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Papa Leone ad Assisi, il messaggio ai giovani: «Attenti al potere che inventa i nemici»

August 7, 2026

Che cosa può ancora dire san Francesco a un ragazzo europeo ottocento anni dopo la sua morte? È la domanda che ha attraversato la breve visita di Leone XIV ad Assisi, dove oltre duemila giovani provenienti da tutta Europa si sono ritrovati alla Porziuncola per l'ottavo centenario del Poverello. Il Papa ha provato a raccoglierne l'eredità e a tradurla nel linguaggio del presente. Non il santo delle immagini devozionali, ma quello capace di rompere gli schemi, di scegliere una strada diversa, di opporsi alla logica del potere. Un Francesco che, nelle parole del Pontefice, continua a indicare una via anche dentro le inquietudini del XXI secolo.

LE TENTAZIONI

Durante la Messa ha invitato a «sottrarsi alla cultura della potenza e abbattere i muri che separano gli esseri umani» cosa che non significa «tradire la propria famiglia, la propria città o la propria tradizione, ma liberarle dai loro fantasmi, da nemici inventati per paura e ignoranza, dalla violenza con cui si vorrebbe imporre il proprio piccolo ordine su una realtà che da ogni parte ci supera».

Non è stato un riferimento casuale. Parlare di «nemici inventati» significa misurarsi con una delle grandi tentazioni dell'Occidente contemporaneo: costruire la propria identità contrapponendosi a qualcuno. Francesco diventa così il simbolo di una Chiesa chiamata non a difendere un recinto, ma ad aprire spazi di incontro. Per questo il Papa ha insistito: «Go! Andate! Meglio ancora: andiamo!». La meta non sono i luoghi rassicuranti della fede, ma «i margini», là dove il cristianesimo incontra le ferite del mondo. La piazza di Santa Maria degli Angeli era attraversata da un caldo soffocante. Il termometro superava i trentacinque gradi, ma l'entusiasmo dei ragazzi arrivati con lo zaino in spalla e il tau di legno al collo non sembrava risentirne. Leone XIV li ha invitati a credere che sia ancora possibile costruire «un mondo di fratelli e sorelle da apprezzare e servire, non da sfruttare e dominare. Non un mondo da difendere, ma da abbracciare». È un richiamo che riprende uno dei fili conduttori della sua enciclica Magnifica Humanitas: liberarsi dalla paura, dalla cultura della contrapposizione e dall'illusione che la sicurezza possa nascere dalle barriere. Nel chiostro Leone XIV ha salutato uno a uno i frati e incontrato anche il rabbino Alon Goshen-Gottstein, fondatore dell'Elijah Interfaith Institute, presente per l'inaugurazione della Global House of Friendship and Hope, un nuovo centro internazionale dedicato al dialogo. Gesto che ha anticipato il grande appuntamento di ottobre, quando il Papa tornerà ad Assisi per il quarantesimo anniversario dello storico incontro interreligioso voluto da Giovanni Paolo II nel 1986. Uno scenario internazionale, tuttavia, profondamente mutato. Allora erano presenti tutti i grandi leader religiosi, Dalai Lama compreso. Oggi gli equilibri geopolitici rendono quel modello molto più complesso, anche alla luce del delicato rapporto diplomatico tra Santa Sede e Cina.

Il momento più atteso della mattinata è stato il dialogo con i giovani. O, più precisamente, quello che avrebbe potuto essere un dialogo. Le tre domande rivolte al Pontefice preparate in anticipo, così come le risposte, integralmente lette dal testo scritto hanno inevitabilmente limitato la spontaneità del confronto.

I TEMI

La prima a intervenire è stata Karolina di Zagabria: perché tanti giovani faticano a credere? Leone XIV risponde richiamando alcuni dei temi centrali del suo pontificato. «Ai cristiani sarà sempre più chiesto di diventare operatori di pace all'interno di società tentate di strumentalizzare la religione nella contrapposizione delle identità» augurandosi che i ragazzi assorbano dall’anima francescana «la radicalità evangelica, che è l'opposto del fondamentalismo: non rende ciechi e violenti, ma sensibili e attenti». Anche Giovanni, da Bologna, e Luigi, da Paternò, hanno affrontato questioni delicate come la crisi delle vocazioni e la perdita di credibilità della Chiesa. L'impressione finale è che tra il linguaggio dei giovani e quello della Chiesa continui a esistere una distanza. I ragazzi ponevano domande nate dall'esperienza concreta di una generazione cresciuta dentro l'incertezza mentre le risposte del Papa sono rimaste saldamente ancorate al linguaggio del magistero, ricco di riferimenti evangelici ma certamente meno capace di entrare nelle pieghe delle inquietudini contemporanee. Forse la vera sfida è capire se la Chiesa riesca ancora a trovare il linguaggio capace di accompagnare quella ricerca, senza limitarsi a riproporre categorie che appartengono a un'altra stagione culturale.

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