Elephants

Malika Ayane: «Diventare madre da giovane non è stato un problema: lo è stato con il successo. L'amore? Una figata, anche se a volte finisce malissimo»

September 17, 2026

E alla fine arriva lei: la serenità. Malika Ayane, dice, l’ha conquistata a 44 anni, adesso, in tempo per metterla in Cicale, il nuovo album della cantautrice milanese (esce oggi), disteso e retrò proprio come ce lo si aspetta. Si scopre così che la ragazza che nel 2008 fischiettava Feeling Better, per la prima volta all’attenzione del grande pubblico, era in realtà «severissima con sé stessa», mentre la donna vista all’ultimo Festival di Sanremo in Animali notturni (nell’album c’è anche questa, per tutto novembre lo presenta live nei teatri), quella sì, «se l’è goduta davvero». In mezzo: vittorie, sconfitte, ripensamenti, ma anche «la certezza, scusi la banalità, che l’indomani potrei svegliarmi – com’è successo – in piena pandemia, o con la casa bombardata. E allora, meglio rivedere le priorità.

Non a caso, la prima canzone del disco s’intitola Finalmente.
«Alla fine è un po’ come nel Risiko: ho capito come disporre i carri armati, ma anche che – nel caso in cui se ne perda qualcuno – non è un dramma e non finisce il mondo. Il “finalmente” più grande di questi anni, saranno i miei quaranta, è l’auto-indulgenza, dopo una vita a darmi addosso da sola. Ho azzerato il mio senso di responsabilità: se non faccio qualcosa – e Cicale arriva a cinque anni dal disco precedente – non finisce il mondo».

Anche il suo rapporto con il Festival è cambiato?
«Sì, al quinto Sanremo è come andare a una festa, ci si diverte. Tutto il contrario del primo: ai tempi di Come foglie (2009) ero paralizzata dalla paura, credo di aver guardato tutto il tempo per terra e, una volta alzato lo sguardo, di aver avuto quello di Bambi davanti al cacciatore. Era una vita fa».

Che direbbe alla giovane Malika?
«Goditela. Volevi fare un disco e due anni di tour, poi di nuovo un disco e altri due anni di tour e così via? Ebbene, lo stai facendo. La tua vita è bellissima, non dare niente per scontato. La mia è anche una forma di leggerezza: ho capito che sono altre le cose di cui vergognarsi, non eventuali insuccessi».

Tipo?
«Il sentirsi – per coscienza, per moda, per diritto – superiori ad altre persone. Ma perché?».

La sua gavetta?
«Bella impegnativa. Uscita dal conservatorio, ancora adolescente, sono entrata in un gruppo jazz, suonando sui marciapiedi. Poi il blues, in tanti localacci. Quindi, un gruppo che faceva solo cover di Stevie Wonder, e altri localacci. Infine, le pubblicità».

Però: è stata la sua svolta.
«Più o meno. Facevo la cameriera in un bar, mi misero a cantare per i clienti del venerdì, dove il proprietario di uno studio di registrazione – che, appunto, registrava jingle pubblicitari – mi notò. Da lì, le prime incisioni, quindi il lavoro fisso nello studio. Lì ho conosciuto Caterina Caselli, ed è cominciato davvero tutto».

Talento, fortuna o dedizione: quale conta di più?
«Vale tutto il 25%, divido la torta per quattro. L’ultima fetta è per l’incoscienza, per l’ottimismo: mentre ero una cameriera pensavo che, prima o poi, avrei scritto tutto ciò nella mia autobiografia».

Era già madre, all’epoca.
«Sì, ho avuto mia figlia a 21 anni, da giovanissima. Tante donne hanno ancora problemi a dividersi tra famiglia e lavoro, ancor di più quelle che magari devono crescere i figli da sole – e non è stato il mio caso. Certo, ho dovuto tagliare tanto, specie i primi anni, facevo giusto la dj ai matrimoni. Ma il vero problema è stato, paradossalmente, una volta diventata famosa».

Perché?
«Perché finché lavoricchiavo, comunque, ero sempre a Milano, il tempo per Mia (la figlia, ndr) c’era sempre. Poi, si sa, questo è un mestiere che, se va bene, porta spesso lontani da casa. Ricordo le prime trasferte da famosa: per stare con lei, fino a Firenze, facevo i viaggi di ritorno di notte per Milano. Alla fine, con tanti sacrifici, ci sono stata, a volte è più la malizia delle persone – che, tra le altre cose, spesso mi chiedevano proprio come facessi a conciliare il lavoro e la famiglia, domande che per un uomo sono più rare – che altro. Tanto, come nel caso delle cicale, c'è sempre qualcuno pronto a parlare di un privato che non sa e che, giocoforza, non si mostra».

Parentesi: le donne, nella musica, oggi stanno meglio di quando ha debuttato lei?
«Tantissimo, e ne sono fiera. Ovvio, ci sono ancora passi da fare, ma qui ho, per dire, collaborato con Emma Nolde e Ginevra, due cantautrici bravissime. E poi Joan Thiele, che a gomitate s’è fatta finalmente strada. Sono in gamba e molte di più di quando ho cominciato».

Senta, che madre è?
«Oggi la vedo come una fortuna: essere diventata genitore così presto mi permette di vivere tante esperienze con mia figlia con, comunque, l’energia dei quarant’anni. Non c’è troppo distacco tra la mia e la sua generazione, ci capiamo su tante cose, ma cerco comunque di non essere l’amica di mia figlia, perché non mi sembra giusto. M’impegno per essere premurosa – sono la prima che le porta il gelato, quando sta male – e al tempo stesso severa, se serve».

Musicalmente, permetta, Cicale è invece il disco di un’altra generazione. Si sente a disagio nel mercato di oggi?
«Oddio, sa che no? Nel senso: ormai è tutto così confuso – non c’è, per esempio, una moda unica, come lo è stata per tanti decenni – che alla fine ogni artista è libera di fare ciò che meglio crede. Si rimescolano in continuazione tutte le carte. O almeno, questo è ciò che voglio fare: surfare sopra i cambiamenti».

Tante sono canzoni d’amore. A quarant’anni è cambiata?
«Mi sono liberata, anche lì. Prima ero più tesa, ora so abbracciarlo in tutte le forme, viverlo anche con la consapevolezza che potrebbe finire malissimo. L’amore è una figata, chi dice il contrario non ha ricevuto abbastanza bacini».

Cosa le manca oggi?
«Un giro del mondo usando rigorosamente solo i mezzi di terra, senza aerei».

Bello, ma nel lavoro?
«Lì niente. In giro vedo un po’ di corsa al rialzo, puntare sempre più in alto, qualcosa che non capisco. Ero così anch’io, da ragazza, ma sempre mantenendo un atteggiamento positivo. Ora sono anche migliorata, mi godo quello che ho, qualcosa che è diverso dall’accontentarsi. Ecco, sa che vorrei dire alla giovane Malika? Desideravi vivere di dischi e tour, be’, guarda un po’: da vent’anni ci sono cascati tutti, e ce l’hanno permesso».