Il muro del silenzio allunga la sua ombra ben oltre i capannoni dell’area industriale di Caivano. «Penso che non abbiano capito la gravità della situazione. Anziché aiutare mio padre hanno pensato a costruire la storia dell’incidente stradale. Hanno perso tempo, togliendolo a mio padre che forse poteva ancora salvarsi». A parlare, con la voce rotta dal dolore e dalla rabbia, è Valeria, la figlia di Salvatore Calignano, l’operaio irregolare precipitato dal tetto di un capannone e morto sabato scorso dopo 24 ore di agonia.
Con il primo capitolo del dramma - quello delle urla, delle sirene e dei depistaggi - ricostruito in tempi record dai carabinieri e affidato alle sette pagine dell’ordinanza che ha portato l’imprenditore Michele De Rosa agli arresti domiciliari, l’inchiesta sulla tragica morte del carpentiere si appresta adesso a fare un ulteriore step. Sull’agenda dei pm della Procura di Napoli Nord c'è infatti una data cerchiata in rosso. Quella di giovedì prossimo, giorno in cui sarà eseguita la copia forense dei telefonini sequestrati dopo quel maledetto volo da dieci metri di altezza. Netta la traiettoria che il pool coordinato dal sostituto Sabrina Navarro e dall’aggiunto Maria Di Mauro, sotto la direzione del procuratore Domenico Airoma, sta imprimendo all’indagine: blindare il quadro individuando possibili tracce digitali del tentativo di inquinamento probatorio elaborato a caldo dal piccolo costruttore.
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L'ira dei parenti
«Digli che ti hanno investito e l’assicurazione paga. Si risolve tutto». Così De Rosa, datore di lavoro di Calignano, si sarebbe rivolto al carpentiere in nero appena precipitato dal tetto del capannone di via Fosso del Lupo sul quale si era arrampicato per la posa della guaina. Un “suggerimento” bisbigliato, che per gli inquirenti denoterebbe la volontà di disinnescare gli imminenti controlli. Non a caso il gip Mariangela Guida tratteggia il profilo dell’indagato, scrivendo di un uomo capace di agire «in totale spregio alla normativa anti-infortunistica». Una linea proseguita anche nei giorni successivi, quando De Rosa si è presentato persino a casa della famiglia Calignano. Un passaggio su cui la figlia Valeria sfoga tutta la sua amarezza: «Io non so cosa volesse, forse pulirsi la coscienza? Poteva venire in ospedale mentre mio padre lottava tra la vita e la morte». Ma agli atti, tra i tanti silenzi e “non ricordo”, ci sono per fortuna le voci di alcuni testimoni coraggiosi. A partire da due donne ascoltate subito dopo l’incidente. La prima ha rivelato: «Sul tetto c'erano dei bidoni di pittura, la mattina dopo era sparito tutto». La seconda ha invece innescato la svolta, confermando la presenza di De Rosa sulla scena e le parole choc rivolte all’operaio agonizzante. Determinante pure la testimonianza degli operatori del 118, arrivati alle 15.20 in via Fossa del Lupo. Il loro racconto e la ricostruzione del percorso dell’ambulanza tramite Google Maps hanno permesso di individuare il punto esatto da cui il carpentiere era precipitato, allontanando l’ipotesi di uno spostamento del corpo.
Le bocche cucite non riguardano solo il fronte dei committenti indagati a piede libero, i fratelli Antonio e Nicola Frezza, che si sono avvalsi della facoltà di non rispondere. Il cono d’ombra avvolge l’intera sequenza di quel maledetto venerdì pomeriggio. A cominciare dagli operai fantasma immortalati dalle telecamere mentre lavoravano fianco a fianco con Calignano e visti fuggire in fretta e furia dopo il volo fatale, recuperando i propri effetti personali per poi svanire nel nulla. Chi ha detto loro di allontanarsi prima dell’arrivo dei soccorsi? Proprio a loro si rivolge ancora la figlia della vittima: «È meglio che parlino. La verità prima o poi verrà a galla». L’ordinanza del gip blinda intanto la posizione di De Rosa, amministratore della Mdr Costruzioni, accusato di omicidio colposo e omissione dolosa delle cautele contro gli infortuni sul lavoro, atteso domani dall’interrogatorio di garanzia. Il quadro delle complicità resta però in parte inesplorato. I silenzi del cantiere potrebbero sgretolarsi presto sotto il peso dei dati immagazzinati nei dispositivi elettronici della vittima e degli indagati.