TREVISO - Dall’esplosione della ButanGas nel 1996 all’incendio alla De Longhi del 2007. Fino al periodo del Covid e al bus caduto dal cavalcavia a Mestre nel 2023. Sono solo alcune delle grandi emergenze vissute in prima linea da Marialuisa Ferramosca, 67 anni, direttrice del Suem118 di Treviso, che dal primo ottobre sarà in pensione. Ha dedicato tutta la sua carriera alla sanità pubblica della Marca. Anzi, anche di più: prima del pensionamento, infatti, ha lasciato 142 giorni di ferie - quasi 5 mesi - che verranno ricalcolati e inseriti nel fondo solidale per i colleghi che ne hanno bisogno, ad esempio per stare più vicino a figli malati o per esigenze simili.
Specializzata in chirurgia e anestesia e rianimazione, Ferramosca è entrata al Ca’ Foncello nel 1988. Inizialmente come chirurgo d’urgenza. Nel 1999, poi, è entrata al Suem118. Fino a dirigerlo dal marzo 2020, nel momento più drammatico dell’emergenza Covid. «Esprimo il più profondo ringraziamento di tutta l’Usl per la straordinaria professionalità, la dedizione e l’umanità dimostrati nella gestione dei complessi scenari di emergenza - è il saluto di Giancarlo Bizzarri, direttore generale dell’Usl - e la ringraziamo anche per i numerosi giorni lasciati nel fondo “ferie solidali” a favore dei colleghi che ne hanno necessità. Le auguriamo il meglio».
Dottoressa Ferramosca, cosa vede se si guarda indietro? Tornano alla mente le grandi emergenze?
«Le ricordo tutte. La ButanGas l’ho vissuta come chirurgo d’urgenza: dalla Quarta chirurgia ci siamo precipitati in pronto soccorso per accogliere i feriti. Mentre per la De Longhi siamo partiti ancora prima che arrivassero le chiamate: avevamo visto la colonna di fumo dal campo dove stavamo facendo un’esercitazione. Per fortuna non ci sono stati feriti».
E il Covid? La centrale del Suem riceveva più di 500 telefonate al giorno.
«Il periodo più intenso. All’inizio, per ridurre il rischio di contagio, dovevamo considerare tutti i nostri pazienti come positivi. Poi abbiamo iniziato a fare i tamponi in ambulanza. Ricordo bene il primo controllo sul personale del Suem: un centinaio di persone, fortunatamente tutte negative. Abbiamo superato quel periodo stando vicini. Ma non c’è stato solo quello».
In che senso?
«Oltre alle grandi emergenze, ricordo anche gli altri interventi di soccorso: per chi li vive, sono sempre straordinari. I volti e gli sguardi dei familiari restano nel cuore».
Ha in mente un caso in particolare?
«Un anziano deceduto per una caduta dalle scale. La moglie era in un angolino. Le ho fatto una carezza. E lei mi ha detto: “Non era ancora il suo momento”. È una delle cose che mi porto dentro».
Quando ha iniziato a cullare il sogno di diventare medico?
«In quinta elementare la maestra ci aveva fatto una lezione sul corpo umano, partendo dallo scheletro. Mi si è aperto un mondo. Tutto è partito da lì».
Ci si abitua alle urgenze?
«Per alcune cose bisogna: si deve mantenere la lucidità e il controllo per fare le scelte giuste in poco tempo. Diverso è il rapporto con il dolore, anche dei familiari. È la parte più commovente e straziante».
Nell’ultimo periodo, di contro, ci sono anche sempre più aggressioni ai danni del personale sanitario.
«Va detto che riceviamo molti riconoscimenti. Dopodiché l’aggressività è aumentata in tutta la società. E lo vediamo anche noi».
Cosa farà adesso? Le passioni, come l’arte marziale Tai chi, non le mancano.
«No, non mi mancano. Ma ci penserò. Oggi ringrazio tutti per questa bellissima avventura professionale, immensamente gratificante. Grazie a chi ha camminato al mio fianco».
Suem, oltre 142mila richieste in un anno: «Così salviamo la gente»