Camicie all'italiana e doppiopetto blu, scarpe in vero cuoio e guanti bianchi, pantaloni «con le pences» ma guai a chi gira con i «risvoltini»: orrore! È il "Dress Code Meloni", il codice di stile e di alta moda che la premier e il suo entourage hanno stilato per i funzionari di Palazzo Chigi. Un decreto pubblicato giovedì sera e visionato dal Messaggero apre uno spaccato inedito sulle regole di buon costume sartoriale richieste dalla prima donna premier italiana e dai suoi ministri ai propri collaboratori.
I destinatari sono i dipendenti di Palazzo Chigi che fanno "anticamera", ovvero sostano in prossimità dello studio della premier e dei ministri senza portafoglio. E il nuovo codice, in vigore da metà legislatura ma svelato solo ora dal governo, risponde alla «necessità di procedere ad una nuova regolamentazione in materia di uniformi del personale addetto alle anticamere in servizio presso la Presidenza del Consiglio dei ministri, per un opportuno adeguamento dei capi di vestiario alle nuove esigenze del servizio».
Niente sciatteria e guai a chi porta le sneakers, tanto di moda tra i parlamentari che solcano i corridoi di Montecitorio e Palazzo Madama. Il "dress code" Meloni per i funzionari unisce l'eleganza sartoriale italiana a una spruzzata di patriottismo. Che si traduce nella previsione di «un tricolore sul revers destro» dei due «vestiti a doppio petto di colore blu scuro completi di giacca a sei bottoni, con due fregi da spalla color argento» richiesti ai funzionari del palazzo.
Segue descrizione dettagliata nei minimi particolari del vestiario richiesto a chi fa anticamera, oltre che alla premier, ai vice Matteo Salvini e Antonio Tajani come ai colleghi in Cdm. «Quattro pantaloni senza risvolto e con pences, otto camicie di colore bianco in popeline di cotone (gr. 120/m) con collo all'italiana, due paia di scarpe nere con tomaia e suola in vero cuoio, otto paia di calzini blu in filo di scozia, due papillon/foulard blu scuro in pura seta». Ed ecco servito il nuovo guardaroba di Palazzo Chigi, descritto al millimetro nel decreto che ha firmato a suo tempo il sottosegretario Alfredo Mantovano.
I ritocchi al "codice Renzi"
Meloni non è il primo presidente a scegliere di dare una ventata nuova allo stile del palazzo. A lasciare il segno sartoriale sulle divise e i completi blu di chi presidia e custodisce le stanze che affacciano su Piazza Colonna. L'ultimo a provarci era stato Matteo Renzi nel 2015, a un anno dalla campanella scambiata con Enrico Letta. Quando con un decreto chiese di rivoluzionare il parco-vestiti dei dipendenti «nell'ottica di ispirarne lo stile a canoni di maggiore sobrietà e attualità».
Il codice Meloni non stravolge, semmai arricchisce il decalogo di stile firmato Renzi. Non lascia, anzi raddoppia. Se all'ex premier di Rignano sull'Arno bastavano quattro camicie, quattro paia di calzini e un solo paio di scarpe per i grand commis di palazzo, l'attuale governo ne chiede il doppio. E ancora: per il canone Renzi una sola mise bastava per tutto l'anno. Mentre il nuovo dress code abolisce il vestito "quattro stagioni". «Il vestiario è previsto in una foggia invernale ed una estiva di pura lana vergine con peso della stoffa adeguato alla stagione: in primavera/estate fresco di lana (gr.210/m), in autunno-inverno in tessuto di pura lana vergine pettinato (gr. 250/m)». Nulla è lasciato al caso. Neanche la grammatura della lana. E i dettagli servono anche a chiarire la gerarchia del guardaroba d'ordinanza.
Tanto più si è vicini alle stanze che contano, tanto più esigenti si fanno le richieste di stile. Così se il grosso dei funzionari può farsi bastare camicie bianche, scarpe nere e calzini blu, a chi presidia gli uffici "da 90" è richiesta una qualità merceologica superiore: tricolori e fregi argentati, popeline, filo di Scozia, pura seta e vero cuoio. Ancora un anno e i dipendenti, così prevede il decreto, potranno abbandonare le loro uniformi. In attesa che il prossimo inquilino di Palazzo Chigi rimetta mano a questo galateo sartoriale.
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