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Morto Francesco Guccini, l’addio della sua terra è commovente

August 8, 2026

Modena, «piccola città bastardo posto, appena nato ti compresi, o fu il fato che in tre mesi mi spinse via». Bologna, «una vecchia signora dai fianchi un po’ molli/ col seno sul piano padano ed il culo sui colli,/ Bologna arrogante e papale, Bologna la rossa e fetale». Pàvana, «e tu ricerchi là le tue radici/ se vuoi capire l’anima che hai». Lui le ha cantate come sapeva, quando poteva, trasformandoli in luoghi quasi mitologici. Ora sono le sue città a cantare Francesco Guccini, andato via a 86 anni avvolto da un cordoglio condiviso, persino dall’odiata destra, che ci ricorda come le canzoni, forse solo le canzoni, siano in grado di (ri)stabilire quel senso comunitario che ci manca dannatamente. Quasi quanto il Maestrone.

A Modena, dove nacque il 14 giugno 1940 e da cui andò via quando il padre partì per la guerra, oggi è lutto comunale. Bandiere a mezz’asta e listate a lutto, un registro on line dove centinaia di cittadini piangono il cantautore, una manifestazione annunciata per settembre.

Francesco Guccini, in via Paolo Fabbri 43 autoradio a tutto volume con "Farewell"

Anche a Bologna è lutto cittadino, e anche a Bologna il ricordo pubblico è rimandato a settembre, ma sono ormai due giorni che in via Paolo Fabbri, davanti al civico 43, si canta e suona. La meglio gioventù, e i meglio reduci dei tempi che furono, le conosco tutte a memoria le canzoni di Guzèn, come lo chiamano qui. Fiori, girasoli, rose, orchidee, bottiglie di vino davanti alla porta della casa del quartiere Cirenaica dove visse fino al 2012, a cui intitolò il suo album più importante. E bigliettini d'affetto: «La fiaccolata che hai acceso non si spegnerà mai», «Grazie Guccio, hai accompagnato la mia vita», un icastico «Dio è morto». Il cerchio della vita gucciniano ha il suo rituale, si inizia con «Canzone per un’amica» e si chiude con «La locomotiva», e anche chi il pugno chiuso non lo alzava più da tempo, lo stringe al cielo, per Francesco se non per la rivoluzione. Quella marea di ragazzi con la chitarra è la foto più bella dell’Italia che vediamo da tempo. Teresa Guccini, la figlia dell’uomo di «Eskimo», rilancia quei video, con una sola parola «Grazie». E una laicissima, anzi profanissima cerimonia simile si ripete davanti all’Osteria di Vito, distante al massimo un minuto. Forse non è vero che i moralisti han chiuso i bar e le morali han chiuso i nostri cuori e spento i nostri ardori.

Ne è convinto anche un altro bolognese doc, Cesare Cremonini: «Grazie Guccini, ma ancor di più grazie a tutti i ragazzi e ragazze che lo hanno ascoltato studiando i suoi versi poetici. I padri sono cuori di pietra perché le posseggono, le parole. Lucio Dalla, orfano di padre, ne ebbe bisogno con Roversi, che gliele insegnò. Nei periodi bui, e questo lo è, sono loro che lassù tra le montagne conservano le biblioteche. Quando tornerà il sole sapremo sempre dove trovare i libri che contano».

Video

A Pàvana, frazione di Sambuca Pistoiese, dove lo chansonnier arrivò bambino, rifugiato dai nonni paterni, mentre il padre, che aveva rifiutato di giurare fedeltà alla Rsi e ai nazisti dopo l'8 settembre, era prigioniero come internato militare italiano, non ci saranno bandiere a mezz’asta, né manifesti funebri, né cerimonie pubbliche. La piccola frazione dell’Appennino tosco-emiliano che Guccini ha raccontato come la sua Macondo e dove è morto stamane lo accompagnerà nel suo ultimo viaggio con la discrezione con cui lui è vissuto qui, con cui si sentiva parte di una comunità, di una storia. I funerali si svolgeranno in forma strettamente privata, come richiesto dalla famiglia, e il Comune ha deciso di attenersi rigorosamente a questa volontà. Un addio in casa, alla presenza di familiari e amici. Anche le sue ceneri riposeranno qui. Perplessa e attonita, Pàvana al nunzio sta. Piange in silenzio, con l’imbarazzo contadino di chi non vorrebbe mostrare i suoi sentimenti, non solo il cantautore, ma narratore dell’Appennino nascosto, piccoli paesi, torrenti, boschi e memorie. «Ognuno di noi sambucani conosce bene il suo volto, il suo modo di parlare, di cantare e soprattutto la limpidezza delle sue parole», racconta il sindaco Marco Breschi. «Quella limpidezza mi ricorda l'acqua del Limentra, il torrente che lui ha sempre amato e descritto nei suoi racconti».