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Napoli, sopralluogo al complesso dell’ex convitto Pontano alla Conocchia: un vero spazio da riconquistare

October 24, 2026

Dopo quasi cinquant’anni di chiusura e interdizione totale a ogni tipo di accesso, il complesso dell’ex convitto Pontano alla Conocchia, in salita Scudillo alla Sanità, ha aperto le porte delle aree non sottoposte a sequestro a una delegazione di cittadini e di rappresentanti del Comitato civico per la salvaguardia e la riqualificazione della Conocchia, di cui fanno parte tra gli altri Maurizio De Giovanni, Mirella Stampa Barracco, Marisa Laurito, Dino Falconio, Biancamaria Sparano, guidati da Franco Roberti, a lungo procuratore nazionale antimafia ed europarlamentare. La struttura, 15.000 metri quadrati coperti e un parco di 60.000, stava per essere acquistata all’asta da un privato. A seguito delle proteste del comitato, il ministro della Cultura Giuli ha esercitato il diritto di prelazione e lo ha acquistato per 1,2 milioni di euro.

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«Dopo aver ottenuto che il bene rimanesse nella disponibilità del pubblico, siamo pronti a dare il nostro contributo perché università, Regione, Comune, avanzino proposte concrete per la riqualificazione e la nuova destinazione dell’area. Certo, ci vogliono risorse ingenti, ma siamo sicuri che si troveranno» dice Roberti. Il complesso, formato da un grande refettorio, decine di aule, cappella e teatro, fu edificato tra ‘600 e ‘700 per ospitare i gesuiti, in una zona dove si trovavano i resti di un sepolcro di età romana del I secolo d.C., abbattuto nel 1965, a forma conica, che ricordava la conocchia, il rocchetto del filatoio dove si avvolge il filo. Quando i gesuiti furono espulsi per decreto di Garibaldi, fu adibito ad ospedale per le malattie infettive perché lontano da abitazioni. A fine ‘800 diventò sede dell’istituto Pontano, poi dell'istituto tecnico industriale Francesco Giordani e infine, dopo il terremoto del 1980, è stato sgomberato e abbandonato.

La struttura è in condizioni di fatiscenza, con pericolo di crollo del corpo principale, per lo più inagibile. Alcuni solai sono già crollati, i pavimenti hanno ceduto in molte parti. Il giardino tutt’intorno è diventato un groviglio di alberi, piante e materiali di risulta. «Oggi le condizioni pietose dei luoghi mettono tristezza ma l’importante è avere la sicurezza che tutto è nella disponibilità della collettività. Sarebbe bello utilizzare in un quartiere come la Sanità questo spazio per scopi nobili e a tutela degli interessi delle fasce deboli», ragiona Roberti. Il costo dell’operazione recupero della zona è però, naturalmente costosissimo ed impegnativo anche nei tempi, chissà se mai vedremo davvero la riqualificazione della zona.

Gennaro Rispoli, storico della Medicina e fondatore del museo delle Arti Sanitarie, sottolinea il grande valore della struttura. «Qui furono ricoverati i napoletani colpiti dall'epidemia di colera del 1884, quasi 30.000, e la maggior parte morirono proprio tra queste mura, anche se vennero curati con metodi innovativi per l’epoca». Una giovane Matilde Serao, neanche trent’anni, seguì le vicende dell’ospedale della Conocchia scrivendone su «Capitan Fracassa». Se ne occupò anche poco dopo aver fondato «Il Mattino» con Edoardo Scarfoglio nel 1892, perché nel 1893 ci fu un’altra ondata di colera e lei, anche in questo caso, raccontò le vicende della Conocchia. «Nel 1884 i malati di colera furono visitati dal re Umberto I, in città per portare conforto alla popolazione. In occasione della sua visita avvenne uno storico incontro con l’allora cardinale Guglielmo Sanfelice. Fu un incontro storico perché è considerato il primo riavvicinamento tra lo stato italiano e la Chiesa dopo la presa di Roma», ricorda Rispoli. Di quell’epidemia esistono storiche illustrazioni d'epoca realizzate da Edoardo Matania e pubblicate allora sui periodici come «L’Illustrazione Italiana». Le tavole mostrano scene drammatiche come l'arrivo dei carri funebri alla Conocchia, le enormi botti di disinfettante, l’acido fenico, portate nei quartieri contaminati, e l'attività febbrile dei medici. Furono così tante le vittime che il Comune usava dei torpedoni per trasportarle nei cimiteri.