Introduzione
Da diversi anni ormai l’Italia scala la classifica dei Paesi più longevi al mondo. Secondo recenti dati Istat, nel 2026 la speranza di vita alla nascita è salita a 83,4 anni, in crescita sia per gli uomini sia per le donne in media di 7 anni nel periodo 1990-2024. Vivere più a lungo, tuttavia, non va sempre di pari di passo con la buona salute. Per gli scienziati la vera sfida sta soprattutto nella capacità di “investire” in anticipo sulla propria vecchiaia e di contrastare, per quanto possibile, i fattori di rischio.
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Quello che devi sapere
Cosa si intende per healthspan
L'attenzione degli esperti si concentra soprattutto sull’healthspan, concetto che fa leva sulla protezione della forza fisica e cognitiva il più a lungo possibile. Secondo Valerio Solari, esperto di Medicina della Longevità presso SoLongevity Clinic di Milano - intervenuto durante Health, il programma di Sky TG24 - l’obiettivo medico è “aumentare gli anni in cui una persona rimane in salute, attiva e indipendente”.
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©IPA/Fotogramma
I meccanismi biologici dell’invecchiamento
La strategia poggia sulla consapevolezza che il nostro corpo non invecchia “a compartimenti stagni”. Dal cuore al cervello fino a muscoli, metabolismo e sistema immunitario: l’avanzamento dell’età coinvolge in parallelo più organi e funzioni. Per Solari l’attenzione deve essere posta, più che sull’età anagrafica su quella biologica che spiega “come stanno davvero i nostri tessuti e a quale velocità stiamo invecchiando”.
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Come contrastare l’infiammazione cronica di basso grado
Per farsi “trovare pronti” all’età avanzata, singole scelte quotidiane rispettate molti anni prima possono contribuire in modo determinante a proteggere il metabolismo da fenomeni latenti come l’inflammaging, l’infiammazione cronica di basso grado. L'aspetto, al centro di numerosi studi sulla scienza dell’invecchiamento, agisce sottotraccia senza provocare sintomi evidenti ma favorisce l’insorgenza di patologie cardiovascolari, diabete, fragilità e malattie neurodegenerative. Secondo Valerio Solari fattori come “sedentarietà, eccesso di grasso viscerale, alimentazione scorretta e stress cronico” alimentano quotidianamente questo tipo di infiammazione “silenziosa”.
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La qualità del sonno
Tra i nemici naturali dell’invecchiamento “buono” rientra inoltre l’insonnia notturna. Una qualità del sonno soddisfacente consente al cervello di predisporre meccanismi cruciali per la riparazione e l’eliminazione delle sostanze di scarto accumulate durante il giorno. Ad essere rilevante però non è solo la capacità di garantirsi ogni notte un numero minimo di ore di sonno ma anche di farlo con regolarità. “Mantenere ritmi regolari è uno dei fattori che più influenzano il benessere generale e il rischio di sviluppare numerose patologie nel corso della vita”, ha osservato sempre ai microfoni di Health, di Sky TG24, Ginevra Pignata, psicologa neuroscienziata esperta in disturbi del sonno presso SoLongevity Clinic
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L’invecchiamento del cervello
Secondo gli esperti, un approdo ottimale all’età avanzata passa quindi da un’attenzione specifica al cervello, organo che può continuare a svilupparsi, a patto che venga stimolato. Come riporta Il Sole 24 Ore citando una ricerca condotta da un consorzio guidato dal Mount Sinai di New York il cervello invecchia a scatti e non gradualmente. Lo studio, pubblicato sulla rivista Nature, mostra una mappa genetica cerebrale dettagliata formata da 6,3 milioni di cellule provenienti da quasi 1.500 donatori, sani e malati, e giunge alla conclusione che dopo una lunga fase di stabilità fino ai 60 anni l’organo più importante del sistema nervoso attraversa un vero “tsunami” di cambiamenti molecolari.
Il bivio dei 60 anni
I ricercatori dell’ospedale newyorkese mettono in evidenza il comportamento delle cellule cerebrali che iniziano a muoversi a seconda dei ritmi di stress e infiammazione. Dai dati emerge inoltre che malattie degenerative come Alzheimer, Parkinson e schizofrenia, pur mantenendo caratteristiche specifiche, presentano alcuni meccanismi molecolari comuni. Una "spia" importante che potrebbe aprire la strada allo sviluppo di terapie più focalizzate contro malattie finora separate.
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Età anagrafica vs età biologica
A prescindere dal fatto che l’invecchiamento molecolare parta dai 60 anni oppure - come sostiene un recente studio pubblicato sulla rivista Cell basato sull’analisi di 500 campioni di tessuti umani – già dai 50 anni la vecchiaia non è di per sé sinonimo di acciacchi a ripetizione. Ne è una prova l’esempio di Maria Branyas Morera, decana dell’umanità fino al 19 agosto 2024 quando si è spenta all’età di 117 anni e 168 giorni. Nonostante i segni tipici associati all’età avanzata, non c’erano evidenze che l’anziana avesse uno cattivo stato di salute al momento della scomparsa.
Cosa fare per abbassare l’età biologica
Pur non esistendo un "elisir" per riportare indietro le lancette dell’età biologica, fattori di partenza possono contribuire a marcare una distanza da quella anagrafica. Varianti protettive per cuore, cervello, sistema immunitario e mitocondri ma anche l’assenza di mutazioni dannose costituiscono un primo “biglietto da visita”. Al quale vanno aggiunti gli interventi preventivi sul metabolismo, dalla riduzione dell'infiammazione cronica fino alla gestione efficace dei lipidi e al mantenimento di una flora batterica “ringiovanita” ricca di probiotici come i bifidobatteri.
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Le sane abitudini
Sul fronte dei comportamenti, poi, non vanno trascurate le sane abitudini di vita certificate anche da tutte le celebri Blue Zone del pianeta come Okinawa, Ikaria, Sardegna, Nicoya, Loma Linda. Si va da una dieta ricca di verdure, legumi, cereali integrali e cibi poco processati ad un’attività fisica quotidiana all’aria aperta che includa, a titolo di esempio, camminate, coltivazioni nell’orto o lavori manuali. Da non sottovalutare è infine l’aspetto sociale come la capacità di coltivare legami solidi e di mantenere un forte di senso di comunità, preziosi scudi anti-stress e anti-infiammatori.
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