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Napoli e la nuova geografia della sicurezza: l'editoriale del direttore Vincenzo Di Vincenzo

October 18, 2026

C’è una narrazione che resiste, dura a sradicarsi, nutrita da decenni di cronache a tinte cupe e da un immaginario collettivo difficile da modificare. Ma i numeri, quando sono basati su dati certi e su indicatori strutturati come quelli dell’annuale «Indice della criminalità» del Sole 24 Ore, raccontano un’altra storia. Una storia di mutamento profondo che vede Napoli scendere al dodicesimo posto, ufficialmente fuori dalla top ten delle province italiane per densità di delitti denunciati in rapporto alla popolazione.

Non è un dettaglio statistico marginale; è il segnale di un riposizionamento che merita di essere analizzato senza trionfalismi ingenui, ma con la lucidità che si deve a un cambio d’epoca.

Per anni, Napoli è stata inchiodata in cima alle classifiche del disagio e dell’allarme sociale. Oggi, trovarla dietro a molte altre metropoli, e persino a centri di medie e piccole dimensioni un tempo considerati oasi tranquille, restituisce una fotografia rovesciata.

È evidente che i dati debbano essere letti distinguendo tra i reati denunciati e la sicurezza percepita — quella dimensione psicologica e collettiva che spesso viaggia su binari autonomi rispetto alle statistiche. La percezione dell’insicurezza è un fenomeno fluido, che in certi momenti attraversa l’intero Paese, sebbene l’Italia resti complessivamente tra i territori più sicuri al mondo.

E sicuramente nel sentiment della sicurezza percepita c’è anche quella quantità di reati, non dichiaratamente bagatellari, che non sempre vengono denunciati alle forze dell’ordine: dal piccolo furto al borseggio, dallo scippo alla truffa, fino alle rapine non cruente. Accade ovunque, ma forse a Napoli si aggiunge anche una sorta di non giustificabile fatalismo, o antica e pericolosa quanto errata convinzione che denunciare non sia utile.

Tuttavia, sui numeri puri di rapine, crimini diffusi e dinamiche delittuose, la città ha smesso di occupare quel podio negativo che alimentava la retorica dell’emergenza permanente.

C’è però un elemento centrale che spiega la distanza, talvolta abissale, tra il dato statistico e il sentimento di insicurezza del cittadino. Oggi con gli smartphone e la cassa di risonanza dei social media, qualsiasi fatto viene ripreso, amplificato e moltiplicato all’infinito ben oltre il racconto dei media tradizionali. La violenza privata — sia essa un furto, un’aggressione brutale come quella avvenuta due giorni fa al Vomero, o un episodio di bullismo di strada — è sempre drammatica. Ma quando quella violenza cessa di essere un racconto testuale ed entra nei nostri telefoni sotto forma di video ad alta definizione, l’impatto emotivo si fa devastante. Un reato che un tempo conoscevamo solo per astrazione statistica o per sentito dire oggi lo viviamo visivamente, con tutto il carico di angoscia che ne consegue. Se da un lato questa iper-visibilità ha l’innegabile merito di allertare tempestivamente le forze dell’ordine e di sollecitare interventi più rapidi, dall’altro finisce per dilatare a dismisura la percezione del pericolo. I reati prima esistevano, forse anche in misura maggiore, ma restavano confinati nella penombra delle notizie; oggi, trasformati in frame virali, finiscono per far sembrare ogni quartiere costantemente sotto assedio.

Questo arretramento di Napoli nelle classifiche del crimine non è frutto del caso né di automazioni miracolose. È la conseguenza diretta del lavoro straordinario e della tenacia degli investigatori e della magistratura, quotidianamente impegnati a contrastare forme di criminalità organizzata ed economica sempre più complesse ed evolute. Un’azione di contrasto che si muove spessissimo in un divario impari: da un lato organizzazioni criminali dotate di capitali sporchi ma ingenti e capaci di arruolare strumenti tecnologici sofisticati; dall’altro uomini e donne dello Stato che compensano con dedizione e intuito investigativo la sproporzione delle risorse disponibili.

A questa trincea investigativa e giudiziaria si affianca la sinergia istituzionale che vede in prima linea le Forze dell’Ordine, l’impegno della Prefettura e il coordinamento con le amministrazioni locali, sostenuto dall’indispensabile lavoro del terzo settore, del volontariato e della rete parrocchiale. Esperienze emblematiche come quelle avviate nel Rione Sanità da don Antonio Loffredo dimostrano come il recupero del patrimonio culturale e la creazione di cooperative giovanili possano sottrarre braccia alla devianza, trasformando la bellezza della città in opportunità di lavoro onesto.

Il boom turistico e la straordinaria vivacità dell’offerta culturale non hanno prodotto soltanto economia, ma hanno fatto da volano a percorsi di riscatto sociale, rigenerando quartieri ed enclavi storiche che un tempo vivevano di marginalità. Dalle iniziative nel centro storico fino ai progetti di risanamento e recupero in aree complesse come Scampia, Caivano, San Giovanni a Teduccio, gli investimenti sul capitale umano e sulla presenza dello Stato stanno dimostrando che la rotta si può invertire.

Se il quadro generale mostra segni indiscutibili di miglioramento, sarebbe un errore fatale cedere alla compiacenza. C’è un’ombra che continua a preoccupare e a insidiare la vita della città: la forte recrudescenza della criminalità giovanile e i fenomeni legati alla movida incontrollata. Sempre più spesso i luoghi del divertimento notturno e i vicoli del centro diventano teatro di fatti cruenti e gravissimi, dove giovanissimi girano armati e dove la violenza esplode con sconcertante facilità per futili motivi. Su questo occorre un’attenzione particolare, irrinunciabile.

A questo scenario si aggiunge la sofferenza di un sistema penitenziario in affanno: l’emergenza di carceri superaffollate che fanno fatica a svolgere la loro funzione costituzionale di luogo di rieducazione e reinserimento, finendo purtroppo, molto spesso, per restare solo un luogo di afflizione. Una criticità che rischia di vanificare parte degli sforzi di recupero e reinserimento sociale portati avanti sul territorio.

Il dato che emerge dalla fotografia del Sole 24 Ore non riguarda solo i progressi di Napoli, ma la mutazione genetica della sicurezza in Italia. Città che storicamente rappresentavano modelli di vivibilità e tranquillità — centri medi e piccoli dove la vita scorreva a ritmi compassati — registrano oggi impennate nei problemi legati alla microcriminalità e alle spaccature sociali. Si assiste a una sorta di livellamento dei problemi urbani, in cui le grandi metropoli del Nord mantengono primati ben superiori nelle denunce pro capite rispetto a una Napoli che ha stabilizzato i propri standard su livelli che non la pongono più sotto i riflettori dell’allarme sociale quotidiano.

Uscire dalla top ten delle città più pericolose d’Italia certo non significa aver risolto ogni problema strutturale. Significa però che la strada intrapresa — fatta di tenacia investigativa, presidio di sicurezza, rigenerazione urbana e riscatto sociale — è quella giusta e moderna. Napoli dimostra ancora una volta di avere anticorpi formidabili e una vitalità in grado di stupire. La sfida, ora, è non abbassare la guardia: dotare magistratura e forze dell’ordine di mezzi adeguati, occuparsi della violenza tra le nuove generazioni e far sì che la realtà della sicurezza e la percezione dei cittadini possano finalmente coincidere.