Milano – Nato più di dieci anni fa come sceneggiatura e poi esploso in un caso editoriale da migliaia di copie pubblicato sotto pseudonimo per Amazon Publishing, il “Drago” torna nelle librerie italiane con una nuova serie.
Paolo Roversi - scrittore, giornalista, sceneggiatore e podcaster, uno dei maestri italiani del giallo e del genere noir - con “Il Mestiere del Buio” riprende quel protagonista che confessa di non aver mai dimenticato.
Lo descrive come un personaggio “ruvido e fuori dagli schemi”. Che cosa ha il Drago che gli altri suoi protagonisti non hanno?
“Questa è una serie noir. Qui si cerca di indagare il male e ci si domanda perché le persone compiono certi crimini. Il drago è un personaggio che non si rassegna, ha un suo senso della giustizia che non corrisponde con la legge. Se lui pensa che uno si meriti di essere “corcato” di botte, anche se la legge è contraria, lui lo “corca” lo stesso: è la sua etica. È profondamente animalista e dalla parte di chi non ha voce e degli ultimi della società”.
Quanto c’è di giustizia e quanto di vendetta nel suo modo di agire?
“Lui interpreta la giustizia a modo suo. Non è mai una vendetta. La vendetta è quando qualcuno ti fa un torto e tu cerchi di ripararlo a modo tuo. Lui invece cerca di sistemare il mondo, con “la legge del Drago”. Per lui non esiste il grigio: c’è il bianco o c’è il nero. Se tu sei in una di quelle sfumature che lui non contempla, allora nel suo ordine della giustizia non rientri”.
Milano nel romanzo è quasi un personaggio, ma distante dall’immaginario comune: tra magazzini abbandonati, Chinatown, via Padova e la Stazione Centrale. Cosa voleva raccontare con questi luoghi periferici e sotterranei?
“La parte più oscura della città. Noi non ci possiamo immaginare che Milano sia solo Piazza del Duomo o il Quadrilatero della Moda. Il noir è anche un romanzo sociale, deve essere uno spaccato della vita reale. E nella vita reale non c’è solo la parte splendente, ma anche tutto il resto…”.
Il libro è ambientato nella Milano che precede Expo 2015. Perché è tornato a quel momento storico?
“All’epoca Chinatown non era quel luogo bellissimo che è adesso. C’erano per lo più magazzini di merci. Prima dell’Expo Milano era molto diversa, era ancora una città che cercava di trovare il suo posto nel mondo”.
Lei parte da fenomeni criminali reali quando costruisce una storia noir?
“Spesso parto da un fatto di cronaca che mi ha particolarmente colpito. Lo sfruttamento degli animali utilizzati come corriere della droga è un fatto reale che avevo letto, sui cui poi ho indagato e approfondito e ho costruito questa trama”.
Anche per quanto riguarda la champagneria…
“In origine non c’era! L’ho aggiunta dopo, su ispirazione di quel fatto (La Gintoneria). La realtà è la nostra fonte di ispirazione e il male è nella società. Non faccio altro che osservarla e rimasticarla nei miei romanzi”
Qui si riconosce la deformazione professionistica del giornalista.
“La cosa bella del giornalismo è che quando non hai niente da dire hai a disposizione una pagina intera, quando invece hai molto da dire hai cinque righe. O riduci o allunghi il brodo. Nella scrittura romanzesca questo è il meccanismo che crea la suspense e l’attenzione. Che in fin dei conti sono gli ingredienti per tenere il lettore incollato alle pagine. Più vado avanti più mi rendo conto che l’esperienza da cronista di nera mi ha aiutato tantissimo per scrivere”.
Che cosa continua a incuriosirla del lato oscuro dell‘essere umano?
“Il lato oscuro dell’essere umano è quello più affascinante. Ne siamo morbosamente attratti, è innegabile. Se da una parte è un modo per esorcizzare il male, dall‘altra risponde al desiderio di comprendere la mente di chi compie il male. L’oscurità è letteraria, purtroppo o per fortuna di noi che ne viviamo”.
Lo dimostra la crescita del genere “True crime“ negli ultimi anni.
“Sì, anche se… non sono amante del genere. Il true crime spesso è voyeuristico e si sa già come andrà a finire. Si perde l’effetto sorpresa finale. Io preferisco l’enigmistica del giallo”.