I luoghi sono essenziali per un noir: una nebbia a coprire le colline, un lago o anche solo una strada non asfaltata. Tutto questo rende i thriller immersivi. Poi ci sono luoghi dell’anima, in cui la nebbia copre anche le ferite delle persone, dove il silenzio custodisce ricordi e rimpianti, dove sotto la superficie si respirano segreti. Questa atmosfera sospesa è la stessa ad avvolgere La malinconia del tartufo (Rizzoli), il nuovo romanzo di Orso Tosco, capace di intrecciare delitto, ironia e dolore e trasforma una indagine in una riflessione sulla solitudine.
Orso Tosco, ospite de Il Piacere della Lettura, dalla libreria Arethusa di Roma, racconta la genesi del suo romanzo. Un incontro tra due mondi: quello dell’arte, conosciuto personalmente quando lavorava come guardiano alla Tate Modern di Londra, e quello del suo Pinguino, l’indiscusso eccentrico protagonista Gualtiero Bova, arrivato ormai al suo terzo romanzo. “Avevo bisogno che si aprisse un po’ alla vita” confessa lo scrittore. E infatti, in questo romanzo non seguiamo solo la linea narrativa dell’omicidio, ma anche quella del cuore, con un Pinguino che deve fare i conti con l’amore e il passato, quindi di conseguenza con se stesso.
Anche in questo terzo capitolo ci troviamo tra le Langhe. La vittima è un celebre pittore, amato dal pubblico, ma detestato dalla critica. La squadra del Pinguino è trascinata in una storia fatta di ossessioni e violenze. Il lettore ritroverà anche la Confraternita, il gruppo antagonista del commissario. Il vero mistero, però, è interiore e riguarda i personaggi.
Per chi non lo conoscesse ancora, Gualtiero “Pinguino” Bova è un commissario sui generis che ha stranissime abitudini, ascolta musica improbabile, mangia in modo ancora più improbabile ed è accompagnato dalla sempre fedele cagnetta Gilda Gildina. Però ha un grande intuito ed è capace di osservare il mondo con uno sguardo malinconico e umano.
Ed è proprio la malinconia la vera protagonista del romanzo. “La malinconia non è rassegnazione”, spiega Tosco, è un vento leggero che ci riporta verso ciò che abbiamo perduto, ma che non ci impedisce di andare avanti: un sentimento che conserva memoria, ma lascia speranza.

Ma accanto alla malinconia ci sono i fantasmi delle persone scomparse, degli amori finiti e delle vite che avrebbero potuto essere diverse. Per Tosco convivere con i propri fantasmi è una vera educazione sentimentale, spesso assente nella nostra società. Perché è proprio dall’incapacità di elaborare e ascoltare il dolore che nascono molte tragedie che leggiamo ogni giorno.
E così anche i rimpianti, per l’autore sono “un attestato di immaginazione in buona salute”. Non catene che imprigionano, ma possibilità alternative che ci mettono davanti chi siamo diventati. Anche l’amore non ricambiato viene smontato dal Pinguino. Per lui è rassicurante proprio perché non espone al rischio dell’altro, ma è incapace di restituirci la misura di noi.
La controparte, nel romanzo, ha una propria motivazione. Gli uomini che fanno parte della Confraternita sono convinti di difendere bellezza e tradizione. E questo li rende artefici di orrore. Una grande ambiguità morale.
L’intera vicenda è ambientata nella provincia italiana, che per Orso Tosco rappresenta tragedia e comicità insieme. Attraverso questa altalena di sentimenti e sensazioni, La malinconia del tartufo ci invita a guardare le ferite dell’anima che hanno bisogno di un grande coraggio per essere attraversate, senza smettere di cercare la luce oltre la nebbia.