Andiamo all’opera.
21 settembre 2026 alle 00:23
“Il cappello di paglia di Firenze”, la logica beffarda della pochadeUn cavallo mangia un cappello di paglia. Non sembra un buon modo per cominciare un’opera lirica, e invece da quel gesto nasce una giornata di inseguimenti, equivoci, amanti nascosti, mariti gelosi, cortei nuziali e perfino arresti. È la logica della pochade, il teatro dell’assurdo quotidiano portato all’estremo, che sta alla base de “Il cappello di paglia di Firenze”, farsa musicale di Nino Rota che per la prima volta arriva, da mercoledì a domenica, al Teatro Lirico di Cagliari.
Ed è proprio dal cappello che conviene cominciare per raccontare quest’opera, perché il cappello sembra un oggetto piccolo, quasi insignificante, ma è capace di mettere in moto un’intera macchina narrativa. La mattina delle sue nozze con Elena, Fadinard attraversa il bosco con il suo calesse e il cavallo addenta un cappello di paglia appartenente ad Anaide, una donna che si trova appartata con il tenente Emilio. Il cappello è distrutto, ma il problema è tutt’altro che banale: Anaide è sposata e deve tornare dal marito indossando lo stesso copricapo. Fadinard dovrà quindi trovarne uno identico, mentre il tenente lo minaccia di duello. Da quel momento il cappello diventa il motore della storia, una macchina perfetta costruita su un’idea semplice ed efficace: ognuno vuole qualcosa, ma nessuno sa che cosa stiano cercando gli altri.
La scoperta
Nino Rota è uno dei compositori italiani più riconoscibili del Novecento, la cui fama è legata soprattutto al cinema di Fellini, Visconti, Zeffirelli e Coppola, mentre la sua produzione orchestrale, vocale, cameristica e soprattutto operistica è molto meno conosciuta. Scrive “Il cappello di paglia di Firenze” nel 1945, traendolo dalla commedia “Un chapeau de paille d’Italie” di Eugène Labiche e Marc-Michel, ma deve aspettare dieci anni prima di portarlo in scena: la prima rappresentazione avviene al Teatro Massimo di Palermo, nell’aprile 1955. Il pubblico l’accoglie calorosamente, mentre una parte della critica la considera datata, fuori tempo. È un paradosso interessante: mentre molta musica del Novecento cerca di spezzare il filo con la tradizione, Rota recupera il melodramma Ottocentesco, la sua brillantezza, il gusto per il motivo riconoscibile, la teatralità immediata.
La macchina
L’allestimento del Teatro Carlo Felice di Genova, realizzato da Damiano Michieletto e ripreso da Paola Ornati, sposta la vicenda dalla Parigi del 1850 a un’epoca più vicina alla contemporaneità. Al centro c'è una pedana fortemente inclinata e ruotante, sulla quale si aprono innumerevoli porte: basta la rotazione della scena perché una porta conduca altrove, qualcuno entri, qualcuno esca, qualcuno si nasconda e qualcun altro finisca per incontrare la persona sbagliata. È quasi una traduzione visiva della musica di Rota. Da una parte c'è la partitura che mette in moto la commedia, dall'altra una scena che ne riproduce il movimento. Il bianco dominante viene interrotto dal rosso acceso dei costumi, mentre la moltiplicazione delle porte trasforma il palco in un labirinto.
Gli artisti
A guidare Orchestra e Coro sarà Valerio Galli, con Massimo Fiocchi Malaspina alla guida dei cantanti. Nel cast Fadinard è interpretato da Marco Ciaponi e César Cortés, mentre Elena è affidata a Lavinia Bini e Giulia Bolcato.
La genialità
Alla fine, naturalmente, il cappello verrà trovato, l’equivoco sciolto, il corteo liberato e Fadinard potrà finalmente abbracciare Elena. Ma il vero oggetto della ricerca è forse un altro, quel Nino Rota che tutti conosciamo per le musiche che hanno segnato una stagione del cinema, e che il teatro ci restituisce in un’altra forma: basta un cappello mangiato da un cavallo per ricordarci che dietro al compositore di “Amarcord”, “La strada” e “Il padrino” c’era un uomo capace di regalare al pubblico una straordinaria opera lirica.
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