«Oggi ho la voce, tra un mese magari non l'avrò più». A dirlo è Matteo Materazzi che ha raccontato la lotta contro la Sla. Ospite di Silvia Toffanin a Verissimo, l'ex calciatore ripercorre il momento della diagnosi, arrivata due anni fa, e il viaggio di un mese e mezzo negli Stati Uniti per accedere a una cura sperimentale.
Il viaggio negli Stati Uniti
«Ho una malattia infame, ogni giorno ti toglie qualcosa», confessa Materazzi, che nonostante tutto cerca di continuare a lavorare e a godersi la vita. «Sono arrivato all'età di 50 anni stando bene, mi reputo fortunato, tra virgolette. Ho costruito una famiglia, ho avuto dei figli». Il pensiero più doloroso, però, è rivolto ai bambini che incontra negli ospedali: «Sto male quando vado negli ospedali e vedo bambini che hanno una malattia come la mia, quello è un problema».
La Sla, confessa, gli ha cambiato la prospettiva, ma non la voglia di andare avanti: «Il destino ha scelto di farmi vivere così, ho una testa lucidissima. Nei limiti del possibile mi do da fare: mi piace vivere». Il viaggio negli Stati Uniti è stato possibile grazie alla generosità di amici che non immaginava di avere. E la sua speranza va oltre la propria condizione: «La cura non serve a me, ma ai nostri figli. È una malattia genetica, oggi è mia ma domani potrebbe essere loro. Vorrei che ci fosse un'arma per combatterla».
Il supporto di Maura
Accanto a lui c'è la moglie Maura, diventata un punto di riferimento fondamentale in un momento in cui tutto sembrava crollare. «Ci eravamo separati quando mi sono ammalato.
Io ero anche in un periodo di depressione, lei ha avuto la forza di farmi tornare», racconta Matteo. Una vicenda che ha cambiato anche il loro rapporto, come spiega la donna: «Con Matteo siamo insieme da 30 anni, è la mia famiglia. Abbiamo riscoperto di amarci molto, nel male ci sono anche situazioni positive».La diagnosi era arrivata a settembre, due anni fa, dopo mesi di incertezza: già da marzo Matteo aveva iniziato a zoppicare, senza che si riuscisse a capire la causa. «La Sla si scopre andando per esclusione, non c'è un esame che diagnostichi la malattia. Ci abbiamo messo un po', alla fine abbiamo saputo che si trattava di Sla», ricorda Maura. Ora, dopo il trattamento sperimentale negli Stati Uniti, la famiglia riferisce di aver osservato un rallentamento della malattia, pur senza voler alimentare aspettative eccessive. «Non vogliamo dare false speranze a nessuno», precisa Maura. Si tratta di una cura personalizzata, per accedere alla quale è stato necessario attendere un anno. Matteo è stato il primo a sottoporsi a quel protocollo e ora la famiglia spera che la ricerca possa aprire una strada anche per altri pazienti, senza costringerli a volare oltreoceano.
La lettera
La lettera di Maura commuove Matteo, che non riesce a trattenere le lacrime mentre ascolta le parole della moglie. Un momento intenso, in cui anche lei si lascia andare all'emozione ripercorrendo la famiglia costruita insieme e la forza con cui lui sta affrontando la Sla. «Abbiamo tirato su due figli per bene e tu sei stato un bravissimo papà, tenendo fede alla promessa che avevi fatto: esserci sempre. Sono molto fiera di come stai affrontando tutto questo», gli scrive.
Maura ricorda anche quanto il marito temesse la malattia dopo la perdita della madre, poi lo invita a continuare a lottare: «Quindi continua così, perché comunque andrà sarà un successo». La chiusura è una promessa destinata a durare per sempre: «Non è finita finché non è finita e io credo che non finirà mai».
Ultimo aggiornamento: domenica 25 ottobre 2026, 17:53
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