
Roma, 18 ott. (askanews) – Il risultato più concreto dalla partecipazione al Consiglio europeo Giorgia Meloni lo ottiene a margine del summit: il via libera della Commissione (dopo mesi di trattative) al decreto bollette, approvato nel febbraio scorso. “È stata una trattativa lunga ma costruttiva – ha spiegato la premier al termine dei lavori – che ci ha portato a trovare una soluzione, ed è molto importante perché questo ci consente di intervenire sulla generazione del prezzo dell’elettricità e sull’impatto che il costo del gas ha sul prezzo dell’elettricità e quindi soprattutto in questi giorni, soprattutto nell’attuale contesto, ci consente sostanzialmente di intervenire per abbassare le bollette. Lo considero molto importante”.
Per il resto è stato un Consiglio molto complesso, più lungo del previsto, a tratti aspro e segnato dalle contrapposizioni tra gli Stati membri su molti temi. La presidente del Consiglio si è presentata a Bruxelles con due obiettivi principali: interventi sul costo dell’energia (a partire dalla battaglia sull’ETS) e passi avanti sui migranti.
Sul primo punto il risultato è il minimo ma allo stesso tempo il massimo possibile: inserire il tema nelle conclusioni. Del resto sono molti i Paesi, in particolare quelli del Nord ma anche Spagna e Portogallo, che non vogliono deviare dagli obiettivi della decarbonizzazione, contestando ai Paesi che, come l’Italia, chiedono un ‘ammorbidimento’ di non aver fatto abbastanza sulle rinnovabili. Il risultato esposto nelle conclusioni è un compromesso tra “l’imperativo fondamentale di ridurre la dipendenza dell’Ue dai mercati volatili dei combustibili fossili” e l’invito, “nel contesto dell’attuale revisione del sistema ETS” a “proteggere efficacemente l’economia”. Sull’ETS2 il Consiglio invita la Commissione “ad aggiornare la valutazione di tutti gli impatti”, senza però impegni stringenti. Alla fine Meloni mostra il bicchiere mezzo pieno: “Sono contenta che nelle conclusioni del Consiglio europeo entrino diverse questioni che avevamo posto nelle scorse settimane. C’è il riferimento al Market Stability Reserve, il riferimento agli Ets2, alla necessità di valutare tempistica e salvaguardie, c’è il riferimento alla revisione ETS2 che è particolarmente urgente”.
Legato al tema del costo dell’energia c’era la richiesta di flessibilità avanzata dalla premier a fronte della fiammata dell’inflazione. Ha posto il tema, per quanto non all’ordine del giorno, anche in un incontro con la presidente della Commissione Ursula von der Leyen, dicendosi poi “ottimista”: “Penso ci siano i margini per avere maggiore flessibilità”. Ma qui un percorso è tutto da costruire e il suo “ottimismo”, al momento, non pare suffragato da reali intenzioni.
Sui migranti, la premier era determinata a porre sul tavolo il tema dei cosiddetti “pull factor”, ovvero quei fattori che si ritiene siano attrattivi per i migranti irregolari. Come, ad esempio, la politica di regolarizzazioni portata avanti dalla Spagna. Alla vigilia molti si attendevano uno scontro frontale con Pedro Sanchez. E in effetti nel corso del confronto (“un brutto dibattito”, lo ha definito Emmanuel Macron) i toni sono stati anche accesi, con Meloni e l'”amica” danese Mette Frederiksen sullo stesso fronte. Il presidente del Consiglio europeo Antonio Costa avrebbe voluto limitare a una riga il testo delle conclusioni sul tema, richiamando i risultati dei summit precedenti. Alla fine le righe sono diventate sette e non tutte piacevoli per la presidente del Consiglio. Che nel suo punto stampa è attenta a citare solo la parte a suo favore, quella in cui si parla dell’impegno a sviluppare “un quadro di emergenza” per la gestione di eventuali crisi, “ad esempio quello che abbiamo visto accadere a Ceuta”, dice. Non cita però la parte, sostenuta dalla Francia ma non solo, in cui si afferma che tali strumenti di emergenza dovranno servire anche “ad affrontare ogni forma di strumentalizzazione”. Ovvero “quel che ha fatto l’Italia sospendendo Schengen”, sottolinea un diplomatico europeo, aggiungendo, senza mezzi termini, che è stata “una brutta mossa propagandistica che deve finire”.
Su questo, Meloni, si è trovata quasi isolata, tanto che tra una settimana si tornerà, più o meno alla normalità. La sospensione di Schengen, scaduta la notte del 15, è stata prorogata di 7 giorni, per “allinearla” alla contromisura spagnola. Nel frattempo si tratterà. “Ho parlato con Sanchez – ha spiegato la premier – e abbiamo deciso di far lavorare la prossima settimane i nostri ministri dell’Interno per sostituire le misure in essere con altre forme di cooperazione, stiamo andando verso un altro tipo di soluzione ma andando avanti con il monitoraggio per garantire il funzionamento di Schengen e la difesa dei confini della nostra nazione”. Una tregua, insomma.
Sulla questione migranti, peraltro, a Bruxelles si specula su un possibile ‘raffreddamento’ dei rapporti tra Meloni e Frederiksen che anche se su sponde politiche opposte hanno sempre lavorato insieme in favore di una linea dura, anche promuovendo gli incontri dei Paesi favorevoli alle cosiddette “soluzioni innovative”. “Da parte italiana sembra emergere una qualche presa di distanza da Copenaghen – spiega una fonte europea -. Forse per il fatto che la Germania sembra voler escludere Roma dai progetti pilota sui return hubs, a cui partecipa la Danimarca, fino a che non sarà risolta la questione dei dublinanti”, ovvero quei migranti irregolari che Berlino vorrebbe rispedire in Italia in quanto Paese di primo approdo. Solo rumors maligni? Questo andrà verificato. Un dato di fatto è che Frederiksen a Bruxelles haa cambiato hotel: da questo Consiglio soggiorna all’Amigo, come Meloni ma anche Merz (e Macron). Scelta di pura hotellerie o segnale politico da decifrare?
Di Alberto Ferrarese