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Leonardo Bove dopo sei mesi mezzo in ospedale: «Ho visto sfuggire la mia vita. Crans-Montana? Lo voglio cancellare»

August 25, 2026

«Sui Moretti non penso niente, non mi interessano, mi interessa solo la mia vita. L'ho vista sfuggire una notte e non voglio più perderla». È quanto ha detto all'ANSA Leonardo Bove, il 16enne milanese rimasto gravemente ferito nel rogo di Crans-Montana e dimesso dall'ospedale Niguarda dopo sei mesi e mezzo di ricovero. «Dico solo che dovrebbero prendersi le loro responsabilità, sono un uomo e una donna adulta: si sono presi la responsabilità di aprire un locale, devono prendersi la responsabilità anche per quello che è successo», ha spiegato il giovane, aggiungendo che a Crans-Montana non tornerà mai più: «Lo voglio cancellare dalla mia vita».

La rabbia della famiglia

Parole durissime arrivano anche dai genitori. «Siamo indignati soprattutto per quanto successo in questo periodo, lui è in carcere solo ora. È un dolore incredibile che i Moretti abbiano dato così poco peso a tutti i ragazzi che non ci sono più e a tutti i ragazzi che stanno lottando in tutte le condizioni. Per noi è assurdo, sono senza parole», ha detto Loretta Arapi, la madre di Leonardo. La donna ha raccontato di come la famiglia sia rimasta inizialmente lontana da tutto per proteggere il ragazzo: «Adesso ho una rabbia, ce l'avevo un pochino anche prima ma ero troppo preoccupata per mio figlio e abbiamo letto e guardato poco. Adesso non ci posso credere». Fortissimo anche il giudizio sul sindaco di Crans-Montana Nicolas Féraud, indagato nell'inchiesta sul locale Le Constellation: «Credo sia una delle persone più viscide che abbiamo incontrato, con questa faccia... non abbiamo neanche capito se avesse delle emozioni. Noi eravamo lì disperati, genitori che avevano appena saputo che il loro figlio non c'era più... e quest'uomo era lì, impassibile».

Il ritrovamento e il test del Dna

Gabriele Bove, il padre di Leonardo, ha riperesso i momenti drammatici della ricerca del figlio, identificato dopo tre giorni grazie al test del Dna: «Erano rimaste tre famiglie in cerca dei loro figli ma solo due ragazzi feriti ancora da identificare, un maschio e una femmina, quindi uno per forza era morto. Quando ci hanno detto che Leo era vivo, abbiamo festeggiato ovviamente, ma in un'altra stanza vedevamo l'altra famiglia.

E io sono andato dal padre a chiedere scusa perché ho gioito. La gioia ti fa esplodere però, nello stesso tempo, mi sono immedesimato subito in lui».

Il padre ha ricordato la notte del ritrovamento, il 3 gennaio alle 22.30, grazie all'intervento della console generale d'Italia a Ginevra Nicoletta Piccirillo e dell'ambasciatore Gian Lorenzo Cornado. Ma la tensione di quelle ore resta indelebile: «Quel mattino, in realtà, sembrava che Leo non ci fosse più, la console Piccirillo non riusciva a guardarci in faccia perché per loro non era Leo». Oggi, a distanza di mesi, resta la speranza di giustizia, accompagnata però da forti dubbi: «Spero nella giustizia ma sembra che sia una parola che fa quasi sorridere in quel Cantone che ha una legge tutta sua particolare», conclude il padre.


Ultimo aggiornamento: martedì 25 agosto 2026, 14:26

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