene fatta girare.

buddhismo

laziz hamani

È proprio questa forse la qualità migliore dell’intera serie. Guardati rapidamente, i quattro volumi sembrano compiere l’operazione più contemporanea possibile: trasformare la trascendenza in una palette, quattro grandi copertine monocrome pronte a entrare in un salotto dove qualunque cosa, dal brutalismo alla ceramica pugliese, deve saper convivere cromaticamente.

cattolicesimo

laziz hamani

Guardati meglio, fanno quasi il contrario. Ricordano che i simboli religiosi hanno una terribile resistenza alla pura estetizzazione perché, a differenza degli oggetti decorativi, servono a qualcosa. Un cero cattolico, a differenza dei suddetti colleghi più odorosi, viene acceso. Un tallit viene indossato. Lo shofar viene suonato. L’acqua purifica il corpo prima della preghiera. La ruota gira. Il pane si mangia. Il libro sacro si legge. Il significato non sta dentro l’oggetto come il prezzo dentro un cartellino: accade quando qualcuno lo usa.

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© Laziz Hamani

Ed è questa la piccola ironia involontaria di Symbols of Religion. Assouline, la casa editrice che più di ogni altra ha contribuito a trasformare il libro in segno di sé, pubblica quattro libri dedicati a civiltà che da millenni si domandano come un oggetto possa diventare il segno di qualcos’altro. Forse dunque la domanda non è davvero se le religioni siano diventate un coffee table book. È se il coffee table book, con la sua posizione cerimoniale, il suo valore identitario, la sua capacità di dichiarare al visitatore chi siamo prima ancora che abbiamo parlato e quella candela perfetta accanto che nessuno osa accendere, non sia già diventato da tempo una piccola religione domestica.

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© Laziz Hamani

person's hand with tefillin and tzitzit resting on a bookpinterest

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