Norbello.
17 agosto 2026 alle 00:56
Marco Ponturo: ho un tumore dovuto a quel che ho toccato e respirato da militareLa sua storia sta facendo il giro del web, generando indignazione e solidarietà. Marco Ponturo, ex soldato di Norbello oggi 39enne, nel 2013 venne congedato all’improvviso dopo la diagnosi di un tumore al colon, rarissimo alla sua età. Da allora combatte su due fronti: quello sanitario e quello burocratico, per ottenere il riconoscimento della “causa di servizio e dello status di vittima del dovere”. La sua vicenda è ora arrivata alla Corte di Cassazione del tribunale del lavoro.
La storia
«Sono stato congedato come uno scarto e senza riconoscimento. Non voglio pietà, solo che questa storia arrivi alle istituzioni prima dell’udienza definitiva. Nessun altro deve vivere quello che sto passando io», precisa Ponturo. «Mi sono arruolato nel 2007 ed ho prestato servizio a Capo Teulada e poi a Sassari come missilista. Erano anni di addestramenti duri, poligoni, missioni». E di esposizioni a sostanze che oggi lui indica come la possibile causa della malattia: «Usavamo solventi a base di benzene, nessuno ci diceva niente». Poi arriva l’Afghanistan: «Stress altissimo, condizioni igieniche precarie. Stavi lì e facevi quello che ti dicevano. Non immaginavo che il conto sarebbe arrivato così presto. Un calvario tra ospedali, chemio, interventi. Ho fatto degli esami e il risultato è stato chiaro: intossicazione cronica da metalli pesanti come alluminio, piombo, titanio, rutenio, torio. E hanno escluso predisposizioni ereditarie. Da dove veniva? Da quello che ho respirato e toccato per anni in divisa».
Il ricorso
Ponturo presenta ricorso ma la risposta è sempre la stessa: «Rientra nei compiti d’istituto». «Mi hanno detto che le attività erano normali mansioni. Che quindi non c’era nesso». Nel 2025 arriva una svolta: il Consiglio di Stato emette una sentenza che stabilisce come, per i militari esposti a metalli pesanti, il legame con il servizio è presunto. «Vuol dire che lo Stato dovrebbe riconoscere. Invece no». Nonostante quella pronuncia, i tribunali territoriali continuano a respingere il suo caso. «La mia causa ora è in Cassazione. È l’ultima spiaggia. Se anche lì mi diranno di no, che messaggio diamo?».
Oggi è fitness coach, laureato in Scienze motorie, e lavora a Sassari. «Nei primi anni dopo il congedo sono rimasto senza lavoro da un giorno all’altro. Mi sono indebitato per pagare le spese legali. Ho fatto stagioni da bagnino, poi nel 2020 ho iniziato nel fitness e ho sconfitto il male. Sono un uomo libero e non voglio soldi, ma solo giustizia dal ministero della Difesa».
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