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Massimo D'Alema presenta “Eravamo Comunisti”: «Napoli una capitale del Pci ma qui anche la prima crisi»

October 18, 2026

«Napoli è stata una delle grandi capitali del comunismo italiano», dice ad un certo punto Massimo D’Alema riavvolgendo il filo dei ricordi come ha fatto ne «Eravamo Comunisti», per i tipi della Feltrinelli (si presenta domani alle ore 18 con l’autore presso il circolo Canottieri di via Molosiglio).

Voleva raccontare la storia del Pci o è la sua biografia?

«Ho scritto il libro 3 anni fa insieme ad un collega, Pietro Spataro, per ricostruire la mia attività politica da militante e dirigente. L’ho fatto anche su sollecitazione di mia moglie per lasciare traccia di quest’esperienza significativa. Poi mi ha convinto a pubblicarlo non solo l’insistenza di Carlo Feltrinelli ma anche il film su Berlinguer che è stato visto da moltissimi giovani. Ed ho avuto l’impressione che quella storia avesse ancora qualcosa da dire anche alle nuove generazioni. E così ho ripreso in mano i miei ricordi e ripescando i verbali di certe discussioni. Da qui un racconto generazionale evitando sentimentalismi e senza nascondere errori o asprezze».

Nel libro racconta di Berlinguer a Fuorigrotta nel ‘76.

«Era il comizio finale della festa dell’Unità e c’era stato il grande risultato delle elezioni di quell’anno. Fu un comizio straordinario ma anche il primo momento in cui si manifestò un primo scollamento tra il Pci ed i suoi elettori».

In che senso?

«Berlinguer si trovava a dover spiegare, nonostante il gran risultato, il sostegno al governo Andreotti. Che fu un’esperienza complicata. E si manifestò la prima rottura con la base e con i giovani specialmente. Ed al successivo voto a Castellammare di Stabia perdemmo un sacco di voti. Era il primo segnale di malessere dei lavoratori nei nostri confronti. E ne discutemmo in direzione di quell’arretramento a Castellammare: il Pci passò dal 45,8 del ’76 al 33 per cento».

Cosa si era rotto in quella che era la Stalingrado del Sud?

«Era il segno del malcontento verso il nostro mondo: gli operai non erano più disposti a portarsi sulle spalle la gran parte dei sacrifici. Il Paese era in un momento difficile, ed il partito sosteneva austerità. Eppure, guardi, in quegli anni avvennero cambiamenti di grande portata come la riforma sanitaria del 1978. E se uno vede i dati osserva come in quegli anni si riducono le diseguaglianze proprio grazie alla riforma sanitaria ed a quella delle pensioni. Ma malgrado questo ci fu una delusione molto forte nel Mezzogiorno. E si capì già da Fuorigrotta: la folla in alcuni passaggi mormorava invece di applaudire Berlinguer».

Lei ricorda la scuola “migliorista” di Napoli: da Giorgio Amendola a Gerardo Chiaromonte passando per Napolitano.

«I miei rapporti con Napoli sono stati più intensi dopo il 1992 però con i napoletani il legame è stato sempre fittissimo. Chiaromonte, uno dei miei maestri, era un uomo di grandissima apertura e curioso dal punto di vista intellettuale. E se avevo uno scontro, con i vertici del partito, mi rivolgevo a lui che, da responsabile dell’ufficio di segreteria, era il numero due del Pci. L’altro mio riferimento, più a sinistra nel gruppo dirigente del Pci, era Aldo Tortorella, un’altra mia sponda verso i vertici quando ero segretario della Fgci. E certamente con Giorgio Napolitano ho discusso e collaborato per tutta la vita. Lo andai a trovare a casa quando io compii 70 anni e avemmo modo di stare insieme e di rievocare le nostre vicende in una lunghissima e appassionata conversazione: peccato non aver registrazione di quella conversazione. E poi Antonio Bassolino».

Con cui i rapporti ad un certo punto si guastarono un po’?

«Non direi. Occhetto mi incaricò di andare a seguire le comunali del ‘93 e dovetti affrontare non poche resistenze nella borghesia napoletana che riteneva come un funzionario di partito non fosse una soluzione adeguata per fare il sindaco di Napoli. Andai a convincerli, salotto per salotto, e poi si innamorarono di lui nel periodo d’oro. Da lì un grande rapporto».

E lo chiamo’ al governo.

«Sì. E non vi furono dissidi se non per ragioni squisitamente politiche come al congresso di Firenze quando lui e altri presentarono un emendamento contro il nucleare ed io votai contro. Anche nella Svolta avemmo posizioni in parte diverse, ma il Pci era un partito dove si poteva discutere di politica anche in modo appassionato ma si restava amici».

A Napoli lei è capolista alle Europee 2004 e alle politiche 2008 con rifiuti per le strade.

«Alle Europee decidemmo di fare la lista Uniti per l’Ulivo per rilanciare il progetto unitario d’intesa con Prodi, allora presidente della Commissione europea. Presi 840mila voti e Napoli fu molto generosa con me».

Non andò bene invece nel 2008. Chi glielo fece fare?

«Certo fu una campagna elettorale molto difficile e alla fine vinse Berlusconi. A Napoli c’era la crisi dei rifiuti e bisognava che qualcuno andasse a dare una mano. Me lo chiese Veltroni: non fu una campagna facile e tuttavia il partito a Napoli prese il 35 per cento dei voti. Visto il momento un buon risultato. Io fui eletto sia in Puglia che a Napoli ma optai per la mia regione perché non ero qui per prendere un posto».