Monza, 2 agosto 2026 – Un milione di euro all’anno che in Brianza sparisce dai circuiti di tracciamento del denaro, il sospetto è che anche a Monza lavorino le banche sotterranee cinesi. Da un decennio è in corso un fenomeno anomalo nel conteggio delle rimesse della comunità cinese residente nella provincia monzese, un crollo da quasi un milione a pochi spiccioli dei soldi che ogni anno vengono trasferiti dalla Brianza alla Cina.
È quello che raccontano i numeri della Banca d’Italia sulle rimesse, numeri aggiornati annualmente per tutti i territori italiani e che, incrociati con i risultati delle inchieste che stanno emergendo in tutto il Nord Italia, portano a pensare che anche qui operino le “Chinese underground banks”, un sistema bancario parallelo, informale e invisibile ai controlli, capace di far viaggiare il denaro senza lasciare traccia.
Le cifre
Sono i numeri a dire che qualcosa non torna. Perché negli ultimi 10 anni la comunità cinese in Brianza è rimasta abbastanza stabile, con circa 3.100 residenti, tra i 1.527 uomini e le 1.606 donne censiti nel 2025. È la nona nazionalità straniera per diffusione in provincia, eppure in un decennio il denaro verso la Cina transitato attraverso i canali ufficiali si è quasi azzerato.
Nel 2016 le rimesse censite dalla Banca d’Italia in Brianza valevano quasi 1 milione, 948mila euro per l’esattezza. Già l’anno dopo erano calate di circa il 30%, 616mila euro nel 2017, poi il crollo nel 2018 a 127mila euro e via via sempre meno, fino al 2025 in cui restano 26mila euro.
Un calo del 97% delle rimesse cinesi quando, nello stesso periodo, le rimesse totali della Brianza verso tutti gli altri Paesi sono quasi raddoppiate, da 70 milioni nel 2016 a 122 milioni l’anno scorso. La Cina, che nel 2016 pesava per l’1,35% del totale delle rimesse brianzole, è arrivata a valere lo 0,02%.
La spiegazione ufficiale, quella data dalla Banca d’Italia per casi analoghi come quello registrato a Prato - dove storicamente risiede una delle più grandi comunità cinesi in Italia e dove le loro rimesse sono passate da 56 milioni a 7mila euro - è che i flussi non siano scomparsi, ma migrati dai canali “money transfer” di passaggio cash-to-cash tra persone tipici delle rimesse dei lavoratori all’estero a quelli bancari ordinari da conto a conto più diffusi in comunità che si sono radicate economicamente sul territorio. Un’ipotesi plausibile ma che non sembra sufficiente a spiegare crolli di queste dimensioni.
Il circuito
Un rapporto dell’anno scorso del Law Enforcement Agencies Committee elaborato dall’Università degli studi Milano-Bicocca sulle indagini della Procura europea (Eppo) descrive l’attività di un circuito parallelo presente in Italia che è stato chiamato sistema delle “Chinese underground banks”.
Si tratta di reti di “sportelli” informali che consentono di trasferire valore con la Cina senza mai far muovere fisicamente il denaro. Il meccanismo, secondo le ricostruzioni delle indagini, funziona in modo semplice e chi vuole inviare fondi in Cina senza essere tracciato deve solo consegnare la somma da trasferire in contanti a un operatore in Italia - spesso il titolare di bar, ristoranti, negozi o altre attività presenti nel territorio - che a sua volta dà disposizione a un corrispondente in Cina di accreditare l’equivalente al beneficiario finale.
Il ruolo
Nessun bonifico, solo una comunicazione tra due intermediari del sistema che garantiscono sulla somma data in Italia e “arrivata” in Cina. E a facilitare ancora di più il sistema ci sono da anni le piattaforme di pagamento cinesi come WeChat Pay e Alipay, applicazioni usate ovunque in Cina al posto dei contanti e praticamente impossibili da monitorare per le autorità italiane.
E sarebbe un fenomeno tutt’altro che marginale, tanto che, secondo il rapporto elaborato alla Bicocca, nel 2022 avrebbe movimentato in Italia circa 2,9 miliardi di euro, con una crescita del 130% nel primo trimestre 2023.
Il sistema delle “Chinese underground banks” inoltre è rientrato anche nelle indagini, coordinate dalla Procura distrettuale antimafia di Ancona e da inchieste collegate a Milano e Bologna, che legano queste reti informali di scambio di denaro al riciclaggio di proventi di reati fiscali, contraffazione e traffici illeciti, con ramificazioni transnazionali che coinvolgono altri Paesi dell’Unione Europea.
Sono scenari che fanno vedere i numeri di Monza e Brianza sotto una luce diversa anche se, finora, nessun dato confermato dice quanta parte del milione l’anno “sparito” in Brianza sia davvero finita nelle banche sotterranee cinesi.