Quando Giorgia Meloni fa capolino dal fondo palco a sorpresa, dietro le spalle di Raffaele Fitto, il terminal crociere del porto di Bari si infiamma in un’ovazione al grido di «Giorgiaaaaa», che si propaga dalla prima all’ultima fila come un’ola da stadio. Gli interventi dei due vicepremier procedono a singhiozzo - «problemi tecnici», si rammaricano gli organizzatori – ma poco importa al popolo di Fdi arrivato sin qui, nella “terra di dove finisce la terra”, prendendo in prestito le parole di Vinicio Capossela per la sua Puglia, con l’obiettivo di celebrare il record dei record: 1413 giorni alla guida di Palazzo Chigi, Meloni a capo del governo più longevo della storia della Repubblica. Un uomo ha tatuato il suo volto sul braccio, lo mostra con orgoglio. Spunta anche l’ex compagna di Berlusconi, Francesca Pascale: «Silvio sarebbe stato orgoglioso», si dice convinta. E poi c’è la gara a chi indossa la maglietta più bella, le scritte col pennarello a mo’ di dichiarazione d’amore: «Giorgia ti amo», «Scappa con me». E lei, in un intervento che dura un’ora tonda tanto da indurla a stoppare gli applausi - «a ragà, è lunga, qua famo notte - mette in chiaro che di scappare non ha nessuna intenzione.
Ai suoi dice che «bisogna pedalare», più e meglio di quanto fatto finora. Ma di arretrare non ha intenzione nemmeno per idea, e sembra rispondere per le rime a chi la descrive stanca, provata da 4 anni trascorsi sull’ottovolante. Meloni mette in fila i tanti inciampi - le guerre, le alluvioni, gli attacchi cyber, il sisma nei campi flegrei, la paralisi dello stretto di Hormuz – per rivendicare di aver tenuto botta, consegnando al Paese una «stabilità che vuol dire anche meno spread, miliardi tolti ai mercati e messi nelle tasche degli italiani». Chi si aspettava il colpaccio a sorpresa, il coniglio pronto ad esser tirato fuori dal cilindro, resta deluso: tante rivendicazioni, nessuna promessa in salsa elettorale. Se non quella di dare il massimo fino all’ultimo minuto utile. E anche poi, se gli italiani le rinnoveranno la fiducia. «Alla nostra classe dirigente dico che dobbiamo fare più e meglio – dice – ma a chi intende ostacolarci dico: "mettetevi comodi, non avete capito con chi avete a che fare"».
Tra un passaggio e l’altro tanti intermezzi in suo stile, che scaldano la platea, come quando risponde al telefono alla figlia Ginevra: «amore, ti richiamo. È mia figlia scusate, m'ha fatto tre telefonate...». Dunque torna a mettere in fila quanto fatto in questi quattro anni, duri, intensi, complicatissimi: «Ci sono stati giorni che mi è sembrato di nuotare dentro la colla». Rivendica i dati sull’occupazione, soprattutto i numeri che raccontano sempre più donne a lavoro. I passi in avanti sul Pnrr e sui fondi per la coesione, il bonus energia per le imprese. Gli sforzi sulla sanità, compresa la battaglia sulla liste d’attesa senza fine, «non è che le abbiamo create noi, le abbiamo avute in eredità - mette in chiaro –, ma almeno ci siamo posti il problema di come uscirne». Difende anche la legge elettorale che punta a portare a casa, nonostante sia un tema che ha poco appeal, ma lei assicura serva al Paese come scudo alla stabilità, «niente ribaltoni e manovre di Palazzo». Di politica estera parla poco, nonostante sia uno degli assi nel suo mazzo: niente Ucraina, nessun accenno ai rapporti sfilacciati con Donald Trump. Ma vanta di aver portato l’Europa sulla sua strada: «Ci hanno detto che le nostre posizioni erano impresentabili non nella civiltà europea. Oggi quelle posizioni sono legge europea e quindi sono la civiltà politica europea, ci copiano tutti».
LA DIFESA NECESSARIA
Reclama anche le scelte sulla difesa, vale a dire più spesa, «scelte impopolari ma necessarie. E chi racconta il contrario vi mente». Rivendica di aver fatto le riforme, «con buona pace di chi sostiene che no, che non abbiam fatto nulla». Ma è soprattutto quando punge il centrosinistra che Meloni accende la piazza, l’applausometro al porto di Bari raggiunge le vette più alte. E lei ne ha per tutti, con la «lotteria degli scontrini di Conte», quando, «signora mia, si stava meglio quando c'erano loro: il salario era minimo davvero, i banchi a rotelle arrivavano in orario, potevi lasciare la porta aperta, tanto anche se la chiudevi la occupavano comunque». Una sinistra in cui «non sono d'accordo neanche sulle primarie», che ha «orrore degli operai» (vedi Bonaccini) e che «usa l'antifascismo come arma di distrazione di massa per agguantare il potere» (vedi il lodo Speranza che ha proposto come premier “di bandiera” «un partigiano»). Si toglie il consueto sassolino dalla scarpa sulle toghe, perché è difficile garantire più sicurezza se «dopo 48 ore il giudice rimette in libertà un uomo accusato di aver violentato una ragazzina di 13 anni». Mentre Vannacci, spauracchio del centrodestra, resta l’innominato, ma anche a lui Meloni non risparmia una stoccata, forse la più amara di tutte. «L'orrore che ha strappato ieri la vita a Lorena - dice - ci stringe il cuore e ci ricorda che il femminicidio esiste e come se esiste. Nel femminicidio c'è un'aggravante: si uccide una donna perché osa essere libera, non è cristiano». Ma è vannacciano, altroché se lo è. E la campagna elettorale passa anche da qui.
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