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Nobel per la Medicina 2026, premiati i pionieri dell’optogenetica che ci aiuta a capire come funziona il cervello e come nasce un ricordo

October 5, 2026

«Il mio cervello è per me il più incomprensibile dei macchinari: sempre intento a ronzare, mormorare, librarsi, ruggire, tuffarsi, per poi ritrovarsi sepolto nel fango. E perché? A che serve tutta questa passione?», scriveva Virginia Woolf nel 1932. Da allora non abbiamo certo dipanato tutti i misteri del cervello, ma abbiamo molti strumenti in più per farlo. Uno dei più promettenti è l’optogenetica, un metodo che usa la luce per mostrare come le cellule nervose diano forma a ricordi, emozioni e comportamenti. L’Assemblea Nobel del Karolinska Institutet ha assegnato il premio Nobel per la Fisiologia o la Medicina 2026 ai suoi ideatori: Karl Deisseroth, Peter Hegemann e Georg Nagel.

Il premio Nobel per la Medicina 2026 a Deisseroth, Hegemann e Nagel

A condividere il Nobel sono un ricercatore americano e due tedeschi. Karl Deisseroth, nato a Boston nel 1971, lavora all’Università di Stanford e all’Howard Hughes Medical Institute. Peter Hegemann, nato a Münster nel 1954, è professore all’Università Humboldt di Berlino, mentre Georg Nagel, nato a Weingarten nel 1953, insegna all’Università di Würzburg. Hegemann e Nagel hanno scoperto nelle alghe unicellulari una proteina sensibile alla luce, chiamata canalrodopsina, mentre Deisseroth ha trovato il modo di trasformarla in un interruttore, controllato dalla luce, per studiare le cellule nervose. Il premio, che comprende anche un riconoscimento in denaro di 12 milioni di corone svedesi (circa un milione di euro), è stato assegnato ai tre scienziati in parti uguali.

Grazie all’optogenetica gli scienziati possono mappare il cervello

«L’optogenetica offre la possibilità di mappare il cervello in un modo che un tempo potevamo soltanto sognare», afferma Per Svenningsson, presidente del Comitato Nobel per la fisiologia o la medicina. Già nel Novecento i ricercatori sono riusciti a identificare le regioni del cervello che governano diverse funzioni fisiologiche, ma i metodi dell’epoca restituivano una mappa parziale e sfocata che non permetteva, ad esempio, di dimostrare che una certa cellula nervosa provocasse direttamente una specifica emozione o un comportamento.

Grazie ai vincitori del premio Nobel per la Medicina 2026, siamo molto più vicini a questo risultato. Karl Deisseroth, Peter Hegemann e Georg Nagel hanno infatti scoperto una sorta di interruttore molecolare per le cellule nervose: grazie alla luce, quindi, possono attivare o disattivare specifici circuiti neuronali negli animali viventi, per osservare come cambiano emozioni e comportamenti.

È stato così possibile identificare i circuiti che regolano la percezione del dolore, la sete, l’attenzione e i rapporti sociali. E scoprire che persino un comportamento come prendersi cura dei piccoli si compone di gesti governati da circuiti diversi: nei topi, uno controlla il modo in cui vengono radunati nel nido, un altro la loro pulizia.

A cosa serve l’optogenetica? Le possibili applicazioni in medicina

Il Comitato del Nobel per la Medicina scrive chiaramente che l’optogenetica ha trasformato le neuroscienze. Capire come nascono i ricordi e le emozioni è senza dubbio affascinante, ma la speranza della comunità scientifica è che queste conoscenze possano anche aprire la strada a nuovi trattamenti. Finora il metodo ha già permesso di decifrare meglio le caratteristiche di disturbi come depressione, ansia e schizofrenia, ma anche malattie neurologiche come Alzheimer e Parkinson.

I primi tentativi di usare direttamente l’optogenetica come trattamento riguardano invece la vista. Alcune sperimentazioni cliniche hanno coinvolto pazienti diventati ciechi a causa della retinite pigmentosa, una malattia che distrugge le cellule dell’occhio sensibili alla luce. Introducendo nella retina una proteina simile a quella scoperta nelle alghe, una persona ha recuperato parzialmente la vista: grazie a occhiali speciali che emettono luce, è riuscita a distinguere e afferrare oggetti su un tavolo. Un’altra possibilità, ancora da sviluppare, riguarda gli impianti cocleari, cioè i dispositivi che aiutano le persone con gravi perdite dell’udito: usare la luce al posto degli impulsi elettrici potrebbe permettere di stimolare il nervo uditivo in modo più preciso.