Home > Salute > Max Parisi negli Usa per il farmaco contro il tumore al pancreas: “Ero pronto a morire ma sono ancora vivo al contrario delle previsioni”
Un viaggio ricco di incognite, per il 58enne giornalista, che finora però ha dato risultati sorprendenti
Mentre in Italia sono appena partite le sperimentazioni sul nuovo farmaco contro il tumore al pancreas, c’è chi è volato in Arizona perché il tempo di aspettare non ce l’aveva proprio. È la storia di Max Parisi, 58 anni, giornalista e speaker di Radio Monte Carlo papà di due splendide ragazze, che da due anni deve fare in conti con la malattia. I medici a fine luglio gli avevano dato poche settimane di vita ma grazie alla perseveranza di sua moglie e di suo fratello, Max ha deciso di tentare un’avventura negli States per quella che poteva essere la sua ultima opportunità.
Un’opportunità che si chiama Rasonque, nome commerciale di daraxonrasib, il nuovo farmaco orale sviluppato da Revolution Medicines per una delle forme più aggressive e difficili da trattare di tumore del pancreas, che dal 26 agosto è stato approvato ufficialmente dalla Food and Drug Administration, l’agenzia federale statunitense che si occupa della regolamentazione dei prodotti alimentari e farmaceutici. “Per me era o scelgo la morte o scelgo di provare questa strada che comunque ha molte incognite”, ha spiegato Parisi ai microfoni di LaPresse. “Io ero pronto a morire, devo tutto a mia moglie e a mio fratello: sono loro che hanno fatto questo percorso di ricerca del farmaco che poi è sfociato in questa opportunità e sono stati loro comunque a credere nella possibilità di darmi una seconda chance. Spesso quando sei più vicino alla morte che alla salvezza, preferisci abbracciare la morte, dà un senso di sicurezza. Le incognite su tutto questo viaggio erano tantissime. Io avevo proprio paura di non arrivare neanche a fine viaggio”.
La partenza per Phoenix e l’inizio delle cure
Max è partito per Phoenix il 6 settembre con un messaggio molto significativo lasciato sui social: “Partire è un po’ morire, scriveva Haraucourt. Partire è un po’ cercare di allontanare la morte scrivo io oggi”.
Dopo pochi giorni ha iniziato le cure con risultati che sono stati superiori alle attese. “Quando sono partito, per me il tempo cominciava a esaurirsi e anzi ho iniziato la cura, forse anche un 3-4 giorni in ritardo perché a un certo punto a metà settembre il mio fegato aveva già alzato bandiera bianca – ha raccontato – Però l’incredibile risultato che mi ha regalato questo farmaco mi ha permesso di superare questa crisi e oggi sono ancora vivo, al contrario di quello che era la previsione indicata da dagli oncologi che mi avevano dato fine settembre come data ultima”.
Parisi ha potuto anche rinunciare agli antidolorifici a cui aveva già dovuto fare ricorso visto che aveva iniziato il processo per le cure palliative. “Ero ormai a delle dosi di morfina quotidiane, quindi avevo bisogno comunque di un supporto perché il tumore stava espandendosi in maniera molto evidente. Adesso sono tornato, diciamo, indietro di un paio di mesi e posso cavarmela con una tachipirina. È un risultato in soli 15 giorni di assunzione del farmaco, direi molto importante”.
Le prospettive sono di allungare la sopravvivenza e non solo, anche se Max ovviamente non si illude dopo due anni in cui tutte le risposte del suo corpo alla medicina erano “schiaffi in faccia”. “Il mio oncologo di Phoenix, ritiene che proseguendo la cura, diciamo fino alla fine del tumore, uno arriva alla guarigione. È ovvio che come livello di informazione è sbagliato dire che guarirai. Perché potrebbe intervenire qualsiasi tipo di problema. Il tumore a un certo punto potrebbe diventare resistente, quindi non è detto che non ci siano difficoltà – ha continuato – devo dire che adesso, ripeto, non guardo sul lungo periodo, però adesso mi posso permettere di guardare davvero. Non dico il mese, però le due settimane, tre settimane sono un orizzonte che adesso mi corrisponde”.
I costi e la raccolta fondi
Una strada ricca di incognite e molto costosa. Una fornitura mensile di Rasonque costa 42 mila dollari a cui si devono sommare le visite oncologiche , le TAC. Max per far fronte a queste spese ha dato il via a una raccolta fondi che in pochi giorni supera i 115 mila dollari. “Un risultato incredibile, non credevo di suscitare tutto questo interesse – ha raccontato – anche perché ne abbiamo fatto un po’ una battaglia anche generale, non solo mia, sperando di attirare l’attenzione su un problema che secondo me è importante perché riguarda migliaia e migliaia di pazienti”.
Migliaia di pazienti che non hanno i mezzi per intraprendere il viaggio e che rischiano di non avere tempo di aspettare l’approvazione della cura. In Italia ci sono 4-5 ospedali stanno portando avanti sia la sperimentazione di fase 2 sia quella di fase 3. “Il problema è che la fase 3 è il processo conclusivo della parte sperimentale. Poi c’è tutta la parte di approvazione dove tutti i dati vengono raccolti, si fanno le valutazioni in base a quelle che sono i rischi e i le opportunità che dà questo farmaco e poi arriverà una decisione – spiega Parisi – Fino adesso ho ricevuto molte porte in faccia, nel senso che in Italia si parla comunque di una tempistica di approvazione che può arrivare forse con tanto ottimismo e un po’ di fretta alla metà del prossimo anno. È chiaro che per me, per esempio, sarebbe stato condannarmi a morte. Penso a moltissimi malati che, come me, sono in una fase terminale e non hanno più nessun appiglio a cui potersi aggrappare”.
Qualcosa però si muove, Aifa ha avviato una interlocuzione con l’azienda produttrice del nuovo farmaco per attivare un programma nazionale di uso compassionevole. La speranza è che i tempi si riducano per permettere a molti malati di avere un’opportunità in più.