C’era una volta la battaglia di Hastings. Era il 14 ottobre 1066 e Harold, re d’Inghilterra, si trovò davanti l’esercito di Guglielmo, duca di Normandia, arrivato dall’altra parte della Manica per conquistare la corona inglese. Dopo una giornata di combattimenti, Harold fu ucciso e Guglielmo vinse: sarebbe diventato Guglielmo il Conquistatore, cambiando per sempre la storia d’Inghilterra. La cosa straordinaria è che qualcuno, quasi mille anni fa, decise di raccontare tutto questo non in un libro o in un dipinto, ma su una lunghissima striscia di lino ricamata con fili di lana.
Eccoci qui, quasi mille anni dopo, al British Museum di Londra, davanti alla Bayeux Tapestry durante la preview dedicata alla stampa.
Prima di tutto, una precisazione: non è propriamente un arazzo. È una broderie, un ricamo di fili di lana su tela di lino, lungo quasi 70 metri e alto circa 50 centimetri. È composto da 58 scene, con centinaia di personaggi, cavalli, navi, edifici, animali e dettagli della vita dell’XI secolo.
Per dovere di correttezza, bisogna ricordare che la Tapestry non è un documento neutrale, bensì propagandistico: racconta gli eventi dal punto di vista normanno e costruisce una narrazione precisa della conquista. Ci sono tradimenti, battaglie, morte, potere e legittimazione, è un’opera politica oltre che artistica.
E poi c’è la storia dietro la storia. L’opera fu probabilmente commissionata da Odo, vescovo di Bayeux e fratellastro di Guglielmo il Conquistatore, e secondo il British Museum fu probabilmente realizzata in Inghilterra da ricamatori inglesi, utilizzando anche disegni derivati da manoscritti di Canterbury.
Quindi è già un oggetto pieno di paradossi: racconta la conquista normanna dell’Inghilterra, probabilmente fu realizzata proprio in Inghilterra, fu commissionata da un uomo molto vicino al conquistatore normanno e prende il nome dalla città francese di Bayeux, in Normandia, dove è stata custodita per secoli.
Normalmente la Tapestry vive a Bayeux, in Normandia, nel museo dedicato all’opera, dove è esposta dal 1983. Il museo è stato chiuso nel settembre 2025 per un grande progetto di rinnovamento, con riapertura prevista nel 2027. Ed è proprio questo progetto ad aver reso possibile il prestito. Ma chiamarlo semplicemente “un prestito per ristrutturazione” sarebbe riduttivo.
Il suo arrivo a Londra è infatti parte di uno storico accordo culturale tra Francia e Regno Unito: la Tapestry, di proprietà dello Stato francese, è stata prestata al British Museum, e in cambio, il British Museum presta alla Francia alcuni dei suoi tesori anglosassoni più importanti: il celebre corredo funerario di Sutton Hoo e i Lewis Chessmen, gli straordinari pezzi degli scacchi medievali scolpiti in avorio di tricheco.
Per non far perdere il filo del racconto, dato che di fronte a 70 metri non e' facile tenere il segno, il British Museum ha costruito intorno alla Tapestry un percorso che aiuta a leggerla senza trasformarla in un semplice oggetto da contemplare.
A completare il percorso, una serie di oggetti, materiali e contenuti che preparano lo sguardo a ciò che si vedrà nella sala principale. Sopra la Tapestry compaiono interventi digitali e disegni che aiutano a leggere le scene, come se qualcuno prendesse il filo narrativo dell’XI secolo e ci disegnasse sopra una lente contemporanea. I dettagli vengono evidenziati, le figure vengono isolate, le scene diventano più comprensibili, e si crea un incontro curioso tra due mondi: il ricamo medievale e il digitale, ago e filo sotto. Schermo e immagini digitali sopra. Mille anni di distanza, nello stesso spazio.
Una volta arrivata davanti all'opera, la prima sensazione è che sia un film, solo che invece di essere girato, è stato cucito. Le immagini scorrono una dopo l’altra: Harold, Guglielmo, messaggeri, banchetti, navi che attraversano il mare, cavalli, soldati, armi, castelli, corpi che cadono. Le scene sono accompagnate da iscrizioni in latino che aiutano a seguire la narrazione.
È una specie di graphic novel medievale dove ogni immagine è stata costruita attraverso il lavoro lento e manuale del ricamo. E basta avvicinarsi per capire quanto sia incredibile.Non c’è la perfezione digitale, non c’è la fotografia, non c’è la prospettiva a cui siamo abituati. Ci sono linee, forme, colori e punti. Eppure tutto è immediatamente leggibile. Un cavallo è un cavallo. Una nave è una nave. Un re è un re. Una battaglia è una battaglia.
Il linguaggio è semplice, diretto, quasi grafico, ed è probabilmente anche per questo che, quasi mille anni dopo, continua a sembrarci così sorprendentemente contemporanea.
Poi c’è lei: la cometa. A un certo punto della narrazione, sopra la testa di Harold appare una stella con una lunga coda. È tradizionalmente identificata con la cometa di Halley, che fu visibile nel cielo nel 1066. Per noi è un fenomeno astronomico. Per chi viveva nell’XI secolo poteva essere un segno molto più inquietante: un presagio, un messaggio dal cielo, qualcosa che annunciava che stava per accadere un evento straordinario. E infatti la cometa compare proprio mentre la storia si prepara a cambiare direzione. Guardandola oggi, viene spontaneo pensare a quanto potrebbe essere un simbolo contemporaneo: un motivo da ricamo, una stampa, un jacquard, una decorazione su un abito.
La Bayeux Tapestry è piena di questi momenti. Se la si guarda con gli occhi della moda poi, la Tapestry diventa improvvisamente un’altra cosa.
È un archivio visivo dell’XI secolo ricco di tuniche, mantelli, cinture, calzature, copricapi, gioielli. Abiti più semplici e abiti che comunicano immediatamente potere e status. Ci sono armature, scudi, elmi, cotte di maglia. L’abbigliamento non è mai semplicemente decorativo: dice se sei un re, un guerriero, un nobile, un ecclesiastico o una persona comune. Il vestito, nel 1066, è già storytelling.
Un mantello può raccontare il potere. Un bordo decorato può suggerire ricchezza. Un’armatura trasforma il corpo in una struttura. Un abito può diventare immediatamente un codice di appartenenza, cosa che avviene tutt'oggi quando, attraverso la moda ci vestiamo per raccontare qualcosa di noi.
Guardando la Tapestry si possono quasi anticipare alcuni dei grandi gesti della moda contemporanea: il mantello che diventa cappotto, la cotta di maglia che diventa abito, il ricamo che diventa superficie narrativa, l’armatura che diventa costruzione del corpo.
E non è un caso che questo immaginario continui a riaffiorare nella moda: Alexander McQueen, nell’Autunno/Inverno 2010 con “Angels and Demons”, guardava esplicitamente all’arte medievale e rinascimentale, traducendola in ricami, armature e silhouette teatrali. Più recentemente, Burberry Winter 2025, sotto la direzione di Daniel Lee, ha portato in passerella tessuti ispirati ai tapestry, insieme a un immaginario fatto di dimore storiche, equitazione e tradizione britannica. E l’elenco delle case di moda che hanno portato il Medioevo in passerella è ben più lungo: evidentemente, questo immaginario non ha ancora finito di parlare alla moda.
E poi c’è un piccolo mistero: la parte finale dell’Arazzo non è arrivata fino a noi. La storia si interrompe dopo la battaglia di Hastings, lasciandoci senza il vero finale. Sappiamo che Guglielmo vincerà e diventerà re d’Inghilterra, ma non sappiamo esattamente come terminasse la narrazione originale. E forse è proprio questo a rendere la Tapestry ancora più contemporanea: una storia di potere che, a distanza di quasi mille anni, continua a lasciarci qualcosa da immaginare.





