Vigevano (Pavia), 24 ottobre 2026 – Tutti cantano Fabrizio De André. Ma alcune voci sono più profonde delle altre. Quella di Massimo Bubola, ad esempio. Coautore di tutti i brani di “Rimini” e del successore “Fabrizio De André” (meglio conosciuto, per via della copertina, come l’album dell’indiano), ma anche della fortunatissima “Don Raffaè” de “Le nuvole”, il cantautore veronese è in scena stasera al Cagnoni di Vigevano con La Grande Strada Tour. Uno spettacolo in cui lega le gemme di quella stagione tanto prolifica accanto a Faber, col supporto strumentale degli Of New Trolls di Gianni Belleno e Nico Di Palo (le numerose contese giudiziali hanno, infatti, portato all’inibizione dell’utilizzo del nome originale della band).
Dopo la collaborazione con De Gregori a “Volume 8”, cosa cercava De André nella sua scrittura?
“Nel ’76 Fabrizio rimase molto colpito dal mio primo album ‘Nastro giallo’ e da un percorso legato al rock caratterizzato da un’estetica e da una poetica differenti rispetto a quelle della canzone d’autore tradizionale. Ad affascinarlo fu anche il mio variegato bagaglio culturale: mio padre, infatti, era un surrealista, un insegnante di lettere amante di poeti come Éluard e Apollinaire. Penso che trovò in me innanzitutto uno stimolo e una scrittura capaci di toccare argomenti pure alti senza perdere un respiro popolare”.
Brani come “Andrea”, “Volta la carta”, “Quello che non ho”, “Fiume Sand Creek”, “Hotel Supramonte” divennero presenze fisse, o quasi, dei suoi concerti.
“Questo perché avevamo diverse affinità, condividevamo ad esempio la passione per la letteratura del realismo magico latinoamericano e la passione per autori come Márquez. Ma anche il legame con la tradizione e la musica popolare: ad esempio, in ‘Volta la carta’ rielaborammo una filastrocca dell’area lombardo-trentino-veneta, mentre per ‘Andrea’ mi lasciai ispirare da canti della Prima Guerra Mondiale ambientati nella mia terra d’origine, tra l’Adige e il Po”.
Cosa resta di quegli anni?
“Lavorare con Fabrizio era un vero laboratorio umano e artistico, fatto di lunghi confronti e tanta vita vissuta insieme. L’ispirazione per ‘Don Raffaè’, ad esempio, arrivò durante la lavorazione dell’album ‘Rimini’: nei tempi morti in studio ascoltavamo le cassette delle commedie di Eduardo De Filippo. Condividendo, inoltre, l’amore per il mondo contadino, girammo assieme la Sardegna alla ricerca di un’azienda agricola fino a trovare, in Gallura, quell’Agnata che poi acquistò”.
Uno dei cantautori più aperti al confronto e alle collaborazioni. Quella coi New Trolls, ad esempio.
“Già nel 1968, lavorando con Riccardo Mannerini all’album dei New Trolls ‘Senza orario senza bandiera’, Fabrizio aveva intuito l’importanza della scrittura condivisa. Quando andai a trovarlo alla sua prima tournée, al Caravel di Mantova nel 1975, mi colpì moltissimo la capacità della band di ‘suonare sulla poesia’, accompagnando testi importanti con grande sensibilità, un po’ come facevano Robbie Robertson e The Band con quelli di Bob Dylan”.
Forse anche per questo certi brani continuano a scavallare decenni e generazioni.
“Certe canzoni continuano a parlare al presente perché non sono semplici esercizi stilistici. Ho scritto ‘Fiume Sand Creek’, ad esempio, rievocando il massacro dei Cheyenne e degli Arapaho compiuto dalla cavalleria americana nel 1864. Il brano conserva una drammatica attualità perché parla dell’uccisione degli innocenti in guerra, un tema quanto mai urgente in un’epoca in cui le vittime dei conflitti sono sempre più spesso civili. I concetti di pietà e di misericordia laica che attraversano alcuni miei testi trovano, inoltre, un’applicazione diretta anche nelle tensioni sociali alimentate dalla crescente povertà”.
In che modo tutto questo trova posto nello spettacolo?
“Rifiuto l’approccio puramente calligrafico che hanno le cover band, portate ad eseguire arrangiamenti identici al disco, perché non ha senso allestire una galleria di fotocopie. Essendo coautore di testi e musiche preferisco reinterpretarli ex novo con la mia band trasformando, ad esempio, ‘Don Raffaè’ o ‘Quello che non ho’ in veri e propri blues. Non uso click né scalette rigide, ma adatto le esecuzioni al contesto e agli umori della serata, inserendo nello spettacolo anche brani della mia carriera solista”.
A proposito, tra i tanti, qual è il pezzo di Faber che avrebbe voluto scrivere lei?
“Probabilmente ‘Il pescatore’, per quel po’ di evangelico che riesce a muoverti dentro. Ma anche ‘Verranno a chiederti del nostro amore’”.