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Nicolas Winding Refn, my private hell

September 27, 2026

Nicolas Winding Refn, per brevità chiamato NWR, negli ultimi dieci anni di cose ne ha fatte. Serie tv, installazioni tra videoarte e moda. È anche morto, come ci racconterà poi. Non girava però un film per il cinema da The Neon Demon: era, appunto, il 2016. Ora torna con Her Private Hell, prima a Cannes, nelle sale con MUBI dal 30 settembre. In dieci anni è cambiato tutto. È cambiato il cinema. È cambiato il pubblico. Partiamo da qui.

Partiamo da un’immagine: il pubblico del MUBI Fest a Napoli, lo scorso luglio, che aspetta religiosamente NWR. È un pubblico giovanissimo, attento, nerd il giusto (come lui, dopotutto), che alla fine del nostro incontro pubblico si metterà in fila, uno spettatore alla volta, per una domanda, un autografo, una foto, un consiglio su come e perché fare il regista oggi. (Spoiler: NWR userà la stessa frase che aveva usato con lui Elia Kazan, “Fallo a modo tuo”; la scriverà a un ragazzo su un foglio bianco, e quel ragazzo piangerà a dirotto).

Il giorno prima di quella chiacchierata lo avevo incontrato da solo, in un albergo vista Castel dell’Ovo, e prima ancora di vedere quella platea gli avevo chiesto proprio del (suo) pubblico. Come ha fatto a ringiovanirlo, nonostante dieci anni lontano dal grande schermo, e a dispetto del disinteresse (o così dicono) dei più giovani verso il cinema? NWR mi aveva dato una risposta bellissima: «Il segreto è mantenere viva l’arroganza della giovinezza. Credere in te stesso al 110%, e rimanere in un certo senso innocente. L’arroganza della giovinezza è fidarsi di sé stessi contro ogni previsione e liberarsi da ogni conformismo, da ogni rete di sicurezza, dall’essere accettabili, gentili o carini. È così che raggiungi la tua indipendenza. Da giovane, sei così inconsapevole di tutte le trappole mentali in cui ti ritroverai a cadere che sei totalmente libero. Sei ingenuo, ma quell’ingenuità è la bellezza e la forza della creatività. Devi sempre conservarla, come una fede. Alejandro Jodorowksy me lo ripete da vent’anni: “Sii te stesso. Liberati da ogni vincolo o conformismo. Se ti fanno girare a sinistra, tu vai a destra. Spingiti oltre qualsiasi comfort zone”».

Con Her Private Hell NWR torna, in fondo, a una sua comfort zone, o almeno è confortevolissima per il suo pubblico: le luci al neon, il design, la moda, una storia che mischia horror all’italiana, mélo e camp su un padre che cerca una figlia, o viceversa. È il ritorno al cinema che ci si aspettava da lui, o forse no.

HER PRIVATE HELL | Trailer ufficiale | Dal 1 ottobre al cinema

Tu al pubblico del cinema sei mancato, ma a te era mancato il cinema?
Per molte ragioni, a un certo punto credo di non aver più capito cosa fosse il cinema. Dopo aver girato The Neon Demon ed essermi ritrovato risucchiato nel mondo dello streaming con un paio di serie (Too Old to Die Young, 2019, e Copenhagen Cowboy, 2023, nda), era come se fossi rimasto senza più nulla dentro. E quando alcuni anni fa ho realizzato questo progetto con Prada intitolato Touch of Crude – faceva parte della loro sfilata, poi è diventato un’installazione a sé – è stata l’esperienza più divertente che avessi vissuto da molto tempo a quella parte. Ero completamente libero, non dovevo preoccuparmi delle conseguenze commerciali di quello che stavo facendo. E poi sono morto…

Ne hai parlato, lo vuoi fare anche qui?
Certo. Sono morto per più di venti minuti (nel 2023 si è dovuto sottoporre a un’operazione per un grave problema cardiaco, nda) e poi sono tornato, e ovviamente ho dovuto ricostruirmi da capo. Che fare? Ho capito che volevo ricominciare dall’inizio, da dove ero partito, ovvero dal cinema. Ma l’ecosistema del cinema, come dicevamo, è cambiato molto in questi dieci anni, ed è proprio questo che mi ha spinto a esplorare la situazione che avevo di fronte. Da un punto di vista più strettamente personale, ho pensato a cosa potesse significare girare un film oggi rispetto a quando avevo 24 anni: lì avevo una spinta diversa, ora che di anni ne ho 53 la prospettiva è cambiata. Cosa avrei realizzato oggi? Tutte queste domande sono diventate Her Private Hell, che ho vissuto come un’estensione della mia esperienza con la televisione quando avevo otto anni. L’idea di passare da un canale all’altro, da un universo all’altro, vedere mondi multipli senza avere nessun elemento di collegamento tra loro, ma inventandomene uno mio… era un ricordo improvvisamente fortissimo, che ha dato forma a questa storia.

Quello che mi piace del tuo modo di intendere il tuo essere regista è che sei uno studioso di cinema. Da spettatore, riesci sempre a cogliere tutti i riferimenti narrativi e visivi che utilizzi, in questo caso appunto l’horror italiano anni ’60 e ’70 – vedi la musica di Pino Donaggio – ma anche il mélo: hai parlato, per esempio, dell’influenza di Douglas Sirk. Ma lo fai mantenendo un approccio molto libero, creando sempre un mondo nuovo, un universo che è solo di NWR.
Quando immagini qualcosa, fondi il tuo processo creativo su ciò che ti ha ispirato, e quello diventa il tuo bagaglio. Poi speri che le tue esperienze e le tue ispirazioni varieranno lungo il viaggio, aprendoti ad altre strade. Per me i cliché funzionano proprio perché sono cliché: devi solo farli tuoi. Tutti rubano. Beethoven ha rubato, Jimi Hendrix ha rubato, i Beatles hanno rubato, gli Stones hanno rubato. Ma è proprio questa l’essenza del processo creativo: prendi ciò che ti piace e lo trasformi in ciò che pensi dovrebbe essere. Siamo solo dei ladri disperati che cercano di giustificare il proprio ego.

In tanti oggi rubano dal tuo cinema: da ladro, sei stato derubato. Che effetto ti fa?
Be’, distribuisco volentieri agli altri quel che ho fatto. Fa parte del gioco, e anche del divertimento.

I tuoi mondi li costruisci anche plasticamente: le scene, i costumi, le luci…
Mi piace la fantasia. Un tempo giravo film molto aderenti alla realtà, ma ho perso interesse molto in fretta perché la realtà è appunto la realtà. E poi non significa che non possa esserci autenticità nell’artificiale, tutt’altro.

Quando hai iniziato a guardare il mondo con gli occhi di un regista, sapevi che questo Nicolas Winding Refn creatore di mondi sarebbe diventato un’icona di riferimento per molte persone?
No, perché ho iniziato dal nulla. Avevo così tante difficoltà da affrontare che non ho mai avuto nessuna aspettativa su ciò che mi sarebbe successo. Sono fortunato perché sono cresciuto a New York nei primi anni ’80. Sono fortunato perché sono daltonico. Sono fortunato perché sono dislessico. Sono fortunato perché probabilmente ho avuto tutte le diagnosi possibili e immaginabili. Sono fortunato perché non ho avuto una ragazza fino ai 24 anni. Sono fortunato perché non sono caduto nella trappola dell’alcol o della cocaina. Sono fortunato perché sono ancora vivo ma sono molto fortunato per essere morto per quei venti minuti. Perché nella creatività tutto sta nel trasformare le proprie debolezze in punti di forza. Non importa da dove vieni. Quel processo è come la vita. Come fai a svegliarti ogni mattina ed essere felice, visto che è così facile piangere? Per arrendersi non ci vuole niente, la cosa difficile è tenere la testa alta e affrontare le prove di ogni giornata. La creatività è la stessa cosa. È un percorso a ostacoli, ma più alleni quel muscolo che è il cervello, più lo farai funzionare. Come nello sport: quando ti spingi fisicamente fino a un certo limite, si produce una sostanza che può essere quasi benefica. La creatività funziona allo stesso modo: se il tuo cervello lavora in modo creativo nella completa libertà di agire, può produrre un’endorfina potenziata chimicamente da cui diventi dipendente, perché ti dà un senso di gioia a cui nessun’altra cosa può nemmeno avvicinarsi. Non puoi condividerla, non puoi comprarla, non puoi scambiarla. Devi solo provare a viverla.

Questa è anche una lezione che hai imparato affrontando la morte?
Penso che affrontare la morte ti dia la vera comprensione, per quanto possa sembrare un cliché, di cosa sia il tempo. Lo sprechiamo così facilmente, e quando stai per morire ti restano solo i ricordi. Anche se a 52 anni stavo morendo, ho accettato il mio destino perché avevo vissuto una vita meravigliosa, ma non ero ancora pronto a morire perché dovevo tornare dalle mie figlie. Dovevo restare in vita. Ora ho altri, diciamo, 25 anni davanti. Questo tempo è incredibilmente prezioso per me perché deve essere davvero significativo. Deve trasformarsi completamente in esperienza, perché sprecarlo sarebbe troppo triste.

Quei venti minuti sembrano davvero scritti nel tuo destino: la morte, il tempo e la memoria sono da sempre temi al centro della tua opera.
Sì. Tutti i miei film parlano di trasformazione, soprattutto dopo Pusher. C’è quasi sempre una trasformazione nel proprio alter ego, o l’idea di adattare il proprio alter ego a contesti fantastici dove possa recitare il suo vero ruolo.

Foto: MUBI

Hai detto che il cinema è cambiato, e su questo siamo tutti d’accordo. Cosa è cambiato invece nel tuo percorso di regista?
Penso di aver cominciato a capire che il cinema nel mondo di oggi non è più una cosa sola. Il cinema una volta era l’unica possibilità, ora è solo una parte di qualcosa di più grande. Bisogna accettarlo e guardare alle altre opportunità che il cinema può offrire. La creatività è più viva che mai, ma il cinema ora è solo una parte di una catena di tanti modi diversi di vivere il nostro tempo. Una volta era come scalare l’Everest: arrivavi in vetta, ma poi potevi solo tornare indietro. Ora puoi scalare l’Everest, puoi andare sulla Luna, su Saturno o su Marte. Ci sono più possibilità che mai per essere creativi: quale mondo migliore in cui vivere?

Non voglio parlare di intelligenza artificiale, ti chiedo solo: ti interessano i cambiamenti anche tecnologici nel cinema?
Assolutamente sì. Qualunque essi siano. L’intelligenza artificiale purtroppo viene quasi sempre ridotta a un semplice pro o contro. È un tema troppo complesso, con un impatto così profondo sulla nostra vita, che è stupido farne una questione di tifoseria. Questo è il problema dell’algoritmo: costringe le persone a essere per una cosa o per l’altra. A un certo livello, l’IA è una cosa orribile perché non penso che il mondo possa funzionare nell’ingiustizia. Non credo che una società in cui pochissimi hanno il massimo e tutti gli altri hanno meno sia sana per i nostri figli. Ma allo stesso tempo penso che l’IA sia ottima in certi campi: l’ho appena sperimentata su me stesso per quel che riguarda la chirurgia, ma è straordinaria anche per l’innovazione nei viaggi spaziali, è una meravigliosa invenzione nel campo della comunicazione. Quando la tecnologia diventa parte integrante del dibattito creativo, quello è un altro discorso. Per ora si può dire che l’IA a volte rispecchia la mancanza di desiderio nella creatività. Se l’IA riesce a riprodurre musica in dieci secondi, qual è il problema: la musica o le persone che la creano? Se l’IA riesce a soppiantare molto rapidamente alcune esperienze, è un problema dell’IA o è che le esperienze non sono abbastanza interessanti? Per me, dal punto di vista creativo, l’IA è solo uno strumento. Un foglio di carta. Hai una penna e puoi scrivere questo o quello, ma dipende sempre da te. Ora con l’IA possiamo dialogare, e questo darà vita a migliaia di nuovi artisti che useranno la tecnologia per riversarvi il proprio cuore, in una sorta di scambio. Quando dicono che l’IA può solo replicare o prendere informazioni da ciò che già esiste, io rispondo quel che dicevo prima: è quello che facciamo tutti, tutti rubiamo da tutti. Nessuno sta inventando nulla che non sia già stato fatto prima.

Mi piace quello che hai detto a proposito della mancanza di desiderio che viviamo oggi, soprattutto nel cinema. L’arte e i film, e i tuoi in particolare, sono oggetti del desiderio, come ci ha insegnato Buñuel.
I miei film sono la mia pornografia. Se questo mi rende un pornografo, allora va bene. Se mi rende un feticista, idem. Io feticizzo gli oggetti. Perché dovremmo attenerci alle convenzioni? È giusto, ma non è obbligatorio. Che cazzo c’è di così fantastico nell’essere normali? Quale scrittore ha mai scritto nella propria biografia: “Ho avuto una vita normale, ed è stata la vita migliore che potessi desiderare”? Nessuno.

Nei tuoi film, l’inferno è spesso un posto meraviglioso. Qual è your private hell?
Las Vegas, Nevada (ride). No, il mio inferno personale è fatto di tante cose. È tutto quello che ci siamo detti finora. Quando la gente mi chiede che tipo di film ho fatto, dico sempre: “Un film di Nicolas Winding Refn”. Cosa significa? Tutto quello che mi hai chiesto finora, e tutto quello che mi potrai chiedere in futuro.

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