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«Nell'ultimo anno ho fatto tanto sesso occasionale: ora ho scoperto di avere la gonorrea e non so come dirlo alle donne con cui sono stato»

August 4, 2026

Il nuovo protagonista della rubrica "A Nudo" ci racconta un problema decisamente imbarazzante. «Mi hanno diagnosticato la gonorrea. Ho 26 anni e non so come dirlo alle persone con cui sono stato», dice A., che ha chiesto di restare anonimo.

«Nell'ultimo anno ho avuto rapporti con quattro persone diverse, quasi sempre con il preservativo ma non sempre. Una settimana fa sono andato dal medico per dei sintomi e mi ha detto che ho la gonorrea. Ho preso gli antibiotici, il medico dice che si risolve. Ma adesso devo dirlo a chi ho frequentato, e non so come farlo. Una è una ragazza con cui ho ancora un buon rapporto, le altre le ho viste poco. Di una non ho nemmeno il numero. Mi vergogno moltissimo. Non mi ero mai trovato in una situazione così. Non mi sono mai sentito così sporco, anche se so che è una cosa che può capitare. Come si affronta questa conversazione? E soprattutto, come smetto di sentirmi una persona da evitare?».

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La risposta della dottoressa

Caro lettore,

leggendo la sua lettera, ho avuto la sensazione che la diagnosi di gonorrea non sia ciò che oggi la fa soffrire di più. La malattia, fortunatamente, ha una terapia efficace e, come le ha spiegato il medico, nella maggior parte dei casi si risolve con il trattamento adeguato. Quello che sembra pesare maggiormente è il significato che lei ha attribuito a questa diagnosi.

Lei scrive: "Mi sento sporco." È una frase molto forte. E mi colpisce perché racconta un passaggio che molte persone fanno quasi automaticamente quando ricevono una diagnosi di infezione sessualmente trasmissibile: da un dato medico si passa a un giudizio su di sé. È come se, improvvisamente, l'infezione smettesse di essere una condizione clinica e diventasse un'etichetta personale.

Questo salto, però, merita di essere osservato con attenzione: una situazione come quella che lei descrive non dice chi è una persona. Dice soltanto che, in un determinato momento della sua vita, si è verificata la trasmissione di un'infezione. Esattamente come accade per molte altre malattie infettive, esistono comportamenti che riducono il rischio, ma nessun comportamento può azzerarlo completamente. Lei stesso racconta di aver utilizzato quasi sempre il preservativo, pur riconoscendo che non è successo in ogni occasione. Questo non la rende una persona irresponsabile. La rende una persona che, come molte altre, si trova oggi a gestire una conseguenza concreta delle proprie esperienze sessuali. Proprio per questo, mi domando se il senso di vergogna che prova non derivi anche da un'idea molto diffusa: quella secondo cui le infezioni sessualmente trasmissibili riguarderebbero "gli altri". Persone superficiali, promiscue o poco attente. Quando poi accade a noi, la distanza tra quell'immagine e la realtà rischia di produrre un forte senso di colpa.

Il vero punto è che la sessualità non funziona secondo categorie morali.

Funziona secondo fattori di rischio, prevenzione e probabilità. Confondere questi piani rischia di aggiungere una sofferenza psicologica che non aiuta né a prendersi cura di sé né degli altri.

Lei racconta anche un'altra difficoltà: dover avvisare le persone con cui ha avuto rapporti.

Capisco perfettamente quanto possa essere imbarazzante. È una conversazione che nessuno desidererebbe affrontare. Eppure, proprio qui c’è un cambiamento di prospettiva importante. Informare un partner non significa confessare una colpa. Significa assumersi una responsabilità sanitaria. Sono due cose molto diverse.

Mi rendo conto che la tentazione potrebbe essere di evitare queste telefonate per non provare vergogna. Sarebbe comprensibile. Ma, dal punto di vista psicologico, anche questo rischio segue un meccanismo che osserviamo spesso: evitare un confronto difficile riduce l'ansia nell'immediato, ma tende ad alimentarla nel tempo. Più rimandiamo, più immaginiamo reazioni catastrofiche, più quella conversazione diventa pesante.

Nella realtà, molto spesso, le persone reagiscono in modo più concreto di quanto immaginiamo. Possono essere sorprese, dispiaciute o preoccupate, ma ricevono un'informazione che permette loro di rivolgersi a un medico, effettuare gli accertamenti necessari e, se serve, curarsi. In questo senso, quella comunicazione diventa un atto di tutela reciproca, non un'ammissione di indegnità.

Naturalmente non sempre sarà possibile rintracciare tutti. Lei stesso racconta di non avere più i contatti di una persona. Se davvero non esiste alcun modo realistico per raggiungerla, non ha senso trasformare questo dato in una colpa aggiuntiva permanente. La responsabilità consiste nel fare ciò che è concretamente possibile, non ciò che è impossibile. Comprendo anche molto bene che la sua difficoltà sia anche quella di scegliere le parole giuste, ma il punto è che non ci sono parole giuste o sbagliate e la sua comunicazione potrà anche essere molto semplice, basta che sia efficace: “Durante un controllo medico è emersa un’infezione sessualmente trasmissibile. Si tratta di gonorrea. Si può perfettamente risolvere tramite antibiotici. Non è detto che l’abbia presa anche tu, ma sarebbe opportuno che anche tu facessi un controllo”. Non servono comunicazioni simil “untore”. Non è colpevole di nulla. L’obiettivo è solo far sì che si possa risolvere al meglio per lei stesso e per le partner con cui ha avuto rapporti.

Ed è proprio su questo aspetto che la situazione cambia: il nodo di tutto non dovrebbe essere la vergogna, ma il senso di responsabilità. Proprio per questo deve essere vista come un problema medico da affrontare con serietà e trasparenza, senza permettere che diventi il metro con cui misurare il proprio valore come persona.


Ultimo aggiornamento: martedì 4 agosto 2026, 05:00

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