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Majorana: "Il Kilometro Rosso è una linea, non un muro. L'Università qui sarebbe la svolta per Bergamo"

July 27, 2026

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27 luglio 2026 | 06:12

Majorana: “Il Kilometro Rosso è una linea, non un muro. L’Università qui sarebbe la svolta per Bergamo”

Il direttore del parco scientifico e tecnologico sulle prossime mosse strategiche, alla ricerca di contaminazioni virtuose e progetti ambiziosi: “Siamo un posto nel quale non nascono startup ed è una cosa folle, perché le startup dovrebbero nascere dove ci sono già imprese, al servizio e col supporto delle stesse. Sulla carta abbiamo tutto ciò che serve per diventare un riferimento nazionale ed europeo”

La sensazione, vissuta dall’interno, è che fino ad oggi ilKilometro Rosso sia una sorta di supercar che sta viaggiando con i giri del motore costantemente al minimo, con la fortissima voglia invece di premere a fondo sull’acceleratore e sprigionare tutto il proprio potenziale. Una volontà che emerge chiarissima dalle parole del direttore Salvatore Majorana, dall’1 ottobre 2017 al timone del parco scientifico e tecnologico bergamasco, che con irrefrenabile entusiasmo e tanto lavoro divulgativo è sicuro di essere prossimo ad abbracciare una svolta della quale beneficerebbe tutto il territorio.

“Sono qui da 9 anni e devo dire che chi mi ha preceduto aveva fatto un lavoro enorme, facendo associare 50 aziende – ricorda – Grazie alla determinazione, alla visione e alla generosità di Alberto Bombasssei, nel tempo abbiamo messo in piedi una serie di realtà, dal JOiiNT LAB all’arrivo di Enea e all’allargamento degli spazi per le attività semiproduttive che oggi, guardati con un filo di distacco da lontano, sono tasselli che creano un’uniformità di approccio che credo renda onore alla laboriosità e alla capacità del territorio. E noi ne siamo felicissimi”.

Majorana, quale è stata la difficoltà maggiore di questi 9 anni?

Guardando a questi 9 anni, la cosa più complessa del mio mandato è stata probabilmente riuscire ad inserire Kilometro Rosso in maniera strutturale nel sistema territoriale bergamasco. Sembra un paradosso, me ne rendo conto, pensare che una realtà così visibile e riconoscibile da tutti fatichi ad esser accolta come uno degli attori del territorio, eppure per molti anni non è stato semplice avere attenzione dagli enti territoriali e partecipare ai tavoli condivisi. Questa città ha alcuni punti di forza invidiabili, che vanno al di là delle ben note caratteristiche produttive, come la relazione tra le persone, la facilità di scambiarsi una telefonata con imprenditore di successo, con il Rettore o con il Sindaco, cosa che in altri contesti non è per nulla scontata. Però, sul piano istituzionale, Bergamo presenta tutte le complessità della grande macchina burocratica. Immagini, ad esempio, che Kilometro Rosso non è stato mai invitato ai tavoli dell’innovazione Bergamo 2030, evoluzione dei cosiddetti “Tavoli OCSE”, la cabina di regia dove l’intera provincia si ritrovava a pensare al futuro di questo territorio. Mentre, da un lato, stavamo costruendo un distretto dell’innovazione che oggi è preso ad esempio a livello internazionale, dall’altro, in casa nostra, a Bergamo, non abbiamo mai avuto l’onore di partecipare al dibattito istituzionale. L’atteggiamento aperto ed inclusivo che la famiglia Bombassei ha sempre mostrato – ed il Kilometro Rosso è probabilmente l’esempio più lampante di ciò – ha più spesso ricevuto una reazione indifferente, se non addirittura diffidente, da parte di molti concittadini. Vincere queste resistenze e incomprensioni ha richiesto un lungo lavoro di comunicazione che oggi ci ripaga di un nuovo e arricchito contesto territoriale. Abbiamo lavorato con molti soggetti imprenditoriali e non, particolarmente bene con l’Università e con Confindustria, e credo oggi ci siano i presupposti per guardare ad un cambio di passo per Bergamo. Ne abbiamo un estremo bisogno, per andare oltre alle limitazioni oggettive che oggi vive il nostro territorio: laborioso, operoso, esportatore e capace di fornire tecnologie di nicchia, ma che ha un valore della produzione relativamente basso e ha ignorato completamente l’ipotesi di creare nuova impresa. Siamo un posto nel quale non nascono startup ed è una cosa folle, perché le startup dovrebbero nascere dove ci sono già imprese, al servizio e col supporto delle stesse. Sulla carta abbiamo tutto ciò che serve per diventare un riferimento nazionale ed europeo.

Perché non riusciamo a farlo?

Perché non lo capiamo: l’imprenditore tipo del territorio bergamasco o bresciano, per fare un esempio concreto, è abituato a comprarsi le cose che gli interessano e a svilupparle in autonomia. Condividere il lavoro con un’altra impresa non appartiene al DNA del territorio. Fortunatamente si sta un po’ smorzando questa logica e ci stiamo rendendo conto, ad esempio, che con i nostri vicini di Brescia abbiamo tantissime affinità che ci permettono di lavorare insieme in modo complementare, l’unico modo per poter competere in un’economia globale. Le filiere ormai bisogna trovarle su base continentale e chi ci è riuscito ha conosciuto una crescita esponenziale. La logica con cui bisogna trovare alleanze è quella che rende le aziende vincenti, se non partiamo dal territorio sbagliamo tutto: le alleanze devono essere fatte con realtà che fanno un mestiere che tu magari non capisci benissimo, ma che ti potrebbe servire. Gli startupper avviano nuove imprese, ma subiscono dal mondo delle imprese “classiche” e dalla finanza l’effetto diffidenza: il risultato in Italia è di conseguenza un decimo di quello che riescono a raggiungere Francia
e Germania, pur avendo PIL simili. Il problema è culturale e finiamo per non indirizzare risorse a creare il futuro del Paese. La complessità della tecnologia e delle filiere è tale che se non viene accompagnato, il processo di innovazione rischia di non arrivare a segno. Accompagnare è invece quello che fa nel suo piccolo il Kilometro Rosso. Lo facciamo in maniera sistematica, noi accompagniamo l’innovazione a diventare un processo strutturato: ci servono degli ingredienti e quello che non va bene è che non ci sia la finanza giusta. Da ormai due anni circa il Governo sta cercando di far passare una legge che stimoli i fondi pensione ad investire nel settore del venture capital. Dirottare tra l’1% e il 3% delle risorse delle casse di previdenza sul settore dell’innovazione genererebbe un salto di 10 volte rispetto alle masse fino ad oggi mai osservate, quindi riportando il nostro Paese al livello di Francia e Germania grazie ad un aggiustamento piccolissimo ma strategico, capace di generare una quantità di nuovi posti di lavoro e di nuove opportunità che non abbiamo mai visto negli ultimi 40 anni.

kilometro rosso

Nel processo di trasferimento tecnologico quali resistenze trovate?

Facciamo una gran fatica e, di nuovo, la carenza di finanza adeguata e lo scarso commitment da parte delle imprese sono le ragioni principali per cui il processo si ferma. Non è quasi mai un problema di tecnologie, che sono spesso “furbe” e adatte allo scopo per le quali sono state disegnate, ma anche molto adattabili ai mutamenti del mercato. Il tema vero è che troppe bellissime iniziative non riescono a toccare il mercato perché o mancano le risorse nella fase di crescita delle idee o manca il supporto delle aziende che ti consente di fare questo primo ingresso sul mercato. Riusciamo invece a sfruttare molto bene gli strumenti di finanza agevolata, che ci permettono di supportare processi di innovazione di Pmi che mediamente non hanno i budget sufficienti per fare ricerca in autonomia. Mi piacerebbe accompagnare le aziende del territorio a capire come possono usare le startup: tante volte ci sono delle innovazioni che possono impattare i servizi o il
modo di lavorare delle imprese, ma ci scontriamo con le logiche aziendali perché magari non ci sono le persone, il budget o la possibilità di prendersi dei rischi e seguire una startup. Per me questo è uno spazio di energie che se messe a frutto in questa direzione nel tempo può generare grandissimo valore e le aziende forse questa cosa ancora non l’hanno capita. È un processo affascinante, perché è un’occasione per stanare risorse intellettuali presso le università, nel mondo delle startup, delle piccole e medie imprese e metterle a sistema, farle sedere intorno allo stesso tavolo e far camminare un’idea che non sarebbe mai nata prima: è in questo contesto che realizziamo davvero la missione del Kilometro Rosso. Una linea ideologica dentro la quale si inserirebbe alla perfezione la presenza in loco dell’Università di Ingegneria, un’eccellenza territoriale che forse al momento stiamo sfruttando ancora troppo poco. È esattamente il disegno che abbiamo immaginato con il rettore Sergio Cavalieri, persona di grande visione, aperta e consapevole delle potenzialità non sfruttate di quella facoltà. Se il territorio si potesse arricchire di questa contaminazione continua e quotidiana con l’Università di Ingegneria certamente ne trarrebbe un beneficio in termini di livello culturale medio delle nostre aziende e -viceversa – come capacità di stimolare il mondo accademico a rispondere ai bisogni delle aziende. Farlo all’interno di un contesto coeso come può essere quello del campus del Kilometro Rosso è un’opportunità che l’Università sta valutando seriamente perché oltre ai benefici di un contesto ricco, denso e produttivo come quello che oggi ci troviamo ad offrire, dall’altro lato è arrivata ad un punto di crescita che richiede degli spazi nuovi. Si tratta di progettare una crescita complessiva del nostro polo universitario, per renderlo attrattivo su scala internazionale e al passo con le esigenze del mercato. Infatti, stando alle anticipazioni finora diffuse, lo stesso polo di Dalmine rimarrà, comunque, un polo ad alta densità di conoscenza, perché l’Università ha il progetto di arricchirlo con il nascente progetto della Facoltà di Medicina, restituendo così all’Università il suo ruolo naturale di motore di sviluppo di tutti i territori, liberando risorse per una crescita che ci meritiamo. È un progetto ancora in itinere ma che speriamo vada presto in porto: avere un’Università insediata in un contesto industriale come il Kilometro Rosso accelererebbe anche l’attrattività internazionale del polo di Bergamo.

A proposito di attrattività: è un problema che pare non toccare il Kilometro Rosso, a giudicare dalle tante realtà straniere che vi si stanno affacciando. Forse dall’esterno hanno compreso prima il valore aggiunto che può dare questa realtà?

Abbiamo lavorato molto sulla comunicazione. L’esperienza dell’Istituto Italiano di Tecnologia mi aveva insegnato quanto le aziende non avessero contezza di che cosa volesse dire trasferimento tecnologico, e avevo dovuto imparare a raccontare quale fosse il mio mestiere e quali benefici potesse portare alle aziende. Arrivando a Bergamo ho trovato una piattaforma straordinaria che veniva spesso ridota a “quelli del muro rosso”. Da subito abbiamo cominciato a trasmettere e far capire la complessità del nostro lavoro, che prevede la creazione di alleanze, di investimenti, l’assunzione di rischi, la gestione di una comunità dotata di molti linguaggi. Oggi raccontiamo come la nostra “linea rossa” sia un tratto che unisce e non separa, che tiene insieme tante capacità e tante potenzialità: lo abbiamo raccontato in modo sistematico e, forse sì, è vero che qualcuno più lontano ha capito rapidamente cosa accade qui, figlio di culture dove i parchi scientifici sono realtà considerate strumentali per lo sviluppo dei territori, punti di accumulo di competenze. In Italia purtroppo pare non essere ancora passato a pieno questo messaggio.

Manca secondo lei il sostegno dello Stato?

L’Italia non ha mai fatto una politica orientata al riconoscimento dei parchi scientifici ed è per questo che ormai più di tre anni fa con InnovUp e l’Associazione Internazionale dei Parchi Scientifici siamo andati a bussare alle porte del Ministero per richiedere un riconoscimento formale. L’avevamo fatto perché solo così avremmo potuto intercettare le risorse del Pnrr. Per la prima volta a maggio di quest’anno il Mimit e il Ministero dell’Università e della Ricerca hanno prodotto un atto di indirizzo per il riassetto del trasferimento tecnologico del Paese, che indirizza la strategia nazionale e recepisce gran parte dei nostri input. È passato finalmente il principio secondo il quale lo Stato dovrà dotarsi di un elenco dei soggetti abilitati a fare trasferimento tecnologico che saranno valutati e misurati secondo alcuni indicatori di performance prestabiliti. Una straordinaria dichiarazione di intenti, ma rimaniamo vigili per capire come tutto questo verrà messo a
terra.

Vista la vicinanza e il discorso di collaborazione con Brescia che faceva in apertura, potrebbe esserci spazio anche per i bresciani al Kilometro Rosso?

Sarebbe molto bello e siamo sempre aperti ad ospitare nuove realtà. Recentemente anche a Brescia ci sono notizie di una forte attenzione ai temi dell’innovazione, ed è un fatto che ogni parco scientifico parla ai propri territori. A Brescia, inoltre, opera già un centro di innovazione che si chiama CSMT, che lavora con l’Università di Brescia e la Confindustria del territorio e con il quale spesso collaboriamo. Certo, se guardiamo al contesto internazionale dobbiamo dotarci di una importante massa critica, e allora l’idea di creare una realtà che possa essere aggregatore di “n” altri soggetti sarebbe da mettere a calendario, ma è il sogno del 2034-2035, non una cosa a breve termine. Però potrebbe essere. Credo che la macro provincia Bergamo-Brescia abbia un senso assoluto, è un territorio molto affine e simile, darebbe a questa area lo stesso peso di una città tedesca importante o di una grande italiana come Milano. Cerchiamo di rompere il meccanismo del piccolo orticello: l’idea e la generosità della famiglia Bombassei è sempre stata indirizzata al mettere insieme la gente. L’evoluzione verso una Fondazione che possa essere la casa comune di molti soggetti, a partire da Università e Confindustria, ma aperta a chiunque ne sia interessato, è un ulteriore passaggio su cui stiamo lavorando seriamente. Se riuscirà, come mi auguro, ad essere il catalizzatore degli interessi della provincia di Bergamo, credo che molto presto si troverà a dover ragionare anche con Brescia magari approfittando di una fase storica in cui anche le Università e le Confindustrie sono molto vicine. La collaborazione è facile da fare sui contenuti, si smonta qualsiasi sovrastruttura psicologica e si parla di cose che funzionano: in questo senso bresciani e bergamaschi hanno una praticità accecante.

kilometro rosso

È quantificabile oggi il valore aggiunto che può dare il Kilometro Rosso?

Sempre difficile valutare l’impatto economico di un’area di innovazione, su questo vi sono diversi studi scientifici interessanti che, in maniera diversa, giungono alla conclusione che mediamente ogni euro investito nello sviluppo di un parco scientifico ne genera almeno tre di valore aggiunto sul territorio. Di certo il valore di queste aree è percepito e percepibile da quelli che le frequentano. Oggi ospitiamo 85 aziende e centri di ricerca in pianta stabile, con circa 3.000 persone che vivono per la maggior parte nell’arco di 50-60 chilometri: è un polo di attrazione territoriale e attrae da Milano e Brescia, non scontato. Poi abbiamo una popolazione molto giovane, con un’età media di 33-34 anni e minimo con una laurea. Vuol dire che stiamo creando un polo di attrazione di risorse giovani molto formate che vengono
a lavorare nel nostro territorio. Potremmo chiederci se queste persone sarebbero comunque arrivate a Bergamo: non è scontato, perché molti imprenditori scelgono il Kilometro Rosso proprio per la sua capacità di attirare e trattenere talenti in un contesto stimolante, dopo aver sperimentato la difficoltà nel trattenere i talenti nei loro contesti produttivi sul territorio. Ma se anche ci si riuscisse, queste risorse sarebbero sparpagliate sul territorio e non genererebbero l’effetto massa che innesca relazioni virtuose. Perché rimangono qui? Perché sono stimolati, si incontrano con i pari e sono interessati a rimanere per motivi anche ambientali e di comunità che abbiamo voluto fortemente costruire.

Quando è arrivato 9 anni fa si sarebbe mai aspettato di essere oggi a questo livello?

In realtà mi aspettavo di fare un percorso di 5 anni, perché quello era l’orizzonte temporale che ci eravamo dati. Devo dire che sono molto soddisfatto di quanto è successo in questi 9 anni: sul piano pratico, per la crescita del Kilometro Rosso, sia in termini di spazi che in termini di qualità delle risorse, perché nel tempo abbiamo costruito un team valido e un modello operativo che funziona e ci sta dando soddisfazioni. Se c’è una cosa che non manca nel mondo dell’innovazione è la voglia di cambiare e quindi lo faremo sicuramente anche in futuro. Sono poi particolarmente soddisfatto della relazione con la famiglia Bombassei che non solo mi ha dato fiducia ma mi ha anche molto supportato e continua ad avere una visione del futuro che non è affatto scontata. Sono contento, infine, di come sia cresciuto il nostro rapporto con il territorio, nella collaborazione con Confindustria e con l’Università: se riusciremo a portare a dama il progetto del campus di Ingegneria all’interno del Kilometro Rosso potrò dire di aver fatto la mia parte.