«Tu dov’eri l’11 settembre?». Sono in cucina a bere il caffè con mio padre quando glielo chiedo. E lui ricorda benissimo. Lui, come chiunque fosse abbastanza grande da accendere una radio o una TV, chiunque era abbastanza grande da capire cosa succedeva.
Era in macchina mio padre. Tornava da Milano e stava ascoltando la radio. Tutto normale. Poi la notizia che deflagra, che rimbalza da una radio all’altra, invade ogni palinsesto. Mi racconta che la prima cosa che ha fatto è stato chiamare sua madre con il telefonino, uno dei primi portatili che gli aveva regalato per la laurea. Accendi la TV, guarda cosa succede.
Anche mia madre ricorda benissimo quando glielo chiedo: «Tu dov’eri l’11 settembre?».
Era al lavoro in ufficio. Lavorava con le sue colleghe. Poi da fuori è arrivato qualcuno che ha detto: avete sentito che cosa è successo in America. Hanno smesso tutti di lavorare. Sono andati nella sala conferenze dove c’era una grossa TV e l’hanno accesa. Poi muti di fronte allo schermo per minuti interi.
Un amico mi parla invece del piccolo aereo da turismo che si è schiantato un anno dopo contro il grattacielo Pirelli di Milano e di come il pensiero è corso subito alle Torri Gemelle. La memoria che fa memoria.
Io invece, che nel 2001 non c’ero ancora, quello che conservo sono soprattutto delle immagini. Una mano a terra tra le macerie, come un rifiuto. Le torri in fiamme. Enormi. E minuscoli puntini, come sciami di mosche, intorno.
Una classe delle superiori, ecco cosa ricordo io. Un compagno che alza la mano e chiede: quelli cosa sono?, indicando i punti neri. Il professore che risponde, lapidario: “persone”. Le centinaia di persone che, per non bruciare vive, si sono buttate dagli ultimi piani delle Torri Gemelle la mattina dell’11 settembre, tra le nove e le dieci e mezza di mattina, prima che crollassero, implodessero inghiottendo se stesse. Persone che sembrano nuotare nell’aria e invece precipitano. Per un tempo lunghissimo, per quattrocento metri. Diversi secondi di caduta libera, in cui hai tutto il tempo per realizzare che…
Il dolore degli altri ci scivola addosso
La mia memoria è fatta soprattutto di questo: foto, video, testimonianze di chi c’era. Nella mia memoria non c’è un momento, il momento in cui sono venuto a sapere che, il momento in cui ho sentito lo speaker alla radio o la collega che mi ha detto.
Nulla di tutto questo. Quella memoria vivida, tattile, quasi fisica, che hanno i miei genitori e i loro amici, io non l’avrò mai. Semplicemente perché non posso tornare indietro nel tempo. E non è una colpa, è semplicemente un fatto. Ma uno dei privilegi del nostro, del mio mondo telematico, globalizzato, è quello di avere accesso a un numero smisurato di documenti. È facile. Basta aprire un PC o un telefono. Andare su un motore di ricerca qualsiasi e digitare: torri gemelle 11 settembre.
Eppure, perché riguardando oggi quelle immagini ho come l’impressione che mi scivolino addosso? La sensazione che, superati quei primi secondi di raccapriccio, il dolore che esprimono mi sia completamente indifferente?
Non sono un utente disinteressato, quelle immagini non me le sono trovate davanti mentre scrollavo il feed di TikTok o di Instagram. Le ho cercate io. Sono stato io a volere che comparissero sullo schermo del mio PC. E allora perché?
Una foto non racconta mai tutto
Ogni epoca ha la sua malattia. Il Medioevo la peste. I primi anni del Novecento la spagnola. Gli anni 80 l’HIV. Quelle della nostra sembra sembrano essere due: il Covid e l’amnesia. E se possiamo dire di aver superato la prima, non possiamo dire lo stesso della seconda. In particolare, sembra che la facoltà più offuscata sia quella della memoria lungo termine. Ed è paradossale, perché gli strumenti che abbiamo a disposizione per tenerla viva si sono moltiplicati considerevolmente.
Il problema con questi strumenti, però, è che pensiamo di sapere le cose e invece abbiamo solo accesso alle cose. Poter premere un tasto che ci permette di sapere quando, come, chi, perché, non significa saperlo. Non può la sola possibilità produrre memoria. È appunto una possibilità. Nulla di più. Sta a noi, alla nostra responsabilità, saperla sfruttare.
Io, di fronte a quelle foto, mi sento annaspare. L’indifferenza, certo. Ma anche l’impossibilità di bucare quella superficie troppo piatta e stanare l’umanità che vi si nasconde dietro. Le foto, i video non bastano. Dire che una foto dice tutto è una bugia.
Sì, so chi è Osama Bin Laden; sì, so che era un milionario a capo dell’associazione terroristica chiamata Al Qaeda; sì, so che è stato ucciso nel 2011 durante la presidenza Obama.
Ma tutto questo non è certo storia e nemmeno memoria. Tutto questo si chiama cronaca, e la cronaca è spesso una materia inerte. E allora, mentre scrivo, mi chiedo come si fa a rendere la cronaca storia?
Questo articolo per me è anche l’occasione di farlo.
Di usare del tempo per recuperare quello che ho perduto non avendolo vissuto. È un privilegio. Ma chi ha questo privilegio, come me e come voi che mi state leggendo, ha anche il dovere di coltivarlo. Soprattutto ora, in un momento di grandi e spaventosi ritorni, come dimostrano le percentuali di alcuni partiti e la vittoria di altri.
Dalla cronaca alla Storia
Uno dei modi per fare in modo che la cronaca diventi Storia con la S maiuscola è seguire il corso delle storie con la s minuscola. Che ti fanno scoprire testimonianze come quella di Bobby, un bambino di otto anni che un telecronista intervista per caso subito dopo il crollo delle torri: «La mia mamma diceva sempre: "Bobby, se ti perdi ora, quando torni a casa non avere paura. Guarda le torri. […]". Beh, ora le torri non ci sono più […] Ma poi mi sono detto: "Bobby, a questo mondo c’è anche gente buona. Se ti perdi ora, qualche persona buona ti aiuterà al posto delle torri". L’importante è non avere paura».
Otto anni. Non uno di più, non uno di meno. E hai appena visto crollare le torri più alte di New York. Morire migliaia di persone, letteralmente inghiottite da una bufera di calce, vetri e acciaio. Otto anni.
E vieni a scoprire che Osama Bin Laden era un ex playboy che passava il tempo nei nightclub tra Beirut e gli Emirati, corteggiando bionde e spregiudicate principesse. E vieni a sapere che era il diciassettesimo di cinquantaquattro figli e che di lui il padre diceva che era sempre stato tanto buono. Il più dolce. Come ricorda la Fallaci in La rabbia e l’orgoglio.
Questa conoscenza che si chiama immaginazione
E allora, venticinque anni dopo, mi chiedo cosa posso ricordarmi di un evento che non ho mai vissuto, che ricordo attraverso le parole di altri, le foto di altri, le memorie di altri. Che ricordo soprattutto attraverso il dolore degli altri. Che non potrei capire se non mettendomi nei loro panni. Del bambino che incita al coraggio, di quelli che hanno perso la vita cercando di salvarne altre. Gratuitamente. Giustamente. Ma anche di chi, per disperazione, odio, o manipolazione è arrivato a desiderare di togliersi la vita pur di toglierla a chi non aveva mai visto, mai conosciuto ma che rappresentava per lui tutto il male che al mondo poteva esserci.
È un compito, questo, a dir poco difficile, eppure un’eco mi suggerisce che fatti non fummo a vivere come bruti, ma per seguir virtute e conoscenza: e forse non c’è conoscenza migliore di questa per rendere la storia e la memoria qualcosa di vivo e di pulsante, che ci accompagni pur senza averla vissuta direttamente. E forse non c’è modo migliore di fare presenti anche le cose irrimediabilmente passate. Questa conoscenza che fa vedere con gli occhi dell’altro e che si chiama immaginazione.

