Riuscirà Leone nell’impresa di fermare la guerra in Ucraina? Di Papi che da malati hanno scritto pagine importanti della storia ce ne sono svariati - Clemente VII gestì con il tumore all’intestino la crisi con Enrico VII che portò allo scisma anglicano - ma il patagone più calzante da fare è quello tra Prevost e Giovanni XXIII. Non solo perché di Leone si dice che sia un «Papa Buono», come veniva chiamato quel suo lontano predecessore. Ma perché Giovanni XXIII era gravemente malato di tumore allo stomaco, quando intervenne personalmente tra John Fitzgerald Kennedy e Nikita Kruscev con un accorato messaggio alla radio che offrì alle due superpotenze una via d’uscita nel 1962, per evitare il conflitto nucleare.
Leone che chiede a Putin di smetterla di infierire sulla popolazione ucraina, di non sterminarla e affamarla, rappresenta dal suo letto d’ospedale - anzi si è alzato e dice Messa, e questo è un buon segno - la riprova che la potenza pontificale della pace non smette mai di agire diplomaticamente anche quando le condizioni di salute sono quelle che sono.
Giovanni XXIII ebbe un ruolo cruciale, e per lungo tempo sottovalutato, nel disinnescare la crisi del missili a Cuba nell’ottobre - anche il mese coincide - di 64 anni fa. La neoplasia gli era stata diagnosticata poco prima. Grazie a canali sotterranei, tra cui Ettore Bernabei, il Vaticano ricevette la conferma che sia Kennedy (cattolico) sia Kruscev (leader di uno Stato ateo) avrebbero accolto favorevolmente un appello alla pace del Pontefice per salvare la pace di fronte all’opinione pubblica mondiale. E arrivò il radiomessaggio del 25 ottobre 1962. Nel suo discorso il «Papa Buono» supplicò i governanti: «Con la mano sulla coscienza, ascoltino il grido angoscioso che sale verso il cielo: Pace! Pace!». L’appello venne pubblicato l’indomani sulla Pravda. Il che permise a Kruscev di ordinare il ritiro delle navi, motivandolo non come una resa agli Stati Uniti, ma come un atto di responsabilità verso l’accorato appello umanitario di Papa Roncalli.
Si dirà: Putin, non è Kruscev, che nonostante questo fu pur sempre - anche nella destalinizzazione - un autocrate tremendo. Ma Leone è Leone, e la forza con cui si sta battendo, prima e durante la malattia, perché l’umanità prevalga sull’orrore, è una delle poche chance su cui possono contare la comunità internazionale e le diplomazie. E questa seconda volta in meno di un anno in cui Prevost si rivolge direttamente a quello che l’Occidente - anzi la sola Europa - considera oggi la grande minaccia alla democrazia e alla libertà potrebbe contenere un messaggio dissuasivo ancora più forte perché proviene da un uomo, Leone, che vive la sofferenza (anche se l’operazione è andata bene) dentro se stesso. La sensibilità di Putin è quella che è, ma la storia riserva anche sorprese
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