ROMA «Dobbiamo essere lì, è lo Stato che deve esserci. Per portare solidarietà ai nostri agenti, che si sono ritrovati a fronteggiare una guerriglia senza alcun motivo, e per tenere accesi i riflettori sulla devastazione, mostrare quel che hanno combinato questi delinquenti». È domenica pomeriggio quando Giorgia Meloni decide il blitz in Val di Susa dell'indomani. In quelle ore sul suo tavolo arrivano i primi numeri, l'incredibile conta dei danni. Che assieme al dato devastante dei 130 agenti feriti racconta e fotografa le dimensioni monstre dell'assalto dei No Tav: un milione di danni nel solo cantiere di Chiomonte. A Palazzo Chigi come al Viminale gli staff mantengono fino all'ultimo il massimo riserbo sul blitz. In elicottero la presidente del Consiglio e il ministro dell'Interno sorvolano l'intera area messa a ferro e fuoco dagli antagonisti sabato scorso. Sul posto, a restituire un'immagine anche plastica della presenza dello Stato come chiesto a gran voce dalla presidente del Consiglio, arrivano il Capo della polizia Vittorio Pisani, il questore di Torino Massimo Gambino, e il prefetto Donato Cafagna. La premier stringe mani, ringrazia gli agenti, si sofferma con più d'uno per raccoglierne i racconti drammatici, frammenti dell'assalto a colpi di pietre, bombe carte, bottiglie e razzi che poliziotti e carabinieri hanno dovuto fronteggiare in un pomeriggio in cui in Val di Susa si è scatenato l'inferno. E con lo sguardo teso, severo, Meloni osserva le carcasse delle camionette arse, le postazioni di lavoro divelto, la scritta in giallo "sbirro brucia, Fakir è vendicato", spia del clima che si respira in un paese drammaticamente diviso. La presidente del Consiglio decide non a caso di girare il video che posta sui social in un angolo del cantiere dove la rabbia dei manifestanti ha fatto scempio non risparmiando nulla al livore: «Lo scenario qui dietro non è la scena di una guerra - scandisce - è la scena di una presunta contestazione. Ma questo non è dissenso, questa è violenza organizzata, premeditata e come tale deve essere trattata»: «lo Stato non indietreggia, i violenti vanno assicurati alla giustizia». «Alla magistratura, a tutti gli inquirenti», chiede «di fare il massimo del lavoro perché uno Stato normale non può tollerare una cosa del genere, questo schifo».
L'associazione a delinquere
Parole che scaglia come pietre nelle stesse ore in cui scattano i primi arresti e gli inquirenti ipotizzano il reato di devastazione per i facinorosi, mentre da FdI si chiede lo stop «a pene irrisorie» e, per bocca del deputato Francesco Filini, arriva l'annuncio di una proposta di legge per punire i violenti anche con il reato di associazione a delinquere che consentirebbe il carcere da 3 a 7 anni. Con pene ancor più alte se i violenti muovono da associazioni con più di 10 membri o usano armi. Insomma, un incisivo giro di vite. Come quello chiesto a gran voce dalla Lega, che punta sull'istituzione del reato di "terrorismo di piazza" in un'eterna rincorsa che - come la pallina di un flipper - assomiglia a una strategia senza requie per coprirsi a destra, con il generale Roberto Vannacci e la sua Futuro Nazionale che i sondaggi interni vedono ormai veleggiare su numeri a due cifre. Fuori dalla partita si tiene invece ancora una volta Forza Italia, con Maurizio Gasparri che marca le distanze e mette in chiaro come le legge vigenti siano più che sufficienti a punire "in maniera esemplare" i violenti No Tav.
Dal Viminale assicurano che non c'è nessun tavolo o nuovo provvedimento al vaglio del ministro per introdurre una nuova stretta sugli antagonisti. Ma il giro di vite potrebbe essere introdotto a livello parlamentare, ed è ben più di una tentazione. «Lo strumento per farlo in tempi celeri c'è - rimarca una fonte di governo - la misura approvata appena due settimane fa dal governo e che prevede che chi viola la legge non può pretendere di essere risarcito da chi si è difeso. La stretta contro gli antagonisti potrebbe trovare spazio lì, con un emendamento del governo. Del resto va dato un segnale». Sempre che Fi smetta i panni del Bastian contrario e che la mossa anti-no Tav non apra un nuovo fronte interno.
Intanto sull'assalto in Val di Susa rompe il silenzio Elly Schlein, facendo capolino a L'Aria che tira su La7 nelle stesse ore in cui la premier è impegnata nel blitz in Val di Susa. La segretaria dem si toglie un sassolino dalla scarpa che pesa come un macigno, dopo giorni in cui il centrodestra ha accusato la sinistra di connivenza con i violenti, additandola di sospetta tolleranza verso ambienti in cui prolifera l'odio. Nei cantieri sull'Alta velocità in Piemonte «abbiamo visto violenze inaccettabili, gravi, che non si giustificano mai - dice la leader dem - Abbiamo sempre condannato ogni forma di violenza, senza esitazioni e senza tentennamenti». Ma l'escalation dei toni di Meloni, Salvini e compagnia dopo l'assalto del blocco nero a Chiomonte rafforza nel campo largo la convinzione che la maggioranza stia usando la sicurezza come principale arma di propaganda per affondare il fronte progressista. «Ci troviamo davanti a un governo i cui esponenti strumentalizzano fatti violenti per buttarli addosso alle opposizioni - accusa Schlein - nonostante sappiano che non abbiamo nulla a che fare con quelle frange di cui siamo bersagli». Piuttosto, lancia il guanto di sfida, «istituzioni e politica dovrebbero lavorare insieme per isolare la violenza». Ma è un guanto che la leader dem sa di lanciare nel vuoto.
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