CASTELFRANCO (TREVISO) - «Anch'io sono stata costretta a dimettermi dopo la nascita di mio figlio. Lavoravo per una società finanziaria che aveva deciso di trasferire il personale da Castelfranco a Verona. Per chi non accettava, non c'erano altre strade. È così che poi sono diventata imprenditrice». A parlare è Virginia Scirè, titolare dell'azienda di abbigliamento WearMe, specializzata in fasce e marsupi per portare i bimbi (babywearing) e intimo in fibre naturali. In questi giorni si è rivista nella vicenda di Beatrice Baratto, la 33enne costretta a licenziarsi da un'azienda del settore calzaturiero del Montebellunese, dove lavorava da sette anni, perché dopo la nascita del suo bambino non le hanno concesso part time o smartworking. Scirè aveva già vissuto un dilemma simile. Nel 2008 aveva dovuto lasciare il lavoro perché non poteva trasferirsi. «Dovevo stare accanto a mio figlio, che tra l'altro aveva dei problemi di salute - dice - non ci sono state alternative. Per questo, poi, da imprenditrice, ho sempre avuto la massima attenzione verso i dipendenti». A partire dalla chiusura degli uffici alle 16, smartworking e orari flessibili.
Il percorso
Dopo il licenziamento era ripartita vendendo capi di abbigliamento sul sito web eBay. «Mi dava la possibilità di lavorare conciliando i tempi», specifica. Due anni dopo ha preso un ufficio e aperto il proprio negozio online. Poi è arrivato anche il capannone. La società Allegri Briganti è cresciuta rapidamente, fino a contare 4 dipendenti. Nel 2013 è arrivato il secondo figlio: «Quando ha compiuto due mesi ho iniziato a portarlo al lavoro con me, usando fasce e marsupi». Così è entrata nel mondo del babywearing. Tanto che, di seguito, si è concentrata anche a livello professionale sugli accessori che consentono di tenere i bimbi a stretto contatto con il corpo. Chiusa la prima esperienza, ha lanciato WearMe. «Abbiamo inventato una giacca per portare i piccoli - spiega - è stato questo il primo brevetto della nuova azienda».
La flessibilità
La svolta sugli orari è arrivata in modo naturale. Abbandonata la scansione 9-13 e 14-18, Scirè ha deciso di chiudere gli uffici alle 16, adottando il tempo continuato. E allo stesso tempo ha garantito alle proprie dipendenti, ovviamente in linea con le esigenze dell'azienda, la massima flessibilità su orari e smartworking. «Lavorando anche con fornitori dalla Germania, ho visto che loro erano organizzati in questo modo - spiega - mi sono detta: se ce la fanno loro vuol dire che è sostenibile, e perché non dovremmo farcela anche noi?». Detto, fatto. E il sistema ha funzionato. Al netto di alti e bassi, nella sua avventura da imprenditrice Scirè è arrivata a contare fino a sei dipendenti. Con un picco di fatturato a un passo dal milione.
La detassazione
«Le aziende sono fatte di persone - sottolinea l'imprenditrice - se si sentono comprese nelle loro necessità, anche se lavorano sei o sette ore lo fanno in modo super-performante». Al momento, però, la scelta di seguire una linea del genere è lasciata alla buona volontà dei singoli. «Ci sono imprenditori illuminati che stanno comprendendo l'importanza di far star bene i lavoratori. Qualcosa si sta muovendo - dice - le donne, in particolare, sono risorse preziose. Molte aziende se ne rendono conto proprio quando diventano mamme e vanno in maternità». Non è semplicemente una questione di situazioni ideali. Da imprenditrice, guarda anche alla concretezza dei conti. «Il punto è che i contratti part time vanno detassati. Fino a quando due part time continueranno a costare agli imprenditori più di un tempo pieno, sarà difficile cambiare le cose - conclude Scirè - bisogna pensare anche in prospettiva: con l'innalzamento dell'età pensionabile sarà sempre più difficile far affidamento sull'aiuto dei nonni. L'alternativa può essere pagare baby sitter e asili? Così va a finire che lavorare non conviene più. Il sostegno sociale alle famiglie passa anche per queste decisioni».