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Nicole Brancale si racconta: «Al piano sin da piccola. Con Serena condivido l’amore per la musica». L'intervista

August 15, 2026


Da Bari a Napoli, su un filo sottile che lega amicizie e ricordi d’infanzia: la pianista barese Nicole Brancale si è esibita nei giorni scorsi ad Anacapri presso Villa San Michele. Orecchio assoluto, bambina prodigio, suona il pianoforte praticamente da sempre, spinta dalla madre Maria che per prima ne ha intuito le inclinazioni. «A lei devo tutto ciò che sono oggi», dice. Sorella maggiore della cantante Serena, per due volte ha condiviso l’adrenalina del palco sanremese, dirigendo per lei l’orchestra. Sul loro rapporto professionale e personale racconta: «La nostra collaborazione va oltre gli accordi, i contratti, le formalità. È un fatto naturale tra due sorelle molto unite, condividiamo tutto e soprattutto l’amore per la musica. Ma abbiamo percorsi e inclinazioni diverse: un disco insieme porterebbe entrambe a doversi in qualche modo snaturare».

L’emozione di Capri d’estate sulle note di Chopin, è stata la prima volta?

«No, ero stata ospite a Capri nel 2012, sempre a Villa San Michele, straordinaria proprietà del medico svedese Axel Munthe, un benefattore che ha dedicato la sua vita alla cultura. Era l’anno in cui io e mio marito ci siamo sposati, un’emozione grande. Ma lo è sempre: suonare su un palco in una terrazza con quel panorama è come avere davanti l’infinito. Sono stata invitata da Maria Rosaria Von Kisslinger di “Progetto Piano” e dal console svedese Kristina Kappelin. E ci sono andata stavolta anche con i nostri due figli».

Di cosa si sta occupando in particolare in questo momento?

«Mi sto occupando di concertistica; mi dedico allo studio di un repertorio nuovo, sempre nel panorama classico. Quando si hanno tanti concerti da fare, ad un certo punto si sente la necessità di leggere e studiare altro. Ma nella musica classica si ha bisogno di molto tempo per mettere in piedi programmi completamente nuovi. La mia tattica è inserire uno o due brani nuovi, da battezzare in ogni concerto. In questo modo nel giro di un anno ho un recital completamente rinnovato. Negli ultimi due concerti ho suonato, ad esempio, un brano di Chopin che non avevo mai eseguito e uno di Ravel, che si chiama “Ondine”, ed è il primo di tre brani dell'opera meravigliosa, “Gaspard de la nuit”. Spero in ottobre di riuscire a studiare gli altri due e inserirla per intero nel prossimo concerto. Contestualmente mi dedico alla didattica. Quest’anno sarà il mio quinto consecutivo nei Conservatori; una attività che reputo importante e a cui mi sono sempre dedicata. In questo momento, in cui la società vola verso il futuro, insegnare la musica classica è una responsabilità. C’è qualcosa di eroico in quei ragazzi di oggi che scelgono di studiare ciò che i grandi geni del passato ci hanno lasciato».

Come e quando nasce la passione per la musica classica?

«Nasce da mia mamma. Lei aveva studiato il pianoforte da bambina ma non le è stato consentito di farne il suo mestiere come avrebbe voluto. Mio nonno voleva che lei si occupasse dell’azienda di famiglia; però le compro un magnifico pianoforte verticale affinchè potesse suonare. Lo avevamo in casa e io, praticamente incantata, ero sempre seduta al piano. E mia madre a sei anni decise di farmi iniziare a studiare. Vennero fuori subito tante qualità, orecchio assoluto, predisposizione allo studio e all’applicazione e questo, in particolare, è molto raro a quell’età. Ero la classica figlia che mamma faceva esibire ad ogni occasione di raduno familiare o con amici».

A sette anni la borsa di studio della Rai, un premio e una responsabilità per quell’età: forse i suoi hanno capito di avere in casa un talento.

«Studiavo da meno di un anno ma suonavo già Bach a memoria e ci fu l’occasione offerta dalla scuola di Bari che frequentavo, non potendo ancora accedere al conservatorio. Venne la Rai a fare delle audizioni e io così piccola saltavo all’occhio. Mi fecero esibire durante una trasmissione regionale, non fu un evento di rilievo nazionale ma ha dato a mia madre un’ulteriore conferma della sua intuizione. Lei, però, ne era certa anche se tutti le avessero detto che non era così. Poi a 9 anni sono entrata in conservatorio e non sono mai più uscita; quando ho smesso di studiare ho iniziato a lavorarci. Sono stata per anni maestro collaboratore al conservatorio di Bari e Monopoli; in quegli anni non mi occupavo di didattica perché mi sono sposata e ho fatto due figli e mi sono dedicata alla loro crescita. Poi dopo qualche tempo ho ripreso a dedicarmi alla carriera concertistica».

Cresciuta tra Bari e Napoli: a quale città si sente più legata?

«Noi diciamo sempre di essere bilingue. Napoli è il sogno lontano, dove abbiamo vissuto da piccoline perché papà giocava nella Salernitana. A Napoli abbiamo tanti amici, a cui siamo fraternamente legati, erano colleghi di papà. È un pezzo di vita. Il dna però è pugliese, la mia città è Bari. Peraltro ora è una città straordinaria, che offre tanto, perfetta per viverci».

C’è qualche musicista a cui si sente particolarmente legata o grata?

«Devo molto della mia formazione artistica al mio insegnante, Pasquale Iannone, ad oggi molto noto come didatta e pianista, che ha fondato anche una scuola. Con lui collaboro anche al “Barletta Piano Festival”, che quest’anno ha compiuto 20 anni, punto di riferimento italiano nel panorama pianistico».

Lei e sua sorella avete seguito percorsi diversi che si sono incrociati nell’esperienza di Sanremo: tornerete a lavorare insieme?

«Si sono incrociati perché lei non vedeva l’ora che accadesse e perché era un’idea e un desiderio di mamma. Così in maniera semplice, me lo ha chiesto e l’ho fatto. La collaborazione con Serena, però, è sempre estemporanea; essendo sorelle non c’è mai un intento formale. Anche per quella sanremese è stato così. È una cosa molto naturale, venendo da una famiglia molto unita; spesso mi fa ascoltare ciò che scrive, io non ho una formazione pop ma conosco lei e capisco cosa ha in mente. Ne parliamo, discutiamo, escono delle cose a quattro mani ma in modo spontaneo. Nel suo ultimo disco c’è una canzone che abbiamo scritto insieme che si chiama “Bari amore”, una ballad dedicata alla nostra città; lei per la prima volta ha voluto mettere il mio nome. Poi mi ha strappato la promessa di iscrivermi alla Siae ma ovviamente non l’ho fatto».

E un disco insieme?

«Veniamo da mondi e formazione troppo diverse. Imbarcarci in un progetto discografico sarebbe molto impegnativo. Dovrebbe snaturarsi lei e dovrei farlo io. Siamo distanti musicalmente; ci accomuna invece l’amore per la musica e il vivere con gioia il lavoro che facciamo».

Non ritiene corretto essere definita direttore d’orchestra. Perché?

«Sarebbe una forzatura, non potrei mai affermare di esserlo perché non ho studiato direzione d’orchestra; semplicemente fa parte dell’infarinatura che qualsiasi musicista classico che si diploma ha nella sua formazione. Ma sarebbe come prendermi un titolo che non ho. Avrei bisogno di una nuova vita per studiare per diventarlo».