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"Mondiali, Trump in versione 'gangster' ci dice: le regole non

July 20, 2026

TRENTO. Con la finale a senso unico tra Spagna e Argentina è calato il sipario sui Mondiali di calcio 2026: un evento che, come spesso accade quando lo sport attrae l'attenzione mediatica del mondo intero, non sarà ricordato solo per il successo di Yamal e compagni o per le giocate dei tanti fenomeni del pallone visti in campo. 

Ad occupare il centro della scena e del dibattito infatti è stata anche la 'politica', e in particolare la figura del presidente americano Donald Trump, uno dei "padroni di casa" del torneo internazionale

Un Trump che ha dato una volta di più una chiara dimostrazione del suo modo di fare, in un contesto di grande tensione internazionale che si è in parte riflesso anche nell'andamento del Mondiale

Pubblichiamo integralmente l'interessante intervista di Jacopo Tomasi e Mario GiagnorioUmberto Tulli, professore di storia internazionale e contemporanea al Dipartimento di Lettere e Filosofia e alla Scuola di Studi Internazionali di UniTrento, pubblicata sul periodico dell'Ateneo UniTrento Mag

Professor Tulli, in che modo grandi eventi sportivi diventano palcoscenici ideali per l'esercizio del potere politico?

"I motivi sono diversi, perché all’interno di questi eventi solo apparentemente superficiali si manifestano dinamiche complesse. Queste occasioni, anche non sportive, offrono visibilità globale e rappresentano una vetrina per il Paese che li ospita. Vale per i Mondiali di calcio, per i giochi olimpici, ma anche per l’Expo. Queste “vetrine” costituiscono il momento ideale per trasmettere messaggi politici, per autopromuoversi, e inevitabilmente diventano un canale per la politica internazionale del momento.

E qual è il messaggio politico che Washington, e in particolare il presidente Trump, vuole mandare al mondo oggi, secondo lei?

Il messaggio di fondo è che le regole non valgono, ma questo è diventato visibile ben prima dei Mondiali. Trump ha incrinato i rapporti degli Usa con il resto del mondo, inclusi alleati storici, in nome della propria spregiudicatezza. Questi Mondiali di calcio sono la vetrina di una situazione dominata dalla prepotenza, da una dimensione unilaterale e aggressiva della politica degli Usa e dal “comportamento da gangster” di Trump, come nell’esempio della sua telefonata a Infantino per annullare la squalifica di un giocatore statunitense, dimostrando il declino morale e di credibilità non solo degli Usa, ma in quel caso anche della Fifa.

Questi Mondiali si contraddistinguono per la rigidità dei controlli ai confini americani e per rapporti tesi tra i Paesi organizzatori (Messico, Usa, Canada). Come si concilia questa chiusura con i valori dello sport e con la portata economica globale del calcio?

La contraddizione è solo apparente, se si parte dal presupposto che questi eventi non hanno una grande dimensione valoriale nella loro organizzazione, almeno non quelle che vengono loro attribuite. I valori dello sport e dell’agonismo riguardano gli atleti e le atlete, ma allo stesso tempo vi sono in gioco i valori e gli interessi delle classi politiche coinvolte. Queste due famiglie valoriali non necessariamente si intersecano. I valori politici mostrano la condizione della società internazionale, non dell’evento. Per questo motivo si può assistere a momenti o eventi in conflitto con quella dimensione cooperativa che di solito si attribuisce allo sport.

Dal punto di vista “interno”, l’euforia per eventi sportivi può essere un mezzo per sospendere la discussione politica su argomenti controversi (inclusi quelli legati alla loro organizzazione). Questo sta avvenendo?

In alcune occasioni, eventi sportivi di questa portata e l’euforia che generano possono rappresentare un modo per tacitare o promuovere politiche. Un esempio nostrano è, per esempio, la “discesa in campo” di Berlusconi nel 1994 e il suo tentativo di riformare le pensioni durante i Mondiali dello stesso anno (riforma che però avvenne con il governo tecnico Dini nel 1995). Nel caso del Mondiale 2026, alcune scelte controverse dell’amministrazione Trump in realtà hanno avuto molta più eco proprio perché avvenute in occasione dei Mondiali. Possiamo pensare al caso della squadra iraniana, ospitata in Messico perché l’unico disponibile a farlo, ma ancora al caso dell’arbitro somalo respinto con l’accusa di essere legato a organizzazioni terroristiche. O, come già accennato, alla telefonata del presidente Trump al presidente della Fifa Infantino. La differenza tra l’accoglienza mostrata da Canada e Messico, con feste e celebrazioni delle diversità culturali, contrasta con l’immagine degli Stati Uniti e delle loro forze di polizia volte al respingimento.

Questo Mondiale si è giocato in un clima di fortissima polarizzazione e frammentazione a livello internazionale, con gli Usa al centro di queste tensioni. Guardando alla storia del Novecento – ad esempio agli anni della Guerra Fredda – i grandi eventi sportivi hanno esasperato questi conflitti o hanno favorito canali diplomatici “sotterranei”?

Si può dire che queste occasioni fungono da entrambe le cose, ma non bisogna sopravvalutare questi eventi. Occasioni di questa portata possono aumentare le tensioni, come nel caso dei boicottaggi dei giochi olimpici, o distenderle. Bisogna però ricordare che la portata di quanto avviene è perlopiù simbolica, e che di certo non si fanno e non si risolvono guerre per eventi sportivi.

Storicamente gli Stati Uniti hanno preferito i loro sport (football, baseball, basket) per definire la propria identità. Come mai ora stanno investendo così tanto sul calcio?

Vi sono più dimensioni da considerare. Sicuramente, le società mondiali stanno diventando più simili tra loro. Il calcio è uno sport di successo a livello globale, come abbiamo detto, e l’entusiasmo è contagioso. Sono elementi che non possono essere ignorati a lungo. Poi, già dopo il successo delle olimpiadi di Los Angeles del 1984, nonostante il boicottaggio sovietico, si cerca di portare il calcio negli Usa. In questo caso fu importante il ruolo di Henry Kissinger, un “europeo nella politica americana”, cui bisogna attribuire il risultato di aver portato negli Usa i Mondiali del 1994. Poi si è proseguito su quella linea, anche con l’obiettivo strategico di coinvolgere la popolazione latinoamericana, che diventa una componente sempre più numerosa all'interno degli Usa.