Elephants

"'Nato islamica'? Dall'ipotesi nuclear sharing tra Pakistan e Arabia

August 14, 2026

TRENTO. L'inaffidabilità degli Stati Uniti sotto l'amministrazione Trump. L'acuirsi dell'instabilità regionale determinata dall'attacco israelo-americano all'Iran e dalla risposta della Repubblica Islamica, che ha preso di mira proprio gli alleati di Washington nella regione. E, sullo sfondo, l'ipotesi di un fronte sunnita comune – capace di allargare ulteriormente la storica frattura che divide il mondo islamico tra sunniti e sciiti – che può contare al suo interno sull'unica potenza nucleare dichiarata del mondo musulmano.

La “Nato Islamica”

Sono tante le direttrici che s'intrecciano nell'approfondire le ragioni – e gli obiettivi – dell'alleanza militare recentemente sottoscritta tra Turchia, Arabia Saudita e Pakistan. Il Mecca Pact è stato firmato il 7 agosto scorso nella città santa dell'Islam dal principe ereditario saudita Mohammed bin Salman, dal presidente turco Recep Tayyip Erdogan e dal premier pakistano Shehbaz Sharif. Ben presto, l'accordo è stato equiparato a una sorta di “Natoislamica: il cuore dell'intesa è infatti la clausola per la quale un attacco contro uno dei tre firmatari sarà considerato un attacco contro tutti.

Pur mancando, al momento, una conferma su un meccanismo effettivamente paragonabile all'articolo 5 dell'Alleanza Atlantica – il testo ufficiale dell'accordo non è ancora stato diffuso ed è giocoforza necessario fare affidamento sulle dichiarazioni politiche dei firmatari – secondo quanto emerso il patto prevede a livello generale una maggior cooperazione militare – anche a livello industriale – e forme di coordinamento tra i tre Paesi nella gestione dei dossier più strategici.

Quel che è certo, è che dietro il Mecca Pact si può leggere una netta complementarietà tra i soggetti protagonisti: da una parte le risorse finanziarie e il peso politico saudita, dall'altra la capacità industriale legata alla difesa di Ankara e, infine, lo status di potenza nucleare di Islamabad. E l'alleanza guarda già oltre: il ministro degli esteri turco, Hakan Fidan, ha già indicato l'Egitto come possibile nuovo Stato membro, confermando che altri Paesi hanno manifestato interesse ma hanno chiesto di non essere nominati. Secondo alcuni analisti, già ad oggi si può comunque parlare di uno dei passaggi più significativi degli ultimi decenni negli equilibri mediorientali.

Ma quali sono gli obiettivi dei tre Paesi firmatari? Quale il perimetro d'intervento dell'alleanza? Quali le prospettive, e i rischi, del nuovo patto militare? Per fare chiarezza, il Dolomiti ne ha parlato con Stefano Schiavo, direttore della Scuola di Studi Internazionali dell'Università di Trento, e con Paolo Foradori, professore della Ssi specializzato in analisi dei conflitti e profondo conoscitore del contesto mediorientale.

Schiavo: “Un segnale all'Iran dopo il tentativo di allargare il conflitto in Medio Oriente”

“È difficile – spiega innanzitutto Schiavo – dire ad oggi quale sarà l'effettivo impatto dell'alleanza nella regione. Si può però leggere la mossa di Turchia, Arabia Saudita e Pakistan come un segnale rivolto in particolare all'Iran, dopo il tentativo di Teheran di allargare il perimetro del conflitto seguito all'attacco di Usa e Israele e dopo le rinnovate ostilità tra l'Arabia Saudita e le milizie sciite Houthi, legate a loro volta all'Iran”. La Repubblica Islamica è infatti storicamente il rivale dell'Arabia Saudita nella regione, sia per quanto riguarda l'ambito politico e militare sia nel contesto religioso.

Riad rappresenta il cuore del mondo sunnita – continua il direttore della Ssi – Teheran quello del mondo sciita. Le differenze religiose possono naturalmente essere lette come un semplice pretesto, ma nel contesto della narrazione di quanto stiamo osservando rivestono un peso non indifferente. La nuova alleanza rappresenta però potenzialmente un'evoluzione importante anche nel contesto dell'altra grande rivalità che coinvolge uno degli Stati firmatari: quella tra Pakistan e India. La stessa Turchia potrebbe avvantaggiarsi non poco dell'accordo nella gestione delle proprie questioni di sicurezza, legate in particolare all'azione di gruppi terroristici al confine con la Siria e alla storica questione curda. Per Erdogan in particolare, però, l'obiettivo a breve termine potrebbe essere legato a una ricerca di consenso interno in un momento di particolare difficoltà, proiettando la Turchia come potenza regionale necessaria nel contesto politico e securitario mediorientale”.

Foradori: “Una mossa legata alla perdita di credibilità Usa con Trump”

Alle questioni interne però, spiega Foradori, vanno legate alcune valutazioni sulla mutata percezione degli Stati Uniti da parte dei tre firmatari – tutti legati a Washington da alleanze e collaborazioni di varia natura. “Questa alleanza, questo patto di mutua assistenza – dice il professore di UniTrento – va interpretato nella più ampia cornice della perdita di credibilità degli Usa come alleato imprescindibile per questi Paesi. Tutto questo ha naturalmente a che fare con il trumpismo e con la disastrosa gestione del presidente americano dei più importanti dossier per la regione, a partire dalla guerra con l'Iran”.

All'inaffidabilità infatti, dice ancora l'esperto: “Si aggiungono i problemi legati alla sicurezza per il rischio di essere trascinati in un conflitto scatenato dall'alleato americano, come successo proprio con l'Iran. Il principe ereditario saudita, Bin Salman, non era stato consultato prima dell'attacco alla Repubblica Islamica, e oggi l'Arabia Saudita sta pagando conseguenze pesanti”.

Tutti e tre i firmatari però, precisa Foradori, non si sentono affatto rassicurati dall'andamento del conflitto tra Washington e Teheran: “L'Iran non è stato piegato – dice – l'obiettivo del cambio di regime è stato, per ora, mancato completamente, come quello di azzerare il programma nucleare iraniano. La dimensione militare dell'accordo è evidente: i tre firmatari vogliono trovare alternative agli Stati Uniti. C'è poi il dato relativo alla natura dei tre Stati: si tratta di un'alleanza tra tre grandi potenze regionali sunnite, e questo rischia di aggravare la rottura all'interno del mondo islamico con gli sciiti, la cui maggiore potenza è non a caso l'Iran. L'effetto forse non è del tutto evidente oggi, ma si tratta di un dato strutturale”.

Il nodo nucleare: possibile un “nuclear sharing” sul modello Nato?

È però sull'ambito nucleare che il Patto della Mecca apre gli interrogativi più delicati. Il Pakistan è infatti l'unica potenza nucleare dichiarata del mondo musulmano, con un arsenale stimato tra le 170 e le 180 testate, e per il professore di UniTrento non è da escludere una progressiva collaborazione in questo contesto – in particolare con l'Arabia Saudita, con la quale il Pakistan aveva già firmato un patto di difesa nel 2025. Il tutto in un contesto di particolare fragilità dell'architettura di sicurezza internazionale incardinata sul Trattato di Non Proliferazione (Qui Articolo), al quale peraltro il Pakistan non aderisce.

In passato – spiega – si è parlato a lungo di una 'bomba islamica', dell'ipotesi che Islamabad potesse mettere le proprie capacità a disposizione di altri attori del mondo musulmano. Fino a pochi anni fa era più che altro una suggestione: alla luce di questa alleanza pare esserlo un po' meno”. Il ragionamento si incrocia tra l'altro con un altro dossier legato all'amministrazione americana, l'intesa sul nucleare civile firmata nelle scorse settimane tra Washington e Riad che, a date condizioni, apre alla realizzazione di un impianto di arricchimento dell'uranio in territorio saudita.

“Dietro la cornice civile – continua infatti Foradori – si intravede il rischio di una componente militare. Se immaginiamo un programma di latenza nucleare saudita, la formazione dunque di un apparato industriale civile in grado di riconvertirsi rapidamente al militare e di realizzare potenzialmente degli ordigni, avere come alleato un Paese nucleare come il Pakistan faciliterebbe non poco il processo. Volendo spingere ancora più in là il paragone con l'Alleanza atlantica, possiamo immaginare un futuro nel quale il Pakistan arrivi a stoccare armi nucleari sul territorio saudita, proprio come avviene in ambito Nato con il 'nuclear sharing' delle testate americane”.

Una prospettiva che, ad oggi, le autorità saudite hanno allontanato, ribadendo come il patto non sia collegato a una corsa agli armamenti o a un'ambizione nucleare. Il testo ufficiale dell'accordo non è però ancora stato reso pubblico e non è chiaro quali siano i limiti e le clausole sottoscritte, in particolare per quanto riguarda la difesa comune.

Il nodo della Turchia: “Un membro Nato sempre più ambiguo”

Proprio l'aspetto della difesa comune si lega inevitabilmente al particolare ruolo della Turchia, a tutti gli effetti un membro della Nato: “La sua adesione a un'alleanza di mutua difesa esterna all'Alleanza atlantica – conclude infatti Foradori – solleva più di un interrogativo. Pensiamo al caso limite, a uno scenario astratto nel quale, per esempio, la Turchia fosse trascinata in un conflitto armato in difesa del Pakistan, magari in occasione di una rinnovata fase di ostilità con l'India. Tecnicamente, se Ankara fosse presa di mira potrebbe arrivare a richiamare l'articolo 5 della Nato, teoricamente 'intrappolando' (entrapment è il termine con il quale, nelle relazioni internazionali, si definisce la situazione in cui uno Stato viene 'trascinato' in un conflitto da un alleato ndr) gli Stati membri in un conflitto non loro. Ad oggi è fantapolitica, certo, ma rende l'idea di quanto complicata possa diventare la situazione”. Il ministro degli esteri turco, Fidan, ha toccato pubblicamente la questione, assicurando che l'accordo non è “in conflitto” con gli impegni della Turchia nei confronti della Nato

Il ruolo della nuova alleanza e i suoi limiti

Resta comunque da capire quanto il Patto della Mecca sia destinato a durare – e quali saranno effettivamente i suoi limiti operativi. “Le priorità sul fronte politico e securitario nella regione oggi sono molte, dall'Iran a Gaza – dice Foradori –, e i tre Stati firmatari hanno obiettivi strategici, valori e legami storici molto diversi tra loro. Per questo credo che il paragone con la Nato sia difficile: Ankara e Riad non avevano sostanzialmente rapporti fino a soli quattro-cinque anni fa. Non è detto insomma che l'alleanza duri a lungo. Per adesso però è certamente uno sviluppo internazionale di grande portata”.

Un giudizio che Schiavo declina sul piano operativo: il vero discrimine, dice infatti il direttore della Ssi, sarà capire in quali circostanze la clausola di mutua difesa potrà essere concretamente evocata: “Se dovesse valere per ogni scaramuccia, vista la situazione dei Paesi firmatari, gli interventi sarebbero sostanzialmente continui. Se invece servirà una dichiarazione formale di guerra, allora la clausola di difesa comune rischia di rimanere solo sulla carta, vista la natura dei conflitti odierni”.