Partiamo dalla fine, dunque da questa estate in tour: come spieghereste un vostro concerto?
Siamo in tre sul palco con i nostri strumenti e le nostre canzoni, ci divertiamo sempre. Sono tutte canzoni scritte ultimi due anni, è un concerto carico.
Oltre ai vostri live siete stati in Mongolia e a Pechino con i C.S.I.: cosa resterà per sempre con voi di quella esperienza?
E’ stato psichedelico, Pechino è una città impressionante, silenziosa, pulita, una megalopoli trent’anni avanti. La Mongolia ha una metropoli in divenire, in costruzione, è un ambiente nomade dove in periferia trovi i capannoni industriali e le tende. Fuori dalla città la natura selvaggia, ricorda l’Islanda e Campo Imperatore in Abruzzo per la sua potenza. Dove abbiamo suonato era in mezzo al niente, un Festival nella steppa che dura tre giorni, noi abbiamo suonato il 4 luglio, l’ultimo giorno, ed è bellissimo con quella ambientazione.
I mendicanti di poesia che citate in Bancali sono i carbonari che aderiscono alla comunità elettro-acustica post agricola oppure sono i moderni sognatori?
E’ un po’ chi sente acceso da quel verso, noi ci vediamo nel vagare in questa vita senza senso dove poi affiorano le cose meno aspettate, quando meno te lo aspetti arriva un significato.
Quei “cirri lassù in montagna con niente sopra da sopportare” è il mondo che vorreste? Quello che non prevede algoritmi né macerie interiori?
Sul mondo che vorremo abbiamo tutti le idee poche chiare, la canzone nasce in un momento di grande frustrazione verso la realtà, è stata una canzone di liberazione dalle pesantezze dell’arte e della musica. Ci ha fatto sentire tutti più leggeri.
Tane mi ha ricordato Il Sentiero dei nidi di Ragno di Italo Calvino: versi quali “aria sui campi in fiore magari niente da costruire” hanno il respiro della resistenza. Quanto la musica oggi è resistenza?
Domanda difficile. Può esserlo ma è anche auto-distruzione, la differenza non la fa la musica ma la nostra interiorità. La canzone è la morte dell’ego mentre sarebbe bello essere niente, anche solo un fiore in un prato.
(Ancora) Auguri è salire sulla macchina del tempo, è un ritorno al futuro tra il ridere e lo sparire: quale è il vostro rapporto col tempo?
Viviamo tutte le contraddizioni di questo mondo qua, proviamo a riconquistarlo nella sua lentezza anche se ci rapportiamo con la tecnologia che ti fa perdere il senso del tempo. Siamo a metà, transitiamo.
Finzione e realtà si annidano tra le Chiome: è un confine labile o netto? E il concetto di petricore è simbolo di rinascita? Di una terra che non si arrende?
Finzione, realtà e petricore…a un certo punto si crea una crepa dove sembra che finzione e realtà si sostituiscono, sembra di vivere in un mondo di finzione: a cosa serve la rappresentazione? Serve a elaborare una realtà ma al giorno d’oggi appare molto più incredibile della finzione, popolata da personaggi usciti dai film. Si ricollega alla domanda del tempo: viviamo nella modernità ma questa logica dei buoni e cattivi non ha tempo, si mantiene anche nella modernità. Cambia la maschera ma gli umani sono quelli di duemila anni fa, forse solo più scellerati.
“E intanto riede alla sua parca mensa, fischiando, il zappatore, e seco pensa al dì del suo riposo.” Scrive Giacomo Leopardi ne Il Sabato del Villaggio. Sveno dice “toglie il murator il suo martel dal sasso per ritemprar nel sonno le fatiche fatte”: siete il ponte tra due epoche e due mondi?
Sveno Notari, che era poeta muratore e contadino, si sporcava molto le mani, noi ci riteniamo molto artigiani, la giornata inizia, poi c’è la pausa pranzo, si lavora ancora e poi si torna a casa. Nelle giornate di lavoro più piene ci rivediamo, ci ricolleghiamo al brano Concetto della mia Giornata.
Pergole è la canzone dell’hic et nunc: quanto è difficile oggi vivere non dico alla giornata ma almeno alla settimana?
E’ difficile perché ci sono tante cose tipo i telefoni che ti ci portano fuori, tecnologie che si cibano della tua attenzione e persone che ci si arricchiscono monetariamente. Recuperare attenzione è la vera sfida.
Ahimé ha un qualcosa di omerico, è un viaggio “di navi più lontane”: in quell’aihmé c’è più rassegnazione o più desiderio di portare l’umanità oltre le Colonne d’Ercole?
Già portarci noi tre sarebbe tanto, non abbiamo la presunzione di accompagnare le persone da qualche parte. Già un disco con un senso e che suggestioni è avercela fatta. Poi la frustrazione c’è ma si cerca di non farsi sopraffare.
“Rintocca a valle la campana”, sempre per restare nei riferimenti poetici, è una via di mezzo tra il “per chi suona la campana” di John Donne e l’ora che suona e manda il grido di meraviglia de L’ora di Barga di Giovanni Pascoli: la campana per voi è Fede o il tempo che scorre?
Potrebbe essere il tempo che scorre, è un segnale quanto meno che c'è un inizio. Tra noi c’è chi la ha rifuggita e chi in India ha scoperto una spiritualità a lui consona. Chiunque componga fa ragionamento su spiritualità e fede.
Il monte Cusna, cui dedicate una canzone, sono 2121 metri sul livello del mare: sopra le nuvole la vita è diversa?