Caterina Caselli fu tra le prime a intuire il talento del giovane Francesco Guccini. Nel 1967 lo invitò nella trasmissione televisiva Diamoci del tu, che conduceva con Giorgio Gaber: fu il debutto televisivo del Maestrone, che in quell’occasione cantò Auschwitz. Nello stesso periodo Caselli interpretò alcune sue canzoni, contribuendo a farle conoscere al grande pubblico: Dio è morto, portata al successo dai Nomadi, Per fare un uomo e altri brani presenti nell’album Diamoci del tu.
I due si esibirono proprio con Per fare un uomo al Concerto per l’Emilia del 2012, organizzato dopo il terremoto.
Ieri, nel giorno del funerale di Guccini, Caselli ha inviato al Qn una lettera dedicata all’artista amico di una vita
8 agosto 2026 Caro Francesco,
ti sto pensando. È mattina presto e sento che questo è il giorno del distacco. Non ti vedrò più abbracciare in quel modo tutto tuo la tua chitarra, con la schiena un po’ curva e le dita sciolte che scivolano veloci sulle corde per accompagnarti, per sostenere ritmicamente le tue belle canzoni. Ma che dico canzoni: poesie, storie cantate, sguardi di vita, con quell’ironia e quel sapore genuino, andando all’osso delle parole. E non solo canzoni: romanzi, di quelli che ti prendono tanto che non li molli fino alla fine.
Ricordo quando eri venuto a casa con Guido De Maria. Era il 1967, avevo avuto un brutto incidente in Calabria, trenta metri giù da un ponte. Pensavo di morire, ma mi è andata bene: me la sono cavata con un malleolo rotto, quindi una gamba ingessata. Tu, con quel tuo viso bonario e ironico, mi portasti Sandrone, la maschera di Modena, con la gamba ingessata pure lui. Era il tuo modo di dirmi con leggerezza: guarda che ci sono. Sdrammatizziamo.
Poi, quando incontrai Pierangelo Bertoli, ti chiesi una prefazione per il suo primo album. La scrivesti subito, senza indugio.
Eri giovane, capelli lunghi, fronte alta, folta barba. Eri rassicurante, il tutto ispirava saggezza, un gigante buono. Per tanti ragazzi eri già un maestro. Mi dicevi: “Sai, mi scrivono e mi dicono che vorrebbero che io fossi il loro padre”. Eri stupito. Io ti ho sempre amato come un fratello poco più grande di me. Molto più colto di me, e ci voleva poco: io una gran cultura non l’avevo, avevo però il dialetto, lingua viva che mia madre e mia nonna mi passavano in proverbi e frasi inventate, nate da episodi di vita semplice ma condite dalla sapienza di chi l’ha vissuta. Il nostro dialetto pungente, ironico, acuto nel cogliere le sfumature della vita: tu la sapevi esprimere così come noi la sentiamo. I tuoi testi contengono tutto questo, senza perdere per strada la fonte da cui attingevi. Le biciclette bianche le scrivemmo insieme a Bologna, a casa tua, il testo tuo per i Provos olandesi e la musica mia, non all’altezza del testo, che infatti comporre non è un mio talento. Nessuno dei due era ancora iscritto alla SIAE.
Sei sempre stato curioso, uno che andava a fondo delle cose. Sei sempre stato coerente con te stesso. Mi rammarico di non essere venuta a trovarti ultimamente quante volte ce lo siamo detti, tu e Raffaella, compagna di vita, sempre vicina, che ricordo gioiosa ogni volta che ci incontravamo.
Ricordo il cesto di ciliegie fresche mangiate insieme, nella tua bella casa di Pavana.
Oggi non ci sarò fisicamente lì da te, ma sarò vicina a Raffaella e a Teresa, che conosco meno. Quando si avvicineranno a te per l’ultimo saluto, io sarò dietro di loro, e ti piangerò come sto facendo ora, mentre mi canto sottovoce. La vita e la morte rimangono uguali.
Francesco, ciao. Amico mio immortale.
Caterina