Per quasi settant'anni ha attraversato giornali, radio e televisione armato di parole, curiosità e impertinenza. Philippe Bouvard è scomparso a 96 anni nella sua casa di Cannes. Storica voce di RTL, nel 1977 aveva creato Les Grosses Têtes, diventato un'istituzione dell'intrattenimento francese, mentre con Le Théâtre de Bouvard lanciò una generazione di comici. Laurent Ruquier lo ricorda come «un maestro». Amanda Lear lo saluta sui social con due parole: «Merci Philippe».
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Una penna prima ancora che una voce. Una curiosità quasi patologica, una battuta sempre pronta e quell'arte dell'impertinenza che consiste nel fare la domanda che gli altri preferirebbero non sentirsi rivolgere. Philippe Bouvard, uno dei grandi protagonisti della storia dei media francesi, è scomparso lunedì 24 agosto all'età di 96 anni nella sua casa di Cannes. A dare la notizia a RTL è stata la moglie Colette.
Giornalista, scrittore, autore teatrale, dialoghista, uomo di radio e televisione, Bouvard ha vissuto abbastanza vite professionali da poter riempire più di una biografia. Ma il suo nome resterà legato soprattutto a una creatura nata nel 1977: Les Grosses Têtes, il programma di RTL che sotto la sua guida trasformò cultura generale, humour, provocazione e conversazione in uno spettacolo popolare capace di attraversare generazioni.
Eppure, dietro la voce che milioni di francesi avrebbero imparato a riconoscere, c'era innanzitutto un uomo innamorato della carta e delle parole.
Philippe Bouvard, dalla bocciatura al giornalismo a Le Figaro
Nato il 6 dicembre 1929 a Coulommiers, in Seine-et-Marne, Bouvard avrebbe potuto offrire uno dei migliori controesempi possibili a chi confonde il talento con il curriculum. Non ottenne mai il diploma di maturità e nel 1948 fu espulso, dopo pochi mesi, dal Centre de formation des journalistes di Parigi. Conservò per anni sulla scrivania il giudizio del direttore: non sarebbe stato portato per il giornalismo e avrebbe avuto maggior fortuna nelle professioni commerciali.
Una previsione che il tempo si incaricò di trasformare in involontaria comicità.
Nel 1953 entrò a Le Figaro partendo dal gradino più basso, come fattorino del servizio fotografico, per poi risalire progressivamente la redazione. Sarebbero arrivati L'Express, Paris Match, Le Point e France-Soir, oltre a migliaia di articoli e cronache. Nell'arco della sua lunghissima attività Bouvard ha firmato oltre 30mila articoli e più di 50 libri, oltre a migliaia di trasmissioni radiofoniche e televisive.
La scrittura rimase fino alla fine la sua vera casa. Scriveva ovunque, compulsivamente, e considerava il lavoro una forma di ebbrezza intellettuale permanente.
Les Grosses Têtes, l'invenzione che cambiò la radio francese
La consacrazione popolare arrivò nel 1977, quando Jean Farran, allora responsabile di RTL, affidò a Bouvard un nuovo programma quotidiano: Les Grosses Têtes.
L'inizio fu quasi dimesso: mezz'ora all'ora di pranzo, un piccolo studio senza pubblico, quattro microfoni e domande decisamente più austere di quelle che avrebbero reso celebre il programma. Attorno al tavolo sedevano inizialmente Jean Dutourd, Jacques Balutin, Roger Pierre e Jean Lefebvre.
Poi arrivarono Thierry Le Luron, Alice Sapritch, Léon Zitrone, Jean Yanne, Jacques Martin, Philippe Castelli e molti altri.
La formula si affinò fino a diventare inconfondibile: cultura generale presa molto sul serio e persone che, fortunatamente, non prendevano troppo sul serio se stesse. Quiz, battute, digressioni, doppi sensi, racconti e improvvisazioni trasformarono il programma in uno dei più longevi fenomeni della radio francese.
Bouvard lo avrebbe condotto, con una breve interruzione, per 37 anni. Nel 2000 RTL cercò di sostituirlo nel tentativo di ringiovanire il pubblico, ma il calo degli ascolti portò al suo ritorno nove mesi dopo. Rimase al timone fino al 2014, quando il testimone passò a Laurent Ruquier
Laurent Ruquier: «Un maestro in questo mestiere»
Proprio Ruquier è stato tra i primi a ricordarlo. L'attuale conduttore di Les Grosses Têtes ha definito Bouvard «un maestro in questo mestiere», riconoscendogli soprattutto l'invenzione di uno stile capace di portare l'impertinenza nella radio e nella televisione francesi.
Secondo Ruquier, figure come Thierry Ardisson, Marc-Olivier Fogiel e lui stesso possono essere considerate «figli e nipoti» professionali di Bouvard: eredi di un modo di intervistare fondato sull'insolenza, sulla velocità e sulla libertà della battuta.
Le Théâtre de Bouvard, la palestra dei comici
La radio non esaurì però il talento di Bouvard. Nel 1982, su Antenne 2, nacque Le Théâtre de Bouvard, programma costruito su un'idea tanto elementare quanto fertile: offrire spazio televisivo a giovani comici praticamente sconosciuti.
Quello studio si trasformò in una straordinaria palestra di talenti. Da lì passarono, tra gli altri, Mimie Mathy, Muriel Robin, Michèle Bernier, Philippe Chevallier e Régis Laspalès, Didier Bourdon e Bernard Campan.
Il programma, trasmesso nella sua formula originaria fino al 1985, raggiunse una quota media d'ascolto del 52 per cento e proseguì successivamente attraverso diverse variazioni e nuovi titoli.
Più che un semplice conduttore, Bouvard era un selezionatore spietato: se uno sketch non lo faceva ridere, non aveva particolare interesse a fingere il contrario.
Amanda Lear saluta Philippe Bouvard: «Merci Philippe»
Tra i molti personaggi entrati nel mondo di Bouvard ci fu anche Amanda Lear, presenza ricorrente e particolarmente riconoscibile di Les Grosses Têtes.
Dopo la notizia della scomparsa, Lear ha affidato a Instagram un saluto perfettamente coerente con l'uomo che aveva fatto dell'economia della battuta un'arte. Una fotografia che li ritrae insieme e appena due parole: «Merci Philippe».
Sessant'anni di RTL e l'ultimo saluto agli ascoltatori
Bouvard era arrivato a Radio-Luxembourg nel 1965, poco prima che l'emittente diventasse RTL. Nel giugno 2024 aveva annunciato l'intenzione di lasciare definitivamente la radio all'inizio del 2025, dopo sessant'anni di presenza nell'emittente. All'epoca aveva 94 anni e considerava quel traguardo una sorta di record personale.
Nel dicembre 2024, alla vigilia del definitivo congedo dalla radio e nel giorno del suo 95° compleanno, Bouvard aveva parlato a RTL del rapporto con il proprio pubblico. Non cercò una frase monumentale: «Ho fatto il mio lavoro. Arrivederci e grazie».
Raccontò soprattutto il legame particolare creato con gli ascoltatori. Perché la voce, sosteneva, stabilisce rapporti che neppure la lettura riesce sempre a costruire: parlare alle persone significa offrire loro una parte di sé e avvicinarsi.
Forse è lì che si trova il paradosso più bello della vita professionale di Philippe Bouvard. L'uomo che amava la parola scritta sopra ogni cosa diventò immortale soprattutto grazie alla propria voce. Una voce ironica, curiosa, indiscreta. E abbastanza intelligente da sapere che, per non avere la testa troppo grossa, a volte conviene cominciare proprio dalle Grosses Têtes.