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Mauro Pagani, viaggio nella memoria: “Resto un fuggiasco senza rifugio. Ricerco l’essenziale. Come Faber”

October 13, 2026

Milano – L’aviatore è abituato ad avere come unico limite la linea dell’orizzonte. Ed è forse anche per questo che Mauro Pagani, figlio d’un pilota d’idrovolanti, ha sempre confezionato alla sua musica robuste paia d’ali per volarsene lontano. Ma un giorno di gennaio di sei anni fa nella sua mente quel confine dove il blu tocca il blu s’è improvvisamente ristretto, costringendo il musicista, arrangiatore e produttore di Chiari a vagare tra gli avanzi di vita rubati dalla malattia alla ricerca di nomi, facce, ricordi da riallineare con pazienza per ricomporre il puzzle. Il risultato di questo viaggio nella memoria delle persone e delle cose care trova posto in “Tutto è già qui”, l’album che da venerdì lo riporta sul mercato del disco. Registrato da Pagani nelle sue Officine Meccaniche sul Naviglio Grande, l’album viene presentato il 24 ottobre (ore 16) al Novegro Vinile Expo, al Parco Esposizioni di Novegro.

Mauro, perché ci sono voluti ventitré anni per aggiungere un nuovo capitolo alla sua discografica solista?

“In realtà tutto questo tempo è volato senza che me ne accorgessi, anche perché l’ho occupato facendo molte cose: comporre cinque o sei colonne sonore per il cinema, scrivere un paio di libri e produrre diversi dischi. Ho sempre avuto l’abitudine di registrare e mettere da parte qualsiasi idea mi girasse per la testa, anche senza un obiettivo di utilizzo immediato. Ad un certo punto, verso la metà dell’anno scorso, ho sentito il bisogno fisico di mettere assieme questi appunti, completando i testi dove serviva”.

Tre canzoni da inserire subito nella playlist?

“Direi ‘Rotta orientale’, brano che racconta la triste sensazione che ho provato di fronte alle vicende dei siriani costretti a partire per mare, a cui non veniva concesso neppure di rientrare nei propri territori, ma anche ‘Lunedì’ e ‘Tutto mi manca’”.

Dove ha trovato rifugio il “fuggiasco” raccontato da Cristina Mainardi nel suo documentario “Andando dove non so” programmato dieci giorni fa da Rai Tre?

“Un vero rifugio non l’ho mai trovato, altrimenti che fuggiasco sarei? Tuttavia, come tutti i girovaghi, mi sono abituato a trovare delle tane di passaggio. Una di queste è stata New York, dove mi sono fermato per quattro anni a studiare. Anche la lettura è un buon rifugio: Márquez, Pavese o Baricco mi offrono pause capaci di farmi sentire una persona più intelligente di quella che sono”.

Nel 2009 la sua “Domani” divenne “Domani 21/04.09”, fulcro del progetto per il popolo d’Abruzzo colpito dal terremoto.


“Di fronte a ciò che era successo, dovevamo agire subito e trovare un pezzo già pronto e finito, senza aspettare un brano inedito da sottoporre all’approvazione di 50 o 60 persone. Io avevo molto amore per ‘Domani’, brano che, a mio avviso, sei anni prima non era stato compreso e valorizzato per il suo valore reale. Così proposi d’interpretare quello. A Sangiorgi e Jovanotti l’idea piacque, come piacque agli altri 54 protagonisti del progetto. Dover gestire in soli tre giorni così tanti artisti coi rispettivi manager e discografici fu complicato, ma bellissimo”.

Le tre più grandi soddisfazioni artistiche della sua carriera?

“Innanzitutto, la collaborazione con Fabrizio De André: quattordici anni insieme che nella mia vita hanno pesato tantissimo. Un conto, infatti, è lavorare al fianco di una persona molto brava, un altro farlo col più bravo di tutti. Artista sempre alla ricerca dell’essenziale, Faber mi ha insegnato una regola d’oro: quando non sai cosa mettere, togli. Seconda soddisfazione, la collaborazione con Arisa a ‘La notte’. Quando la casa discografica mi propose di fare qualcosa con lei, chiesi di ascoltare i provini che avevano nel cassetto. E ‘La notte’ era già lì, che brillava da sola anche se nessuno se n’era ancora accorto. Col tempo, penso sia divenuta un vero classico. Come terzo metterei il lavoro realizzato sui due album-tributo a Francesco Guccini ‘Note di viaggio’, perché ho avuto a disposizione tanti artisti straordinari che spesso hanno scelto da soli i brani da cantare in base ai propri ricordi e alle proprie avventure emotive, mettendosi nelle condizioni migliori per dare il massimo”.

Non sempre le cose vanno come dovrebbero. Ce l’ha un rimpianto?


“Sì, aver dovuto dire di no a Gabriele Salvatores (con cui ha lavorato alle musiche di cinque film tra cui ‘Puerto Escondido’, ‘Nirvana’, ‘Educazione siberiana’, ndr) quando nel ’91 mi chiese di comporre la colonna sonora del futuro film da Oscar ‘Mediterraneo’. Purtroppo, il mio editore di allora si oppose facendo valere un contratto di esclusiva che mi costrinse a declinare l’invito”.

Che cosa le è rimasto addosso del Mauro anni ‘70, violino ribelle della Premiata Forneria Marconi?


“La meravigliosa incoscienza di quel periodo e di una musica bellissima che per anni è stata la più affascinante del mondo: il rock progressivo. Ricordo l’energia e la forte identità condivisa, tanto con realtà italiane che inglesi. Con la Pfm per un bel po’ di tempo riuscimmo a scrivere musica straordinaria. Poi, purtroppo, molti di noi del prog iniziarono a suonarsi addosso, a ripetersi. Ci sentivamo invincibili. Scoprimmo sulla nostra pelle che quando disponi di così tanta libertà, occorre imparare a controllarsi, ad educarsi e a tenere a freno l’ego”.