Un po' di pepe, ma col rischio concreto di rendere la ministra nauseabonda. Matteo Salvini versus Massimo Garavaglia, l'unico sfidante sceso in campo per sfidare il capitano al congresso convocato a sorpresa dal palco di Pontida e al via da oggi al MiCo di Milano al grido di "Lega di lotta e di governo". E così, dopo giorni trascorsi a sbandierare l'unità del partito in barba ad affondi e punture al vetriolo che vanno avanti da mesi ormai, ieri il fuoco che covava sotto la cenere è divampato. Innesto dell'incendio le parole di Garavaglia a Skytg24, col racconto di un telefono che squilla a vuoto. «Più volte ho tentato di sentire Matteo ma non ha mai risposto - confida l'ex ministro - evidentemente è tanto preso da tante cose. Io faccio fatica a farne una bene... Non lo so, ma mai rancore con nessuno». A via Bellerio apriti cielo, perché le parole del senatore rimbalzano in un lampo sul cellulare di Salvini, che, intervistato da Antenna 3, coglie la palla al balzo per rispondere per le rime. E mettere i puntini sulle "i". «Il mio telefono è sempre acceso» e le parole di Garavaglia «mi hanno stupito perché l'ho chiamato per più di un quarto d'ora tre giorni fa... Ero con i camionisti martedì - ricostruisce il vicepremier - mi ha chiamato e non potevo rispondere. Gli ho detto che lo avrei richiamato e poi ci siamo sentiti per più di un quarto d'ora». Ed ecco il sassolino che il leader del Carroccio tira fuori dalla scarpa alla vigilia del congresso. «Scoprire della sua candidatura sui giornali... Non dico con una telefonata, ma manco un messaggino... Io comunque al telefono rispondo» ma «fa niente, andiamo avanti».
LA STRATEGIA SULLE FIRME
Sarebbe questo il motivo che avrebbe indotto il vicepremier a non muovere un dito quando, tatticamente, alcuni big della Lega gli avevano consigliato di raccogliere la manciata di firme necessarie a Garavaglia per non restare fuori dalla corsa, poi recuperate in zona Cesarini. Tendere la mano all'avversario per ottenerne un vantaggio strategico. Niente da fare, Garavaglia se l'è dovuta sbrigare da solo. E ora c'è chi sostiene che dietro la raccolta firme si sia giocata una partita spietata, e che il "pienone" di firme del capitano possa trasformarsi in un boomerang. Non solo perché qualcuno potrebbe muovere ricorso - le firme necessarie, da regolamento, vanno da un minimo di 80 a un massimo di 120 ampiamente superato - ma anche perché «molti non hanno gradito le pressioni, dunque pur firmando per Matteo potrebbero poi convergere su Massimo», la convinzione o meglio la speranza che filtra dal cosiddetto fronte del nord. «Siamo convinti che nel segreto dell'urna ci potranno essere sorprese», ammette il governatore lombardo Attilio Fontana, precisando di non aver «preso in considerazione una soglia sotto la quale la candidatura di Garavaglia possa essere considerata un flop». Sia chiaro, che possa esserci il ribaltone in Lega nessuno lo crede: Salvini la spunterà, i delegati sono "cosa sua", ragione che ha indotto i dissidenti a bollare la chiamata del congresso come una farsa. «Ma un conto è se prende il 10% - spiegano i malpancisti - un altro conto e se incassa il 20 e un altro conto ancora se si spinge al 30 o oltre». Non per Salvini, che ha detto chiaro e tondo che passato il santo, la festa è finita. «La Lega deve essere forte, con una voce sola - rimarca il segretario - compatta, unita e determinata. Giusto ascoltare e capire, poi da lunedì si lavora tutti insieme, c'è bisogno di un movimento forte senza polemiche. Ascolterò finalmente al congresso quello che per mesi ho letto solo sui giornali - la stilettata a Romeo e compagnia - per capire cosa si può fare di più». Ma una volta chiarito «che cosa si chiede, che cosa si vuole e dove si vuole andare, una volta che il congresso decide, quella è la strada». Accidentata a tal punto che resta difficile credere che basti la passata di asfalto del congresso a renderla percorribile senza cadere in qualche buca.
Ileana Sciarra
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