Ha in mano il suo vinile e lo guarda con l'orgoglio di chi sa di avere tra le dita una parte di sé. Perché in Amore a dismisura, Paola Turci ci ha messo tutta sé stessa, la sua storia, le sue delusioni, la sua rinascita. Per un attimo sembra estraniarsi da tutto, sta leggendo per la prima volta la dedica dell'album e gli occhi si inumidiscono. Le chiedo se si è emozionata e snocciola un ricordo che custodisce con cura, rispetto e riverenza. "Mi è venuta in mente una risposta che mi diede Franco Battiato quando ero molto giovane, avevo ventitré o ventiquattro anni. Eravamo allo stadio di Palermo per una serata contro la mafia e ci trovammo seduti uno accanto all'altra. Io, emozionatissima, gli chiesi: 'Sei emozionato questa sera?' e lui mi rispose: 'Non sono emozionato ma commosso'".
Domani, venerdì 2 ottobre, esce Amore a dismisura, un titolo che è una risposta alle domande disseminate nelle dieci canzoni, in cui l'amore in tutte le sue forme ne è il fulcro. Un amore finito che ha lasciato profonde cicatrici ma anche consapevolezze (Paola ha divorziato dalla moglie Francesca Pascale nel luglio 2024 a due anni dalla loro unione civile celebrata a Montalcino ndr), un legame che si è trasformato seguendo la sua evoluzione peggiore germogliando sulla linea sottile che separa la dedizione dalla dipendenza, la premura dal possesso. E proprio da lì che il desiderio di rinascita si fa più forte di tutto.
Paola Turci presenta il nuovo album di inediti, Amore a dismisura
Amore a dismisura è un titolo forte e pieno di sfumature. Qual è stata la domanda da cui è nato questo album e perché è arrivato proprio oggi?
È arrivato oggi perché probabilmente questo era il suo tempo. Il tempo giusto è arrivato dopo una serie di accadimenti, di cambiamenti, di scombussolamenti e di ripartenze. Il titolo è arrivato praticamente alla fine del lavoro sul disco. Credo che racchiuda perfettamente tutto quello che è successo durante la sua realizzazione e tutte le domande che mi sono posta.
I temi del disco ruotano attorno all'amore, ma soprattutto all'idea dell'amore a dismisura. E qui c'è una provocazione, perché io non sono d'accordo con questa espressione. Mettere insieme queste due parole mi sembra quasi una forzatura, è un po' come parlare di 'amore tossico'. Ed è proprio questa la domanda che continuo a farmi: riusciamo davvero a riconoscere il confine? L'amore, per sua natura, non dovrebbe nemmeno avvicinarsi a certi limiti, figuriamoci superarli.
Vorrei che questo album fosse una risposta a chi continua a parlare di amore tossico, di amore passionale, ma anche a chi dice ancora frasi come: 'L'amava troppo, l'ha uccisa per amore'. Per me la parola amore è sacra. È talmente sacra che non l'avevo mai usata per intitolare un mio lavoro. Eppure questa volta ne ho sentito il bisogno, perché in questo lavoro parlo proprio dell'amore e di quella forma che, a un certo punto, smette di esserlo, si distorce, si liquefa e diventa qualcos'altro.
Secondo te, qual è un amore sano?
L'ho raccontato un po' in Gesù di Michelangelo (canzone dell'album ndr), l'ho raccontato in Manchi. Per me l'amore è volere il bene dell'altro, è 'ama il prossimo tuo come te stesso'. È rispetto, comprensione, pietà, accoglienza. Questa, per me, è la forma più alta di amore. E non riguarda necessariamente una coppia, l'amore può nascere anche dall'amicizia. L'amore non è possesso e manipolazione, lo vediamo anche tutti i giorni leggendo i giornali, ascoltando le notizie, guardando quello che succede con i femminicidi e con la violenza.
C'è qualcosa che hai imparato oggi sull'amore e che avresti voluto sapere quando avevi vent'anni?
È una domanda difficile, perché nella mia vita mi è capitato di commettere errori che avevo già fatto e di ripeterli. Per questo oggi, più che una maggiore consapevolezza, sento una maggiore prudenza. C'è più timore di sbagliare, non perché non mi fidi degli altri. Io accetto sempre il rischio di fidarmi, però forse oggi non sono ancora pronta per un certo tipo di amore. In compenso ho ritrovato una forma d'amore incredibile tornando a casa mia, ritrovando i miei amici e le mie amiche. Mi sento davvero circondata da tanto affetto. E anche questo disco, per me, è una forma d'amore. Una forma bellissima. Perché mi permette di esprimermi e, soprattutto, mi permette di concedere a me stessa questa possibilità.
Se dovessi raccontare questo album con un'immagine, quali sceglieresti?
Probabilmente sceglierei proprio quella della copertina dell'album. Quella sono io. È un'immagine essenziale negli abiti, nel trucco, nell'acconciatura, ma allo stesso tempo è piena. Sono davvero io. Non tanto come vorrei apparire, ma come sono.
In questo disco torni spesso sul tema delle relazioni tossiche e della dipendenza affettiva. Pensi che la musica possa aiutare a riconoscere queste dinamiche?
Se se ne parla, sì. La musica non ha il dovere di farlo, ma ha sicuramente l'occasione di farlo. E questa occasione va colta. Io faccio parte del laboratorio della Fondazione Una Nessuna Centomila, dove lavoriamo concretamente per capire quale sia la strada giusta per comunicare ciò di cui c'è bisogno. Ci occupiamo anche dei dettagli, che poi tanto dettagli non sono: il linguaggio, il modo di relazionarsi, il rapporto tra ragazzi e ragazze, l'importanza dell'educazione affettiva e sessuale nelle scuole.
Bisogna imparare a riconoscere quei comportamenti che possono rappresentare un rischio. Le donne devono saperli riconoscere, ma anche gli uomini, ed è fondamentale lavorare insieme agli uomini. Non una parte contro l'altra, ma insieme. Se davvero vogliamo sconfiggere il femminicidio e la violenza contro le donne, dobbiamo farlo tutti insieme.
Molti tuoi dischi sono stati la fotografia di un momento preciso della tua vita. Quanto c'è di Paola in questo album? Quando riascolterai questo album tra dieci anni, che cosa speri di ritrovare?
Sicuramente l'autenticità del suono. Questo mi rende molto felice già adesso, perché penso che tra dieci anni continuerò ad apprezzare proprio questa scelta. Quando ascolto certi dischi di Joni Mitchell, o degli Stones, sento ancora le chitarre acustiche, il basso, la batteria, Sono suoni che non invecchiano e credo che succederà anche con questo album. Mi piacerà molto portare questo disco nei miei live (i prossimi appuntamenti sono il 29 novembre da Santeria Toscana a Milano e il 3 dicembre a Largo Venue di Roma ndr).
Per quanto riguarda i testi, non lo so. Ma penso che sarà il disco che avrò più piacere di riascoltare, perché segna una maturità diversa rispetto ai precedenti. C'è una presa di coscienza maggiore di quello che sono.
Guardando tutta la tua carriera, dagli esordi a oggi, che cosa è rimasto immutato di Paola Turci e che cosa è cambiato?
La prima cosa che mi viene da dire è che alcune caratteristiche sono rimaste identiche. Quando riguardo certe interviste di tanti anni fa, rivedo una ragazza molto simile a quella che sono oggi. Sono sempre stata piuttosto riservata, contenuta, sobria. Naturalmente vedo anche il cambiamento, però continuo a riconoscere quella persona.
Una foto di Paola Turci al suo esordio nel 1985
C'è un aneddoto degli esordi a cui ripensi spesso?
Ce ne sono tantissimi. Il primo che mi viene in mente è quando vinsi Sanremo (nel 1989 nella categoria Emergenti con il brano Bambini). La cosa divertente è che, nel momento in cui annunciarono la vittoria, io non ero nemmeno dentro il Teatro Ariston: ero uscita a cena. A un certo punto arrivò un produttore del Festival, furibondo, che mi venne a cercare. Mi riportò praticamente di corsa all'Ariston, io mi rimisi le scarpe - tra l'altro bassissime, me le ero tolte perché stavo più comoda - e mi dissero: "Hai vinto Sanremo, sei sul palco. Che cosa provi?". Io risposi semplicemente: "Non lo so... grazie, grazie, grazie". Ricordo di aver detto solo quello. Poi tutti erano arrabbiati perché non mi trovavano, ma oggi quel ricordo mi fa sorridere.
Un altro ricordo riguarda invece il mio primissimo Festival di Sanremo. Fino a quel momento ero tranquillissima. Non avevo paura, non avevo ansia. Per me cantare era semplicemente stare bene con me stessa. Poi, dietro le quinte dell'Ariston, passò Donatella Rettore, era vestita con delle ali enormi, sembrava altissima. Io ero una ragazzina, avevo vent'anni. Mi prese il polso e mi disse: 'In bocca al lupo'. Da quel momento mi venne il panico. Mi trasmise tutta la paura del mondo e salii sul palco molto più agitata di quanto fossi pochi minuti prima.
Com'è oggi il rapporto con la tua immagine e come è cambiato?
Il rapporto con la mia immagine è sempre stato complesso. Naturalmente c'è un prima e un dopo rispetto all'incidente e alle cicatrici che porto sul viso. Ma voglio ricordare anche il prima, perché già allora mi vedevo bruttissima.
Dopo quell'evento mi sono detta una cosa: non dirò mai più a me stessa che sono brutta. Ci ho messo vent'anni per riuscirci davvero. Ho elaborato una specie di strategia. Ho iniziato a immaginare di guardarmi allo specchio attraverso gli occhi degli altri, ma soprattutto attraverso gli occhi con cui io desideravo vedermi. E in quell'immagine mi vedo molto carina, lo penso davvero.
Oggi ti guardi allo specchio con maggiore serenità?
Non sempre. Ci sono giorni in cui mi piaccio di più e altri meno. Naturalmente il tempo passa. Ci sono cose che preferivo di me quando ero più giovane, è inevitabile. La forza di gravità fa il suo lavoro (ride) però ci sono anche aspetti che oggi mi piacciono molto di più.Mi sento più intensa, più significativa e soprattutto non mi sono mai sentita così bene come adesso. Sto bene, semplicemente.
Oggi che cosa ti rende felice? E a che cosa non saresti mai più disposta a rinunciare?
Non rinuncerei mai più alla mia solitudine. Una solitudine preziosa. Quando mi capita di essere sola — e succede abbastanza spesso — sto davvero bene. Mi godo me stessa, i miei pensieri, le cose che voglio fare, quelle che devo fare. Mi piace anche non fare niente, questa è una cosa che ho imparato ad amare. Parlare di felicità, invece, è quasi impossibile, però io sono felice nelle cose semplici. Sono una persona molto ambiziosa, ma non ho grandi velleità. Non sogno di diventare Presidente della Repubblica. (ride) ma mi piace avere delle missioni, quelle sì. Per esempio il lavoro con la Fondazione Una Nessuna Centomila e con Soleterre sono temi ai quali tengo moltissimo. Lo faccio per me, lo faccio per le mie nipoti, lo faccio perché ricordo benissimo com'era il mondo quando nessuno si occupava di queste cose.
C'erano soltanto le femministe, poi, nella mia generazione, quella spinta si è un po' affievolita. Oggi invece mi sento parte attiva di una comunità e questo significa non sentirmi più sola. Fin da bambina ho sempre avuto paura di uscire da sola, mi sentivo osservata. Sentivo gli sguardi, le provocazioni, il diverso modo in cui uomini e donne venivano trattati. Questa differenza l'ho sempre percepita. Ho anche un fratello, oltre a una sorella, quindi l'ho vista concretamente dentro casa. Mia madre era molto moderna sotto tanti aspetti, ma non su questo. C'erano cose che mio fratello non doveva fare e che invece toccavano a noi donne. Io mi ribellavo sempre. Non perché non volessi farle, ma perché pensavo fosse giusto dividerle. Non vedevo alcuna differenza tra me e lui. Per questo il tema dei diritti è così importante nella mia vita. Lo porto nelle canzoni e lo porto nella quotidianità.
Pensi che un artista abbia il dovere di esporsi su questi temi?
Non parlerei di dovere, ognuno è libero di fare quello che sente. Parlerei piuttosto di un'opportunità e gli artisti hanno questa opportunità.
Prima hai ricordato la tua esperienza a Sanremo. Ti piacerebbe tornare? Magari in coppia con qualcuno?
No, in coppia no, lo dico subito. Le coppie mi piacciono moltissimo nella musica, però io ho sempre concepito Sanremo come il luogo della tua canzone. Lì sali sul palco per presentare un tuo brano e credo che quel momento appartenga a te, poi ci sono altri spazi per condividere la musica. Ho molti amici che fanno musica, penso a Ermal Meta, Piero Pelù, Noemi, Fiorella Mannoia, Noemi, Ariete, Giuliano Sangiorgi, colleghi che fanno parte della Fodazione, siamo una comunità molto unita, ci sentiamo spesso e ci supportiamo davvero. In generale non sono una persona particolarmente incline ai duetti, però, ad esempio, con Motta lo farei, anzi, ce lo siamo già detti. Qualcosa succederà sicuramente, abbiamo già suonato insieme dal vivo ed è stato molto bello.


