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“Lo sport è palestra di vita, ma aiuta i giovani a costruire fiducia

September 20, 2026

BELLUNO. Tra gli ambiti spesso identificati come un antidoto al disagio giovanile c’è indubbiamente lo sport. Recentemente, ad esempio, uno studio condotto da Fondazione Ospedale Niguarda e Fondazione Patrizio Paoletti su oltre 1.200 ragazzi ha confermato il legame tra pratica sportiva regolare e benessere psicologico. Risulta infatti che tra chi pratica sport almeno tre volte alla settimana la percentuale di chi si sente solo si dimezza, mentre migliorano la capacità di concentrazione e l’integrazione con il gruppo dei pari.

Quanto questo potere salvifico è reale, ma soprattutto come si concretizza? Lo abbiamo chiesto a Sonia Lorenzi, psicologa e presidente Fipsis Veneto (Federazione italiana psicologi dello sport).

“Quando parliamo di sport si tende a pensare prima di tutto alla prestazione e al risultato. Invece, soprattutto in età evolutiva, deve essere anzitutto gioco e divertimento, affinché i giovani non perdano la passione. Il detto ‘lo sport è palestra di vita’ diventa cioè reale: si impara a stare con gli altri, rispettare le regole, confrontarsi con i propri limiti, tollerare ciò che non piace o che non va come si vorrebbe, a perdere e commettere errori. Tutti temi importanti, che aiutano a crescere meglio. Tuttavia l’idea che aumenti l’autostima è vera, ma non è così automatico. Può favorire la costruzione della fiducia in se stessi quando permette di sperimentare progressivamente le proprie capacità e competenze. Se invece il clima in cui si svolge è iper competitivo e basato solo sul risultato, facilmente accade l’opposto”.

Come renderlo strumento educativo, di crescita e socializzazione?

Un ruolo centrale è svolto dagli adulti: lo sport diventa educativo quando viene fatto vivere come tale, dai genitori, che accompagnano i figli nel percorso sportivo, agli allenatori, che devono saper valorizzare tutti, correggere senza giudicare e fare attenzione ai messaggi che trasmettono. Serve poi un ambiente sportivo sano, se vogliamo che aiuti a costruire l’identità dei ragazzi. Anche in questo ambito non mancano infatti bullismo, esclusione e umiliazioni. Per questo è stato reso obbligatorio il safeguarding. Ogni ente sportivo deve cioè avere una figura che ha il compito di prevenire e contrastare forme di abuso e discriminazione a tutela di tutti gli atleti, in particolare i minori. A ottobre, con Fipsis Veneto partirà un corso di formazione dedicato perché non si tratta ormai più di un aspetto secondario, ma di un tema importante che si è imposto a seguito delle denunce di alcune atlete americane di ginnastica artistica. Da lì è venuto alla luce un sommerso incredibile e oggi, fortunatamente, questa figura è stata istituzionalizzata.

Che ruolo ha in tutto ciò l’allenatore rispetto al passato?

Sarebbe opportuno avesse competenze specifiche, ma chiaramente non possiamo pensare che faccia tutto. Certo rimane importante sensibilizzare al dialogo e a una maggiore attenzione nell’approccio ai giovani, a volte anche semplicemente al modo in cui ci si rivolge loro. Ci sono già allenatori più sensibili che si assumono questo onere, altri sono più restii: il tema è delicato, per questo è importante la figura dello psicologo dello sport o del safeguarder che magari arriva al campo, guarda gli allenamenti, osserva i ragazzi e può cogliere eventuali segnali d’allarme, facendosi conoscere da loro come una figura sempre presente cui possono avvicinarsi in caso di problemi.

Un’ultima domanda è legata ai disturbi dell’alimentazione e della nutrizione, di cui Il Dolomiti si è occupato di recente (qui). In essi lo sport ha un ruolo spesso estremizzato: come prevenire comportamenti a rischio?

Si tratta anche qui di un tema molto delicato, tanto più oggi con i social che incentivano il diffondersi di pratiche e stili di vita scorretti e rendono il corpo sempre più esposto al giudizio altrui. Attraverso lo sport, il giovane atleta vede e conosce il suo corpo non solo in termini di ciò che riesce a fare, ma anche, soprattutto nella fase dell’adolescenza e della preadolescenza, come appare agli altri. C’è infatti il rischio che l'immagine corporea prenda il sopravvento, specie a causa di un’eccessiva esposizione online di immagini relative alla performance sulle quali poi si genera aspettativa in termini di like e commenti, i quali possono a loro volta diventare un parametro di valutazione personale. Resta perciò fondamentale monitorare l’uso dei social, chiaramente senza demonizzarli. In più, anche su questo fronte rimane centrale l’attenzione ai messaggi e ai comportamenti da parte del gruppo. Come dicevo, non mancano episodi di bullismo, comprese le critiche all’aspetto fisico altrui: un ambiente sportivo sano si costruisce dunque anche filtrando i messaggi che tutti coloro che ne fanno parte mandano agli altri.