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Olowokandi Una prima scelta Nba a Bologna

September 28, 2026

"La peggior prima scelta Nba degli anni Novanta". Con il senno di poi – stiamo parlando di Michael Olowokandi –, facile dare giudizi. Il fatto è che, in quei primi giorni del 1999, la Virtus ingaggia la prima scelta assoluta Nba. E lo può fare, perché, dall’altra parte dell’Oceano, c’è quello che viene chiamato ‘lockout’. La stagione a stelle e strisce può saltare e l’Italia, per tanti, diventa un terreno fertile nel quale approdare. Perché, non dimentichiamolo, a cavallo tra gli anni Novanta e i primi anni duemila, la nazionale italiana ha una sua credibilità. Argento agli Europei del 1997, oro due anni dopo in Francia. Bronzo nel 2003, in Svezia e argento olimpico dodici mesi più tardi. Poi c’è la Virtus, anzi, non solo la Virtus. La V nera vince due Euroleghe (1998 e 2001) e conquista altrettanti finali (1999, sconfitta con lo Zalgiris e 2002, ko più doloroso, perché il Panathinaikos si impone a Casalecchio). C’è una finale della Fortitudo nel 2004 e, più in generale, anche le presenze, in final four, di Siena e Treviso.

A Basket City, poi, la parentesi delle Guerre Stellari – la V nera di Alfredo Cazzola e la Fortitudo di Giorgio Seràgnoli – è lontano dall’essere finita. E allora se la TeamSystem di Pero Skansi annuncia Vinnie Del Negro, la Virtus ribatte con il gigante nigeriano. L’unico che ha già capito tutto, forse inascoltato, è Enzo Grandi, per tutti il Professore, il preparatore atletico della Virtus. "Mah – ripete dubbioso il Prof – con quelle ginocchia, secondo me, non può andare troppo lontano".

Con il senno di poi – ancora – il Professore aveva già capito tutto. Solo che, in quei primi giorni del 1999 l’entusiasmo bianconero è alle stelle.

Anche perché, con il blocco della Nba, Bologna sogna in grande. Prima che Olowokandi metta nero su bianco si parla i Vlade Divac. Che qualche tifoso (bianconero), giura di aver visto in via di Roncrio, con la moglie, a prendere in affitto una villa. Ma si parla anche di Peja Stojakovic, grande amico di Zoran Savic. E pure di Isaac Austin.

La Virtus, che come straniero di punta ha lo Zar, al secolo Sasha Danilovic, non ha trovato il degno erede di Zoran Savic.

L’esperimento con Zarko Paspalj non va a buon fine. Perché il serbo, che ha un grande passato alle spalle, va spesso in doppia cifra. Ma per numero di sigarette – la vulgata sostiene che superi le quaranta al giorno – e non per punti o per rimbalzi.

Così, appunto, arriva Michael che è nato a Lagos, in Nigeria, il 3 aprile 1975. E’ figlio di un diplomatico e, ben presto, si trasferisce in Inghilterra. Gioca a cricket e rugby, Olowokandi, ma essendo alto 215 centimetri è chiaro che l’appuntamento con la pallacanestro è solo rimandato.

Michael firma per i Clippers – che in quel momento sono solo la seconda squadra di Los Angeles, conosciuta più per i flop, che per i top –, ma essendo la Nba bloccata, approda in Italia. Tre partite di campionato e quattordici punti (tutti nella partita d’esordio, poi il nulla).

Parte bene, o quantomeno illude, in Eurolega. Ma è solo un’illusione, anche se si porta dietro l’etichetta di nuovo Olajuwon. Di Hakeem the Dream, purtroppo per Bologna, per la V nera e per il basket italiano, ha solo la stessa nazionalità. Sbarca al Marconi con la ‘controfigura’: in allenamento, alla palestra dell’Arcoveggio, c’è anche Sean Marks, il neozelandese che, nella Nba, vincerà un titolo con i San Antonio Spurs nel 2005.

Michael atterra al Marconi in una giornata densa di misteri. Sull’orario di arrivo, sulla città di partenza e su una bufera di neve che si sarebbe abbattuta sulla scalo di Los Angeles, resta il massimo mistero. Esce pure da un’uscita secondaria e dribbla i tifosi (e pure i cronisti) che sono lì ad attenderlo.

Kandiman, uno dei soprannomi, si prende la canotta numero 15 e subito promette – accompagnato dall’agente Bill Duffy – di rimanere a Bologna almeno fino alla Coppa Italia.

Un’operazione suggestiva e coraggiosa. E, oggi, si direbbe anche di marketing. Bologna non è certo sconosciuta dall’altra parte dell’Oceano, ma il fatto che ci finisca per giocare una prima scelta assoluta amplifica esponenzialmente l’eco.

Avrebbe dovuto restare a Bologna almeno fino al 15 febbraio per giocare cinque partite di Eurolega, sei di campionato e la final four di Coppa Italia (vinta dalla Virtus, in finale, contro la Varese di Andrea Meneghin e Gianmarco Pozzecco). Lascia Bologna dopo soli ventitré giorni, con la Virtus che, a quel punto, risparmia qualcosa sul contratto principesco. Si parla di mezzo miliardo lordo (di vecchie lire) al mese. Clippers, Minnesota Timberwolves e Boston Celtics le tappe successive della carriera. Resta nella Nba fino al 2007: 500 partite, 4.135 punti per una media di poco superiore a 8,2.

Non annuncia il suo ritiro, ma è chiaro che non giochi più. "Con quelle ginocchia lì…", aveva proprio ragione (come sempre) il Professore.

Enzo Grandi, naturalmente.

(107.continua)

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